Gli Esperimenti creativi di Mariella

Provare, pasticciare, creare!

Può dirti persino chi sei,
il vento; nei giorni di tempesta
devi ascoltarlo, se sei affamato
di segreti; dovrai stare lì per ore,
e chiudere gli occhi, è necessario.
Se vuoi sentirlo, sarà più
di una preghiera al tuo orecchio
una poesia forse,
una canzone e ti rivelerà
le atmosfere del sogno, della notte
e di chi non potè mai liberarsi
di entrambi.
(2006)

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ti incontro ancora nelle mie notti
non hai voce, solo occhi quando senti
che ho paura; ti incontro e sei un amico
un po’ invecchiato, il sogno
non ti rende giustizia, ma in cambio
ti fa eterno.
Mi guardi e potresti essere
un marinaio qualunque che ancora
ha da dire qualcosa ai vivi.
Sveglia pero’ scopro la tua foto
in questa casa vecchia e nuova
posso comprenderti fantasma grigio-azzurro
se non riesci più a varcare questa soglia…
e non farlo, capitano, non entrare
mai piu’ in questo mondo
che prima o poi ti vengo a consolare.

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Stare come grillo sulle spalle
Di un sogno e dirgli: mio eroe
Maldestro chiudimi ancora
Nella tua avventura – il sorriso
tramonta tra i tuoi denti imbiancati
dal mio candore che dice romantiche
passioni – e segreti così veri
coi fiori cittadini, oasi di uno spettacolo
rinnovato tra una strada e l’altra
dove la tua gara si svolge – e vinci
in fatti ed in parole taci.

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Possibile sogno e meta d’estate questo
cruento incamminarsi attraverso le tue tante
case e cose, spaventata bambina con occhi rapaci
per salvarti da me.
E la notte diventa il luogo dove ci si incontra stanchi,
vecchia e malfamata osteria dove puoi ubriacarti
e innamorarti delle cose assenti e assecondare
il desiderio chiamandolo con altri nomi.
Accarezzarlo cagnolino trascurato, ferito orgoglio
di glorie che non furono mai nostre.
Presto nel mattino puoi però rannicchiare
l’anima che ti resta, leccarla con quell’odore
che ha ancora addosso.

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Fiera d’occidente, bancarella dove posso
comprare a poco prezzo serenità rare, semplici
affinità da collezione e le bacheche dove
poterle adagiare e mostrare al curioso
che passi per la mia casa quiete viaggio di inizio autunno.
E non sono ninnoli che ti compro, audace marocchino:
quegli incensi che vendi, quei profumi
costano la spesa d’oggi per la dispensa di domani,
fanno essenza cristallina pure di un caldo giorno
di fine estate.
Per questo i miei soldi di carne tu non li chiedi mai:
prendi invece quella striscia d’amore che, d’aria e
di carta, chiudi poi nella stanza delle tue
innumerevoli preziosità.

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Sul cuore mi stai pesce estivo, guizzo d’acqua
nell’alba dei giorni che sai, trasparente e liquida
presenza nel tangibile sogno che tengo socchiuso
in una vasca di mare –
Dove possiamo, la verità, dominarla dal basso
delle tue saggezze e dall’alto della mia oscurità bambina,
e credere come il sole possa, se vuoi, sorgere ad ovest
ed abbronzarci insieme per un’estate lunga, come possa
una parola darci da bere e distillare il pensiero cattivo
delle cose che vanno.
Delle cose che vanno dove non vogliono, lungo
il tempo vigile non nemico ma ligio ai doveri che
si corona e s’adorna di piccoli fuochi – esplosioni
di effimeri sogni.
Ma tu pesce d’agosto ti rivesti e investi
nella tua seria corsa tutto, il piccolo e il grande di me.

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In vecchi diari leggo chiaro
il tedio e le sue mosse audaci
nella generale indolenza;
leggo il nome delle cose: diverso
e macchiato dal tempo, ruvido
dalle esperienze e stanco soprattutto.
Certo i piccoli mali quotidiani erano pure
pulsioni che tra respiri e battiti
facevano dell’esistere una modesta conoscenza.
Ora nell’attuale silenzio scorgi, se passi, solo
forse una primavera fresca, il leggero darsi
dei fiori alle altrui passioni, ché troppo è
tenersi per se stessi.
 
(Pubblicata su Specchio de la Stampa 2001)

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Sedersi accanto, dormirsi
toccandosi i piedi
sotto le coperte –
dove non solo l’amore
è stato fatto-
in quel letto dove
a fine giornata
due vite si incontrano
dove due anime sul cuscino
riposano
ritrovandosi ancora nel sogno
volendosi, temendosi
disturbandosi persino
rubandosi da ogni lato
i lembi di quel lenzuolo
sempre troppo corto per contenere
un amore. 
 

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Sopra un piccolo tavolo si sfrangia una tovaglia gialla
Ha una o due macchie di sugo che sfuggono all’attenzione.
Mia madre, vedendole, rabbrividiva.
Le ho lasciate intatte e gli anni non le hanno sbiadite.
Sopra il piccolo tavolo c’è anche un vaso ricolmo
Di fiori finti colorati malamente di rosso.
Rappresentano cosa? Non è facile amare i fiori,
né con essi l’odore che prende l’aria quando sono di plastica.
E non è facile guardare i quadretti appesi da decenni
Alle pareti dei morti. Neanche parlare nell’alta conca
Di questo soffitto ingiallito.
Fuori il sentore della campagna intorno dà alle cose
Lo sguardo dei bambini vivi nel giorno.
La primavera quest’anno ha preceduto le rondini.
Già piccoli ragni escono dai loro buchi chiedendosi se,
dopo la piccola eternità trascorsa, l’universo non sia forse mutato.
Sento il passo di mia madre sulle scale.
 
(Raccolta “Familiari”) 

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Falange di primavera
Sei cresciuta col grasso del dopoguerra
Divenuta arto prezioso di più
Corpi in uno, specchio degli anni è
Solo la tua parola saggia mai vacua
Che intontisci coi numeri di una ruota
Che gira, e che a volte ti sfiora.
Ora piace sederti con i bastoni
E i denari sulla tua tavola di plastica,
sperare una carta sotto il neon che si consuma.
E il sogno non ti muore: quel negozio
Di giochi per vedere un bimbo che ride, il tuo
Veliero da costruire e chissà quale pensiero
Oscuro ti si nasconde sotto le palpebre nel sonno.
Piccola falange di primavera, assorta nella visione
Del nostro volto d’ansia, scopri e mangi, ma senza dire,
il crudo di noi.
 
(Raccolta “Familiari”) 

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