

In fondo al cassetto
essere un artista e non un critico d’arte!
Just the Rain (le turbolenze dell’anima)
Author: Puck
“Was it for lust
Was it for doubt
Was it my weakness
Or was it just the rain
That made me slowly push you far away?”
(MCA– Just the Rain)
Non saprei dire se mi sia semplicemente capitata davanti o se in qualche modo sia stata io a cercarla spulciando tra vecchi archivi per fare un po’ d’ordine nel caos che infesta il mio povero pc.
Era una canzone che avevo scritto tempo fa dopo una notte di solitudine e paura e che era rimasta sepolta tra tutti i “da fare prima o poi” in attesa di tempi migliori in cui finire di musicarla e magari – chissà – registrarla. Mai fatto. Anche se la bozza di melodia che il mio amico Francesco aveva pensato su quelle liriche non avevo neanche avuto il bisogno di salvarla o annotarla da qualche parte tanto mi era rimasta in testa quel pomeriggio di non so quanti anni fa senza uscirne. Saprei canticchiarla tranquillamente anche adesso.
E non era una canzone sull’amore perduto, anche se così era sembrato a chi l’aveva letta senza conoscerne la chiave di lettura. Era, invece, la ricerca di una fede in Dio che si era persa e che, pure, da qualche dove continuava a chiamare. In realtà neanche mi era dispiaciuto tanto che quelle parole fossero state fraintese. Troppo intime, troppo avvinghiate all’anima per poter essere spiegate e capite. Meglio lasciare che restassero ambigue, permettere a chi le leggeva di farle sue senza capirle e stiparne il significato profondo soltanto per chi fosse andato oltre l’immediata lettura.
Ecco che quei versi mi ricapitano davanti in un periodo in cui di cose ne sono cambiate talmente tante da pensare a quel pomeriggio in termini di vite fa piuttosto che di anni fa. Ed è strano – ma forse neanche tanto – che mi siano tornati in mente proprio in un giorno che nel corso della mia vita ha prima significato tanto, poi nulla, adesso… non so nemmeno io.
C’era un tempo in cui la vita di fede era immensamente importante. Un tempo in cui riuscivo a distinguere chiaramente la luce di un Dio sulla mia strada. Poi, con la vita e i suoi inferni, poco per volta l’ho persa di vista. Ho attraversato fasi di ricerca, di solitudine spirituale, di scetticismo, di ribellione, di sollievo. C’è stato persino un tempo in cui sentivo che esisteva un Dio ma che ce l’avevo a morte con lui.
Mi chiedo spesso se questo sentire di aver perduto qualcosa non sia già di per sé ricerca. Se nel dubbio e nella contestazione non sia in realtà adagiata molta più fede di chi, pur professandosi credente, ignora il significato profondo di ciò che proclama e tradisce negli atti quello che dice di amare a parole. Magari mi sbaglio. Magari ci sbagliamo entrambi.
Fatto sta che la mia dimensione spirituale di evoluzioni nella forma ne ha vissute tante.
Atea non credo di esserlo mai stata. Per un bel po’ mi sono ritenuta agnostica, questo sì. Ma se avessi trovato nell’ateismo la mia risposta credo che le cose sarebbero state immensamente più semplici. Anche ammesso di ritrovare la fede un giorno, se mi fossi scoperta atea le cose sarebbero state più semplici. Perché non mi sarei mai trovata a confrontarmi con la ricerca, col dubbio e la paura.
È confortante sperare nella fede sapendo che dopo la morte c’è una ricompensa, che una vita non esattamente felice in qualche modo offre una ricompensa. È altrettanto confortante non temere il nulla, non temere di dissolversi e svanire senza lasciare traccia un giorno, confidare in sé stessi e nella propria ragione senza necessitare di affidarsi a una fantasia superiore.
Ma chiedersi “e se…”, struggersi nel dubbio è qualcosa di molto diverso. Temere la fine per il non sapere se c’è una vita oltre tutto questo e sentire la mancanza di qualcosa che non si riesce a trovare è molto diverso.
E questa probabilmente non è fede ma di certo non è neanche assenza di fede.
In realtà credo che sia quanto di più umano possa esistere, eppure in così pochi sono riusciti a capirmi.
La sola razionalità non mi è mai bastata. Mai, neanche per quelle decisioni ponderate per le quali basterebbe analizzare qualche dato per trarre una conclusione. L’ho sempre ritenuta non affidabile. La sola razionalità. Dall’altro lato neanche mi è mai bastata la cieca obbedienza a un’entità che non mi è dato conoscere, soprattutto dopo essere stata allevata da una religione di cui vedo le enormi, immense ipocrisie ogni giorno che passa e di cui mi risulta difficile accettare molte imposizioni dettate da tradizioni che ben poco hanno da spartire con il messaggio su cui è stata fondata.
Per questo i tumulti legati alla fede sono ormai da anni i più turbolenti nel mio animo. E mi hanno portata ovunque. Lontano, poi vicino, poi lontano di nuovo, poi vicino ancora.
Probabilmente, se così non fosse, non mi commuoverei davanti ai colori del cielo né godrei così a fondo del vento quando mi riempie le mani ma mi limiterei a considerarli un fenomeno fisico con il suo ruolo su questo pianeta e nulla di più.
D’altro canto sento di non essere ancora arrivata, di avere ancora davanti tante domande e un’infinità di strada.
Mi chiedo, in verità, se tutte queste parole non siano soltanto un inutile blaterare, se qualcuno possa capirne il significato profondo. Se possa davvero bruciare, in mezzo a tutte queste righe un barlume che sia riuscito a resistere anche dopo essersi ritrovato coperto di terra e cenere. O se questi giri di pensieri non siano semplicemente il manifesto della una perdita inesorabile di una fede che c’era e ormai non c’è più.
In ogni caso,comunque, rileggere le liriche che avevo scritto quella notte mi ha fatto capire di sentirmi più sollevata adesso rispetto ad allora. Mi chiedo se quella canzone vedrà mai la luce. Ma direi che per il momento basta questo.
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leggi commenti (0)A due voci
Author: Puck
Mi sono fermata per un attimo a riflettere sulla natura dell’amore, sia esso fisico o spirituale. Mi sono chiesta in che modo possa cambiare il nostro vedere la vita, in che modo possa risponderci o magari – chissà? – salvarci.
L’ho raccontato chiudendolo nella notte di due amanti. Amanti non in senso lato, sia chiaro, non è mia intenzione parlare di infedeltà o tradimento, non in questo racconto almeno. Che i due protagonisti siano due sconosciuti o siano in confidenza non è dato saperlo neppure a me. Forse sono un po’ entrambe le cose. Come in una canzone ci si sfiora e ci si rincorre per finire con l’armonizzarsi a vicenda.
Parte Prima – Baritonale
- Credo che voler scappare da un paese di diecimila anime significhi voler scappare da se stessi.
- E tu, Spago, tu perché sei scappato?
- Non lo so. Forse ho avuto paura di me stesso.
- Paura?
- Non credi? Ci vuole più coraggio a restare che ad abbandonare tutto a volte.
Questa storia della paura di se stessi non mi aveva mai convinto del tutto. Per non parlare del come si potesse considerare coraggio il non tentare di ricominciare altrove. Spago sembrava sicuro eppure stranamente sereno della sua convinzione mentre tutto tranquillo lucidava la chitarra scostando dagli zigomi la cascata di treccioline che gli erano valse il suo soprannome.
Io, dal mio canto, non ero mai stato d’accordo. Come si può scappare da se stessi? E come si può scegliere di rinchiudersi in una stanza di paese?
Come se fosse possibile, tra l’altro. Scappare da se stessi intendo.
Lo è. L’ho capito solo a distanza di anni, quando mi sono ritrovato finalmente libero. Nulla mi legava ad una terra, nulla mi incatenava a quella che mi sembrava una prigione. D’un tratto il mio sentiero era una pagina bianca e io dovevo solo scegliere quale curva tracciare per prima. E, con i cani rabbiosi dei miei ricordi che mi ringhiavano alle caviglie, ogni cosa sembrava gridare partenza. Tutta la vita avevo desiderato di ritrovarmi in quella situazione: essere libero di andare. Di più, essere spinto ad andare.
Quella cittadina mi aveva sempre asfissiato. L’avevo lasciata da ragazzo, poi ero tornato. Poi partito ancora, stavolta per anni, e tornato ancora. Senza mai sentirmi come qualcuno che stesse scappando né desiderare fino in fondo quei ripetuti ritorni. Ogni mio rientro era stato in un certo senso imposto.
Mi era sempre mancato un motivo, una ragione che valesse il mio desiderio di non muovermi più.
D’un tratto ero libero e finalmente potevo scegliere. Ed ecco che nel nulla tutt’intorno quella ragione era apparsa. Mi stava davanti.
Ecco che nel nulla tutt’intorno mi sta davanti. La ragione per restare.
Mi sta davanti nuda, la sua pelle è calda e profumata. Ed è bella come una statua antica.
Ha l’anima profonda di chi ha troppe ferite dentro e nonostante questo sa che finirà col ritrovarsene ancora. Troppo assetata, troppo intensa. Troppo viva forse.
Alcune persone sono strane. Amano follemente anche quando sanno di non avere speranze. Come loro anche lei sa che il suo cuore si spezzerà di nuovo e che pure non si sottrarrà a quei battiti che la porteranno a disperarsi ancora. Ed io mi chiedo se questo la renda ai miei occhi incredibilmente forte o incredibilmente stupida.
Ma adesso mi sta davanti in quella nudità che è natura e tutto il resto sembra confinato altrove come chiuso all’esterno di una cella sterile. La sfioro ed ogni cosa è essenza. Ogni cosa è esatta.
Parte seconda – Soprano leggero
- Qual è la cosa più bella a cui riesci a pensare?
- Non lo so…
- Pensaci. La prima che ti viene in mente.
- Non so… la musica… sì la musica. O l’alba. L’alba. Ma non saprei, non so rispondere così su due piedi.
La sua pelle sulla mia. Questa è la cosa più bella a cui riesco a pensare adesso. In silenzio mi dorme accanto e mi sembra quasi straniero. Proprio lui che delicatamente mi ha scandagliato l’anima.
Come siamo piccoli nel sonno. Ci abbandoniamo completamente inermi a qualunque pericolo ci stia intorno, sia esso il freddo della notte o il potere di qualcuno che ci respira accanto. Anche lui non è esente da questa trasformazione così subdola eppure così rassicurante. Ha il corpo di un uomo fatto ma l’espressione di un bambino. Irreale. Eppure tangibile, vicino al punto di poterlo afferrare.
Il mio cuore si spezzerà di nuovo. So che accadrà, ma non so quando. Accadrà e io non potrò tirarmi indietro E ogni mattina al risveglio silenziosamente prego che quel giorno non sia oggi.
Non oggi, ti prego, non oggi…
Ci vuole più coraggio a vivere un amore disperato che a lasciarlo morire. Più coraggio a scoppiare dentro d’un botto che a spegnersi soffocando silenziosamente.
Non pensarci ora comunque.
Bloccherei, se potessi, uno di questi istanti, attimi immobili. Essenziali. Di nient’altro avrei bisogno se non di abbandonarmi alla serenità della notte ormai quasi passata e sentire che da qualche parte in questo mondo ogni cosa è esattamente dove dovrebbe essere. Magari pensare di poter donare anche a lui questa certezza.
Alcune persone sono strane. Credono che si possa amare solo ciò che è altrove. Cacciatori per indole o miopi semplicemente. Sono convinte che la felicità se ne stia arroccata sulla cima di un monte quando basterebbe tendere una mano per scostare il velo che la ricopre. E che la racchiude in attimi di poesia pura, di quelli che rimangono cuciti addosso come note notturne a imprimere il loro ricordo sotto la pelle, nella memoria. Che tu lo voglia o no.
Un giorno tutto questo verrà a solleticarmi il cuore. Un giorno ma non ora. Non nelle notti di essenza in cui l’irreale si concretizza ed è possibile persino bloccare un respiro per qualche attimo.
O darsi l’anima e amarsi senza aversi. Oppure aversi senza amarsi, non lo ricordo più.
Parte terza – Coda armonizzata con effetto delay
Troppo amore va perduto in questo mondo. È così triste. Troppa paura ci porta a fuggire dall’amore o da noi stessi. Ci vuole coraggio a restare. Ci vuole coraggio a non soffocare quel che brucia dentro.
Si potrebbe trovare libertà in ciò che sembrava prigione. Una fuga da se stessi che finisca col ritrovarsi davanti tutte le barriere che ci imponiamo o che il ricordo ringhiando ci impone. Tutte le rincorse che ci inventiamo perché smettere di vittimizzarci a volte è difficile.
Si potrebbe vivere un amore al contrario. Una storia anomala, che cominci con un cuore spezzato e finisca, per contro, con un incrocio magnetico di sguardi capace di firmare un addio nell’eterno prima di stranamente svanire. Una distorsione imprevista nell’intessuto perfetto della natura del mondo con al centro quell’attimo di vita estraneo al mondo stesso. Sospeso. Esatto.
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*CREDITS: Grazie a Francesco M. per la frase d’inizio che ha dato il via a una miriade di pensieri. Anche se probabilmente non lo sa.*
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Not just dust in the wind
Author: Puck
Viviamo con un cuore così pieno un mondo così vuoto…
(F.R. de Chateaubriand)
Si dice che ci sia una ragione se qualcosa accade. A volte oscura e tardiva arriva dopo anni, inaspettata. Insperata. E porta sollievo alle domande e ai rimpianti per cui non troviamo pace.
Avrei voluto tante volte non sentirmi sempre diversa, sempre aliena a un mondo che non mi apparteneva o a cui non appartenevo io. Altre volte, invece, esserlo all’estremo, diventare di frontiera. E dare così un perché al mio sentirmi sempre estranea, mai a casa. Trovarla ovunque una casa, e amare ogni cielo sotto cui avessi camminato.
Avrei voluto non appannarmi, non assuefarmi al grigio della vita che mi abbracciava in una morsa. Non spegnere la passione bruciante che mi portava a desiderare, desiderare sempre, ardentemente di dare colore a ogni cosa, fosse anche un colore scuro e tormentato anziché lasciarmi andare all’apatia che ci porta a volte ad amare le nostre catene. Essere come un bambino e stupirmi del movimento di una mano e degli scenari irripetibili del cielo. E soprattutto ricordarlo quando sembrava che il mio cuore l’avesse cancellato. Stupirmi dei colori, questo mi ha riportata a galla.
Avrei voluto non sentirmi sempre una delusione per i miei genitori, non dover temere le persone, che chi mi amava non mi stracciasse il cuore. Non dovermi chiedere in lacrime se si possa amare ancora con un’anima piena di cicatrici. Davvero, si può amare con un cuore pieno di cicatrici? Né dover piangere per le aspettative di qualcun altro su di me. Non dover cercare la fede nelle motivazioni della ragione. Trovare a ripetermi che in qualche modo tutto questo ha un senso. Tutto questo deve avere un senso.
Avrei voluto a volte sentirmi dire “Resta”. Disperatamente l’avrei voluto. Ogni volta che era il tempo di partire, per forza o per desiderio, avrei voluto sapere che c’era un motivo, uno soltanto, per non farlo. Magari non forte come il richiamo che mi trascinava via, magari non irrevocabile come le responsabilità a cui non potevo sottrarmi ma sarebbe bastato. Davvero mi sarebbe bastato. Saperlo, e non soltanto percepirlo e immaginarlo.
Avrei voluto non trovarmi mai sul ciglio di un precipizio a chiedermi sconfitta se valesse la pena non buttarsi di sotto. Non odiare e combattere me stessa fino a quel punto, fino a farmi male. Non sentirmi ossessionata, braccata, detestare l’aria che impassibile continuava a entrarmi nei polmoni. Inesorabile come un metronomo a ricordarmi “non adesso”.
Forse questo sole potrebbe salvarmi. Forse questo sole potrebbe guarirmi.
Quella sensazione martellante che mancasse sempre qualcosa mi toglieva il fiato. Quotidianamente. E poi proprio nel deserto, nel vuoto, senza rendermene conto non l’ho avvertita più. Si era forse consumata per il suo bruciare. Oppure annichilita davanti a quello che c’era. Non avevo strada, non avevo bagaglio eppure in qualche modo mi sono stupita nel sentirmi felice. Qualcosa c’era. E questo bastava. In silenzio, mentre dormivi, ti ho sfiorato. E ho avvertito nei polpastrelli il dolore immenso della solitudine che ti aveva lacerato. E ho pianto nel sentire quanto facesse male. Ma ho sentito anche come quel sonno potesse meravigliosamente lenirlo.
E, anche se nel nulla, questo era abbastanza.
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Come la fenice
Author: Puck
“I tear it down, I tear it down, and then it’s born again!”
La sento nell’aria. La pioggia estiva. Il suo odore così inconfondibile e primitivo riesce a farmi sorridere ogni volta. Per quanto strano possa sembrare.
La pioggia estiva è un abbraccio, una carezza. Ed è una contraddizione di natura quanto sia violenta e insieme quanto confortante. Surreale.
Spesso mi ci sono persa, cercando a volte solo di goderla, altre di lasciarmi annegare e dimenticare. Dimenticare cercando di spegnere sotto la sua frescura il mio rogo di fenice.
Mi ha sempre fatto ribrezzo l’idea di vivere come chi si aggrappa disperatamente alla routine rifuggendo i cambiamenti al punto da far incancrenire la propria vita e che, pure, da qualche parte avrà un motivo per agire in questo modo, per cercare di trattenere a sé le proprie ancore in questo modo.
Ma la vita, ho imparato, è un susseguirsi di stagioni, di cicli e cambiamenti. Anche la staticità immensa del cielo è in continua metamorfosi, nonostante il suo apparire piatto e immobile. Così la vita fa inesorabilmente. Senza chiederlo trascina via con sé ciò che si trova ad incontrare, in modo subdolo si appropria di ciò che crediamo nostro. A volte delicatamente, come se annaffiasse una piantina che crescendo poco a poco si fa albero. Altre volte, invece, con un tonfo assordante capace di mandare in pezzi tutto quanto ci fosse prima. Sparpagliando ovunque cocci affilati come coltelli e facendo evaporare nell’urto quanto in essi fosse contenuto.
Una fenice, ci dicono per consolarci, trova il modo, nonostante tutto, di rinascere dalle proprie ceneri. Per farci forza, per farci migliori. A volte anche solo per spingerci a non lasciarci morire. Ma quanto sia bruciante il fuoco, quanto sia doloroso, sono in pochi a dircelo. Una fenice probabilmente sa cosa la aspetta e nella sua natura di animale sente sempre quando il momento si avvicina. Forse sa anche cosa ci sarà dopo. Forse.
Ma quando mancano certezza e premonizione, quando il rogo divampa sulle carni vive prima del tempo, inaspettato, allora tutto si scioglie in un grido che ha il sapore acre di mille lame. Ero in mezzo alle fiamme senza capire, cercando una ragione che mi desse la forza di sopportare l’incendio che aveva inghiottito me e tutta la mia vita. E la cosa peggiore era vedere come il mio cuore si ostinasse a battere ancora, come il sole continuasse a sorgere ancora quando tutto ciò che desideravo era veder scritta da qualche parte la parola fine.
E poi mi sono risvegliata. Sotto la pioggia estiva e avevo intorno le polveri di ciò che c’era e avevo addosso le ferite ancora aperte che il fuoco mi aveva lasciato. E i ricordi di una vita precedente che sembravano lontani come mai lo erano stati. Ricominciare.
Ero come un bambino che senza infanzia e senza scuola si fosse ritrovato d’improvviso in un corpo adulto. Dovevo cominciare dall’inizio ma avevo già perso un lungo tempo che non mi era mai appartenuto. Avevo dimenticato la gioia e la commozione dei colori del cielo, del profumo della terra.
Ripartire da zero e la pelle mi bruciava ancora. Poi la pioggia estiva.
E un passo alla volta tornare a gioire come un tempo. Portarsi addosso cicatrici evidenti trovando il modo di vederle sanguinare e non gridare. Non soltanto cercare da qualche parte – persino nell’odio e nel rancore – quella ragione disperata per non lasciarsi morire. Tornare ad amare le cose semplici che un tempo era più facile riconoscere.
Inaspettatamente ritrovare il sorriso nell’alba e nella meraviglia di luce e foschia leggera che ogni volta mi ricorda quanto sia stupendo partire. E la presenza invisibile di un pensiero a parlarmi, invece, delle volte che per assurdo abbiamo bisogno di andare via soltanto per trovare una ragione per tornare.
O scoprire come altre volte sia dolce persino semplicemente restare.
Ed è stata la prima volta, giuro, la prima volta che mi sono sentita così.
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