Gli Esperimenti creativi di Mariella

Provare, pasticciare, creare!

Guardava i pantaloni appesi alla corda, lo stanco sole che si rifletteva su di essi, sul loro grigio e sulle zampe ad elefante. Dalla finestra tutto sembrava più vero. Ma era strano pensare in quel pomeriggio di presunta primavera. Presto avrebbe nuovamente piovuto, e avrebbe potuto guardare il mondo attraverso le gocce che si sarebbero posate sul vetro, e forse il mondo stesso si sarebbe rivoltato dal dentro al fuori così che lei potesse conoscerlo, ricavarne un giudizio o una legge. Il cane sul terrazzo annusava l’aria con attenzione e smania, chissà cosa sentiva, forse sentiva la pioggia anche lui. Ad Anna importava e no. Pensava che sarebbe stato più che facile morire in un giorno come quello. La realtà le pareva così poco reale in quel giorno, in quel momento che non si diluiva, che rimaneva assurda e sconcertante, mentre fuori appena qualcosa si muoveva, qualche animale uscito dal letargo, qualche soffio di vento tra le fenditure di una tana. Dentro non c’era ragione: l’atmosfera d’ovatta, i rumori attutiti dalle sue tempeste diafane, il tepore, la paura proveniente da chissà dove, tutto pareva falso, ridicolo, parodia. Ma ad Anna non veniva da ridere, la scena anzi la scuoteva rendendole palese l’angoscia, l’angoscia del tutto, del vivere, del morire, di se stessa appesa a quel filo come i panni ad asciugare. Eppure tutto ciò le era familiare, ci cresceva ogni giorno da qualche mese con quell’angoscia, ancora rabbrividiva quando la sentiva arrivare, ancora tentava di fuggirla o combatterla con qualche mezzo, ma non le riusciva di trovare una soluzione per liberarsene, non le riusciva. Il tempo, nemico, come sempre continuava ad andare ma pareva fermo, immobile insieme a lei, e accadeva che le emozioni si fermassero anch’esse nel loro culmine, nella loro esplosione senza mai raffreddarsi o smettere di bruciare, erano vulcani perennemente in attività, scontrosi, sciocchi, irascibili. E Anna, appesa ad una corda, la lasciava andare, delusa e sgomenta. Sapeva bene che tutto questo non le sarebbe dovuto accadere, che non era “normale”, e si chiudeva nella sua tuta di feltro e nella felpa extra-large, stando attenta a sigillare bene le zip perché il minor numero possibile di emozioni riuscisse a penetrare lo strato protettivo fino a lei, perché non ce n’era una meno disastrosa dell’altra. E si stringeva le braccia attorno allo stomaco, perché quelle implosioni non si sentissero dal di fuori, ché – era già capitato – se qualcuno se ne fosse accorto poteva rimanerne ferito. Quando le sembrava che la morsa si allentasse, che le emozioni stessero smettendo di tormentarla, anche lei allentava la difesa, si metteva seduta alla sua scrivania, tentava di scriverne qualcosa timorosa di dimenticare, o appoggiava la testa appesantita sul palmo della sua mano e il gomito sulla superficie del tavolo o sulle ginocchia, e tendeva lo sguardo altrove, come ora, dove tutte queste tragedie non si consumavano. Fuori, infatti, non esisteva sgomento, né angoscia, né tardi né presto, né qualcosa che non fosse istinto. E sebbene le sarebbe servito non poteva uscire, e non poteva volerlo, era questo il brutto dell’esserne preda. Il gatto, feroce, giocava col topo ogni giorno alla stessa ora senza mai finirlo, e il topo chissà come riusciva a rimarginare le ferite in poche ore, per poter essere pronto al prossimo match. Spesso il cane sembrava giacere sotto la stessa morsa d’ansia e correndo da un lato all’altro del terrazzo senza alcuno scopo ad un certo punto si fermava davanti alla sua finestra e grattava e poi ricominciava a correre fino a che anche lui si arrendeva e si lasciava carezzare dalla paura. Era una sua supposizione ma non poteva escludere che fosse possibile. A volte vi cadeva senza accorgersene, come dormendo, quasi la solitudine e il vuoto fossero il suo cuscino e la sua coperta, la forchetta e il piatto con lei dentro, ed era come a casa. Ma durava un attimo, gli spilli cominciavano a turbare il suo torpore infilzandole i fianchi molli, la forchetta cominciava a controllare la sua cottura, e poi continuamente, senza riposo, vi era dentro come una fiera in gabbia che non riesce ad uccidere se stessa nonostante sia l’unica da uccidere. Non poteva neanche farsi pietà, non poteva perché non si vedeva, non era lei né qualcun altro, senza corpo e senza brividi, senza voce né spirito, tutto si perdeva nell’enfasi stanca di ciò che NON le capitava, di ciò che NON provava sebbene all’apparenza il mondo avrebbe detto è viva. Non era viva, o forse sì, ma non lo sembrava a se stessa. Anche le cose inutili sono vive, o almeno possono esserlo. Ma non lo sapeva, Anna non sapeva nulla, Anna era viva e non lo sapeva, forse non l’avrebbe mai saputo, non in quei momenti lì, quando tutto cessava di avere una sembianza plausibile, un’etichetta anche solo vagamente corrispondente al contenuto. Allora non le restava che fare resistenza, perché abbandonarsi non le sarebbe stato possibile, troppo comodo, le avrebbero detto, si sarebbe detta, altrimenti come poteva dimostrare la sua forza? Già, come. Tra le sue mura bianche, gelide dall’esterno e dall’interno infuocate, e la giungla invivibile delle sue cose lasciate sul pavimento, Anna non sapeva. Che fuori c’era il sole, che esisteva la musica, che si poteva comunicare con le parole. E si graffiava nell’intento di difendere questa sua ignoranza, questo suo vivere non ribelle né sottomesso, quella sua sconvolgente e sconvolta fragilità che non poteva mostrare, che mai avrebbe mostrato perché così doveva essere e forse era anche “scritto”. Si riduceva ad un soldato vecchio ferito sempre sul punto di morire ma ancora in piedi, sopraffatto dal nemico ma incapace di arrendersi, incretinito dal desiderio di apparire forte, sempre più forte in proporzione alla sua crescente debolezza, tanto da rivolgere la spada soltanto verso se stesso, unico nemico… Quando vuoto e angoscia si dissolvevano sotto i suoi piedi, si sgretolavano davanti ai suoi occhi, per un attimo vedeva la scena che rimaneva impressa un poco nell’aria come testimonianza, e vedeva se stessa intenta ad una lotta assurda, idiota, inspiegabile, senza nessun rivale né un’arma, una misera arma per ucciderlo. Vedendosi capiva, sempre per un attimo, d’essere disperata senza saperlo, d’essere qualunque cosa senza saperlo. Ma a nulla valeva ciò, ché immediatamente dopo veniva travolta dal tempo e dagli inutili eventi che s’erano accumulati nella sua assenza, dalle emozioni che erano poi troppo futili, sciocche e spente. E trovandosi impegnata in AZIONI da tutti, tornava inconsciamente a desiderare di cadere in quei momenti da poco conclusi e già dimenticati, di cui avvertiva la fissa presenza in sé, come qualcosa che si manifesta a tratti e aspetta di potere compiersi pienamente. Un giorno – e questo lo sapeva, sotto sotto – avrebbe consacrato tutta la sua vita a quell’angoscia, così pura e viva, a quella solitudine, all’ansia di vivere alla paura, tutte cose che sapevano prenderla nella loro grandiosità e assolutezza, che, dolorose forse, non le spegnevano la vita.

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