oggi vorrei proporvi questo articolo di Dario Bressanini dal sito della rivista “Le Scienze”
http://lescienze.espresso.repubblica.it/
Negli ultimi giorni è “scoppiato” il caso del “gelato OGM”. Ma la vogliamo smettere di usare l’acronimo OGM come se fosse un aggettivo peggiorativo? L’acronimo significa Organismo Geneticamente Modificato. È un sostantivo, e il gelato non è certo un organismo vivente. Non è una fissazione linguistica la mia. Usare un linguaggio scientificamente corretto (e privo di connotazioni emotive) è fondamentale quando si vuole discutere seriamente di questi argomenti. Se invece la si vuol buttare in caciara e parlare alla pancia del lettore e non alla testa, vabbè, allora parliamo pure del “gelato OGM al merluzzo“…
Chiarito che quel gelato non è un OGM, ci possiamo chiedere più correttamente “ci sono dei legami con gli OGM”? La risposta è sì. Gli stessi che ci sono da tempo per la birra, la farina, il formaggio, il pane, i detersivi, gli alimenti per neonati e altro ancora. Come? Abbiate pazienza e lo scoprirete 
Il caso vuole che abbia appena terminato di scrivere un libro sugli OGM dal titolo “OGM tra leggende e realtà”, che troverete a ottobre in libreria per i tipi di Zanichelli e uno dei capitoli è proprio dedicato ai moltissimi OGM che utilizziamo tutti i giorni direttamente o indirettamente, ma sempre inconsapevolmente. Sto parlando di enzimi e proteine varie che svolgono particolari funzioni. Vi offro quindi (gratis
) un estratto del libro in anteprima, visto che cade a fagiolo per il “gelato OGM”.
I primi OGM: fabbriche di proteine
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| In uscita a Ottobre in libreria |
Verso la metà degli anni Settanta gli scienziati hanno cominciato a intravvedere le possibili applicazioni di una «rivoluzione biotecnologica» iniziata nel 1953 con l’identificazione della struttura a doppia elica del DNA da parte di James Watson e Francis Crick, e proseguita dieci anni dopo con la decifrazione del codice genetico a opera di Marshall Nirenberg e Har Godind Khorana.
Ora che avevano acquisito le basi del «linguaggio» della vita, gli scienziati immaginavano di poter «istruire» semplici organismi, per esempio i batteri, a fare cose per cui non erano stati programmati dall’evoluzione naturale.
Il 1976 è l’anno della fondazione negli USA della Genentech, un’azienda privata che si prefiggeva di modificare il DNA di un batterio per insegnargli a produrre insulina umana e somatostatina (un ormone che regola il sistema endocrino).
L’idea di base era semplice: anche il batterio più elementare per vivere deve produrre certe proteine indispensabili per il suo metabolismo; e per produrle il microrganismo utilizza le informazioni registrate nel proprio DNA.
Con le tecniche del DNA ricombinante si può introdurre nel batterio un gene per insegnargli a costruire una proteina che normalmente non sarebbe in grado di produrre: per esempio l’insulina umana. A tutti gli effetti il batterio geneticamente modificato è poi sfruttato come una microscopica fabbrica: fornendogli il materiale di base, gli aminoacidi, il batterio come un piccolo robot userà le istruzioni della sequenza di DNA per assemblare la proteina di cui abbiamo bisogno. Per certi versi questo processo è simile a ciò che avviene durante la fermentazione del mosto d’uva o della birra, allorché sfruttiamo microrganismi che producono nuove sostanze a partire dagli zuccheri presenti nelle sostanze vegetali di partenza.
Nel 1978 gli scienziati della Genentech riuscirono a istruire il batterio Escherichia coli a produrre insulina umana, inserendo nel suo DNA il gene che codifica quella proteina. Oggi grazie all’insulina da batteri GM i malati di diabete non devono più ricorrere all’insulina suina o bovina, riducendo così anche i rischi di reazioni collaterali poichè quelle insuline animali non sono identiche a quella umana e possono causare gravi reazioni allergiche.
Ora tramite gli OGM si producono decine di farmaci oltre all’insulina: dall’ormone umano della crescita alla somatostatina, dai vaccini contro l’epatite alla vitamina B2. E nessuno si lamenta di questi farmaci prodotti dagli OGM.
Formaggio con caglio transgenico
Aperta la strada l’industria biotecnologica ha prodotto centinaia di enzimi (proteine) transgenici utilizzati in moltissimi campi. Anche in quello alimentare. Il più famoso di questi enzimi è sicuramente la chimosina.
Fatta eccezione per i formaggi a pasta fresca il formaggio è ottenuto da sempre utilizzando caglio animale. Il caglio è un prodotto enzimatico grezzo ottenuto dall’abomaso o quarto stomaco dei ruminanti lattanti (per lo più vitelli, ma anche agnelli e capretti); contiene varie sostanze e in particolare un enzima, la chimosina o rennina, che induce la coagulazione del latte e lo trasforma in formaggi.
Dopo il successo dell’insulina GM, gli scienziati sono riusciti a creare microrganismi ricombinanti capaci di sintetizzare la chimosina. Il DNA che codifica la produzione di questo enzima è stato inserito in un lievito (Kluyveromyces lactis), in un batterio (Escherichia coli) e in una muffa (Aspergillus niger var. awamori).
Così grazie alle biotecnologie si è iniziato a produrre la chimosina in laboratorio, invece di doverla estrarre dallo stomaco di un vitellino.
Perché mai direte voi? Oltre a considerazioni di tipo etico e religioso (ad esempio per vegetariani, ebrei e musulmani) c’è una semplice questione di numeri: la FAO ha stimato per il 2004 una produzione mondiale di formaggio pari a 18 milioni di tonnellate. Semplicemente non c’è abbastanza chimosina animale disponibile per soddisfare le richieste per tutto il formaggio che si produce. D’altra parte la chimosina sintetica non solo è identica a quella contenuta nel caglio ma è persino più pura. Non vi sono dunque motivazioni sanitarie o di sicurezza che ne impediscano l’uso. Anzi. Si stima che in paesi come gli USA più del 60% del formaggio sia prodotto con quello che viene chiamato “caglio sintetico”, cioè prodotto da OGM. Anche in Italia, se si escludono i formaggi DOP, è autorizzato e utilizzato su scala industriale, ma è permesso anche in alcuni prodotti tipici dove il disciplinare di produzione non impone il caglio animale.
Altri enzimi da simpatici microorganismi
Nel 1988 l’azienda danese Novozymes ha prodotto il primo enzima transgenico da utilizzare nell’industria dei detergenti come «mangia-grasso». Da allora si sono prodotti molti altri enzimi da OGM, che oggi sono un normale ingrediente dei detersivi che compriamo al supermercato.
Un’altra azienda specializzata nella produzione di enzimi (anche da OGM) è la Genencor, famosa per aver isolato un enzima che riproduce nel tessuto jeans l’effetto stone-washed, consentendo così di eliminare la fase di lavaggio dei jeans insieme alle pietre vulcaniche.
La Sigma-Aldrich Fine Chemicals insieme alla ProdiGene fabbrica e distribuisce il TrypZean, ossia l’enzima tripsina prodotto utilizzando la tecnica del DNA ricombinante. La tripsina nel corpo umano è prodotta dal pancreas e appartiene alla famiglia delle proteasi, che contribuisce alla digestione spezzando le proteine degli alimenti in singoli aminoacidi che il nostro organismo poi ricicla. Questo prodotto da OGM è utilizzato in molte applicazioni nell’industria alimentare, in particolare nella preparazione del latte artificiale: la tripsina «pre-digerisce» le proteine del latte, riducendo così il rischio di reazioni allergiche nei neonati.
In Europa sono in commercio almeno trenta prodotti costituiti da proteasi, e dieci di questi sono prodotti da organismi transgenici ottenuti con batteri, muffe o lieviti. Questi enzimi trovano ampio utilizzo nella produzione della birra (tranne che in Germania, dove la «legge della purezza della birra» proibisce l’uso di qualsiasi enzima, transgenico o meno) così come le amilasi transgeniche, enzimi che aiutano la degradazione degli amidi. Sono stati anche sviluppati lieviti transgenici per la panificazione, ma per ora li si è usati soltanto in produzioni sperimentali.
Le proteasi GM tornano utili in molti altri campi: come miglioratori della farina, nella produzione di estratti di carne, nei detergenti, nel trattamento del cuoio e della seta, nella preparazione del cibo per cani e gatti.
E non si producono solo enzimi dagli OGM. Ad esempio l’acido citrico industrialmente è prodotto anche da fermentazione da OGM (non penserete che sia economico estrarlo dal limone, eh
? )
Si potrebbe continuare ancora a lungo, ma probabilmente ce n’è già a sufficienza per convincervi che gli OGM sono ormai ampiamente utilizzati nell’industria alimentare, anche in Europa. Negli Stati Uniti e in Moldova è stato persino già approvato e utilizzato un lievito geneticamente modificato per produrre vino (l’ML01 prodotto dall’azienda canadese Lallemand, per la fermentazione malolattica). Magari prima o poi approfondisco il tema, per gli amanti del “vino vero” 
E le etichette?
Forse vi starete chiedendo come mai non avete notato che un formaggio era «prodotto utilizzando caglio transgenico», o che una birra era «prodotta con enzimi transgenici» o che il pane è fatto con «farine addizionate con enzimi transgenici» e così via. Beh, il fatto è che la legislazione europea non obbliga a riportare queste indicazioni sulle etichette per cui non è dato sapere chi li usa e chi no.
Con il clima attuale di diffidenza verso gli OGM – in parte favorito dallo stesso atteggiamento di alcune istituzioni europee – chissà che cosa accadrebbe se un’indicazione del genere diventasse obbligatoria sui formaggi, sulla birra, il pane e sugli altri prodotti di uso quotidiano che abbiamo citato, molto importanti per l’industria alimentare europea.
Il clima attuale di ostilità pregiudiziale verso gli OGM ha creato nel consumatore un’atmosfera generalizzata di sfiducia. Perciò anche là dove questi organismi sono usati ormai con beneficio da decenni – come nel caso della produzione di enzimi – e senza nessun problema di sicurezza si evita di parlarne troppo perché si teme che il cittadino non sia in grado di distinguere caso per caso.
Invece se ne deve parlare e non trattare il cittadino come un bambino un po’ tonto. Gli OGM dovrebbero essere valutati alla stregua dei funghi che, come tutti sanno, hanno proprietà diverse tra loro e non si possono giudicare a priori come categoria. Un fungiatt che non sappia distinguere l’Amanita cæsarea, prelibatezza culinaria ricercata da secoli, dalla mortale Amanita phalloides avrebbe vita dura. Anzi, avrebbe una vita molto corta.
Chi tratta gli OGM come se fossero una categoria unica, da demonizzare in toto, senza distinguere al loro interno, non fa un favore alla buona informazione né tanto meno al consumatore.
Io, per inciso, sono favorevolissimo all’indicazione in etichetta di un qualsiasi legame, anche remoto, con gli OGM, così finalmente verrebbe alla luce l’ipocrisia europea che vuole bloccare i prodotti altrui, proteggere i propri e le proprie aziende di pesticidi (sono infatti europee le prime tre grandi multinazionali di agrofarmaci mondiali, ma sto divagando).
Ma sono sicuro che non vedremo mai l’etichetta “Parmigiano Reggiano da vacche nutrite con soia geneticamente modificata” o “Birra prodotta con enzimi transgenici”.
Veniamo al gelato
Ora finalmente possiamo inquadrare il “gelato OGM” nel giusto contesto.
Il lancio di agenzia dice
“(ASCA) – Roma, 17 giu – Gelati dietetici che non si sciolgono. Questa la promessa della multinazionale Unilever che gia’ da quest’anno potrebbe immettere sul mercato sorbetti transgenici con il 50% in meno di grassi e minori costi di produzione. Il tutto grazie a una proteina sintetica – la ISP, Ice Structuring Protein – isolata originariamente da un pesce artico e riprodotta in laboratorio attraverso la fermentazione di un lievito geneticamente modificato. La proteina ha appena ottenuto il via libera dalla Commissione Europea e potra’ essere utilizzata nella preparazione di gelati nei 27 paesi dell’Unione gia’ nel 2009. Il via libera dell’Esecutivo si basa sul parere positivo espresso nel luglio dello scorso anno dall’Efsa (Autorita’ europea per la sicurezza alimentare) che ha escluso il rischio di allergenicita’ in seguito all’ingestione dei prodotti contenenti ISP.”
L’idea è di utilizzare una proteina per mantenere morbido il gelato anche utilizzando meno grassi, con ovvio vantaggio economico per Unilever e minori grassi per i consumatori che ci tengono. Non c’è nulla di strano, se vi ricordate io avevo usato della banale gelatina (una proteina) per fare la granita. L’approccio di Unilever va molto oltre. Ci spiega l’EFSA
Le proteine tipo ISP sono ampiamente distribuiti in natura, ad esempio nei pesci d’acqua fredda, negli ortaggi, nei cereali, nei licheni e nei batteri. Le proteine del tipo ISP si legano al ghiaccio e aiutano gli organismi a far fronte agli ambienti molto freddi, sia riducendo la temperatura alla quale si formano cristalli di ghiaccio, sia modificando le dimensioni e la forma dei cristalli di ghiaccio in modo che il ghiaccio sia meno dannoso per tessuti. Il richiedente intende approfittare di queste proprietà tramite l’aggiunta della proteina ISP al ghiaccio commestibili ad un livello non superiore allo 0,01% in peso
Il gelato NON è transgenico, smettiamola di usare termini a vanvera. Una proteina è una proteina è una proteina! Indipendentemente dall’origine. Se la estraggo dal pesce, dalla carota o la faccio sintetizzare da un OGM è sempre la stessa proteina. E ovviamente non basta dirlo: vengono effettuati dei test. Esattamente come accade per l’insulina, per la chimosina del formaggio, per le amilasi della birra e del pane, per le proteasi delle pappe per bambini e così via.
Continua l’agenzia
”Ma i ricercatori indipendenti dell’Indipendent Science Panel (ISP) gia’ nel 2006 avevano dimostrato che la proteina della Unilever non e’ sostanzialmente equivalente a quella prodotta dal pesce artico – commenta Nicoletta De Cillis, Fondazione Diritti Genetici – e che anzi costituisce un allergene, proprio per la sua derivazione da lieviti transgenici”.
Ora, una buona volta lo devo proprio dire: NON esistono gli scienziati “indipendenti”, spesso sbandierati nei comunicati di associazioni ambientaliste. Esistono gli scienziati, quelli veri che pubblicano sulle riviste scientifiche, e quelli finti che scrivono documenti, li mettono sul web, li chiamano pomposamente “rapporti” o “ricerche” ma che non valgono una beneamata mazza (scusate il francesismo ma quando ce vo’ ce vo’) dal punto di vista scientifico. Questi loro “rapporti” sono troppo spesso scientificamente scadenti, lacunosi, inadeguati, di parte e privi di documentazione scientifica, per cui non raggiungono i requisiti minimi di decenza per essere pubblicati sulle riviste scientifiche (dove pure qualche schifezza sempre più spesso passa).
Che provino a farsi pubblicare uno di questi rapporti su una rivista scientifica vera e poi ne riparliamo.
Quegli scienziati “indipendenti” quindi non hanno dimostrato proprio nulla.
Sarebbe ora di capire come funziona la ricerca scientifica e che si smettesse di fungere da megafono con i copia e incolla dai comunicati stampa di Coldiretti, dalla Fondazione Diritti Genetici o altri. I giornalisti si mettano a cercare in proprio le fonti per informare i lettori di come stanno le cose. Riportare I FATTI insomma. Per parlare alla testa, non alla pancia. Niente di più, niente di meno.
Questa è l’autorizzazione finale per l’uso della proteina da parte della Commissione Europea.
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2009:105:0014:0015:IT:PDF
Questo il riassunto dell’agenzia Britannica sul Novel food insieme ai dossier dell’Unilever e al parere iniziale
http://www.food.gov.uk/multimedia/pdfs/ispfactsheet
L”EFSA ha dato la sua valutazione finale, positiva, all’uso di questa proteina. Una delle moltissime che ormai si usano nell’industria come abbiamo visto, quindi dov’è lo scandalo? Questo il riassunto del parere dell’EFSA (e qui il parere tecnico)
http://www.efsa.europa.eu/EFSA/efsa_locale-1178620753820_1211902041128.htm
La questione dell’allergia non riguarda la proteina bensì il fatto che nella produzione venga utilizzato il normale lievito (con cui si producono anche pane e vino) a cui alcune persone sono allergiche. Seguendo la logica dei famosi “scienziati indipendenti” dovremmo a priori anche vietare pane e vino. Anche per questo motivo la proteina, prima di venire utilizzata, deve essere purificata dai residui di lievito. Il rischio di allergie quindi va discusso nel giusto contesto.
Vi riporto il parere dell’EFSA sulle allergie
La ISP tipo III HPLC 12 non rientra tra gli allergeni più importanti provenienti dal pesce e gli studi bioinformatici non hanno evidenziato somiglianze con allergeni noti. Inoltre la proteina è stata degradata dalla pepsina con un’emivita misurata di 4 minuti (a pH=1,5). Nei paesi in cui la ISP è autorizzata non sono state segnalate reazioni avverse. Negli studi condotti sull’uomo il preparato di ISP non ha provocato reazione al test cutaneo (prick test) nei soggetti allergici al pesce né si è legato alle IgE di questi soggetti. Sulla base di tali risultanze il rischio di una reazione allergica nei soggetti allergici al pesce o nella popolazione in generale è estremamente improbabile.
Dal 2003 al 2007 oltre 470 milioni di prodotti a base di ghiaccio commestibile contenenti ISP sono stati venduti negli Stati Uniti e 47 000 litri di gelato contenente ISP sono stati venduti in Australia/Nuova Zelanda. Non sono stati segnalati problemi per la sicurezza.
Per quanto riguarda la possibilità di reazioni allergiche nocive nei confronti degli allergeni dei lieviti, il gruppo di esperti scientifici ritiene che siano improbabili reazioni di questo tipo causate dall’ingestione di prodotti contenenti ISP.
Il gruppo di esperti scientifici conclude che l’uso del preparato di ISP tipo III HPLC 12 ad un livello massimo equivalente allo 0,01% di ISP tipo III HPLC 12 nei prodotti a base di ghiaccio commestibile è sicuro, a condizione che siano rispettate le specifiche e le prassi di produzione descritte dal richiedente.
Sinceramente, se fossi Coldiretti, parlando di gelati mi preoccuperei di più dei grassi idrogenati, dei coloranti o dei mai meglio specificati “aromi” più che per una innocua proteina.
Se volete ulteriori dettagli, dovrete aspettare di leggere il libro ad ottobre 
In attesa di qualche lancio di agenzia sul “formaggio OGM” che tutti noi mangiamo da anni, vi saluto.
Dario Bressanini
Bibliografia
The history of insulin
Human insulin from recombinant DNA technology Science Vol 219, Issue 4585, 632-637
Enzymes at Work – Novozymes
GMO-compass – GM microorganisms taking the place of chemical factories
Study of the enzymes used in foodstuffs and collation of data on their safety, December 2000. European Commision “From food to Fork”
list of commercial microbial enzymes used in food (2000) fonte AMFEP
References of safety evaluations of enzyme preparations by international expert bodies (FAO/WHO)
Guidelines, Specifications, Regulations (FAO/WHO)
Guidelines, Specifications, Regulations (Germany)
Food-processing enzymes from recombinant microorganisms—a review
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