Prima di iniziare il percorso storico della destra italiana bisogna fare un accenno a quella che è l’idea della destra. L’idea di destra si affaccia in Italia per la prima volta dopo l’Unità d’Italia e con il termine destra si configura quello schieramento di liberali (l’ideologia liberale per anni è stata l’unica ideologia politica dall’Unità d’Italia) che si caratterizzano per idee di stampo conservatore e che si schierano nel lato destro del Parlamento. In sintesi è questa la Destra storica, che per molti anni è l’unica destra esistente in Italia. L’ideologia liberal-conservatrice mira alla difesa del libero mercato e del capitalismo, incentrando però il discorso su alcuni valori tipici della destra come la famiglia e l’identità nazionale. La differenza con l’ala sinistra liberale sta non tanto nella concezione dell’economia, quanto nel modo di incidere sull’economia e la società, che a sinistra si basa sul progresso e le continue riforme. Con la nascita dei primi partiti di massa (socialista, cattolico e comunista), lo schieramento liberale abbandonerà la secolare divisione tra progressisti e conservatori, a vantaggio di questi ultimi. La vera destra, però, inizia ad affacciarsi quanto Mussolini, fuoriuscito dallo schieramento socialista, fonda prima i Fasci di Combattimento e poi il PNF. Mussolini sale al governo prima con la Marcia su Roma del 1922, poi democraticamente nelle elezioni del 1924. Da qui inizia il lungo percorso del regime fascista, che qui non tratteremo per questioni di spazio e per non uscire troppo dal tema centrale della trattazione. Durante gli anni del regime si realizza l’idea fascista, che è un errore definire propriamente di destra. Il fascismo è un fenomeno molto complesso che esalta alcuni valori di destra, quali il nazionalismo, ma che allo stesso tempo interpreta la società in modo quasi di sinistra, rivisitando l’ideologia socialista. Questo non accade tanto nel regime, in cui viene mantenuto il libero mercato seppur con molti inteventi statali, quanto nella breve esperienza della RSI. Durante questo periodo viene attuata la socializzazione dell’economia, consistente della collettivizzazione dei mezzi di produzione (e qui viene fuori la radice socialista del fascismo) nelle mani della corporazione (e qui la differenza sostanziale dal socialismo, in cui è lo Stato a comandare e dirigere l’economia). Questa è la terza via, alternativa al comunismo, perché sono lavoratori e datori di lavoro ad essere proprietari dei mezzi di produzione e non un’istituzione estranea come lo Stato, e al capitalismo, perché si continua ad assicurare la libera iniziativa ma si evita lo sfruttamento del lavoratore che adesso collabora nella gestione degli affari di lavoro. La socialità è un carattere fondamentale del fascismo, specie quello della RSI. Questa ideologia, che è più un social-populismo che un’ideologia di destra (non sono pochi i fascisti che tengono o hanno tenuto a sottolineare che il fascismo e la destra non avevano nulla in comune), nel dopoguerra sarà configurata, forse per convenzione, come destra estrema o destra sociale, per distinguerla dalla destra storica liberale.
La storia che a noi interessa inizia nel 1947 con la nascita del primo partito post-fascista della storia: il MSI (Movimento Sociale Italiano). I fascisti non ebbero molta fortuna durante e dopo la guerra civile: molti furono uccisi dai partigiani, altri furono chiusi in carcere fino all’amnistia concessa dal leader comunista Togliatti, altri ancora vennero uccisi successivamente dai comunisti che volevano dar vita ad una vera e propria epurazione. L’obiettivo comunista riesce solo in parte, dato che molti si impegnarono a far rivivere l’idea della destra sociale post-fascista; tra questi soprattutto vi furono dei reduci del regime fascista e della RSI: Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Arturo Michelini, che fondano il MSI, che ha come simbolo la fiamma tricolore, a sua volta simbolo degli Arditi nella prima guerra mondiale. Fin dagli inizi si verifica una diatriba interna tra l’ala più moderata e intesa ad entrare nel sistema parlamentare, quella di Michelini, e quella più identitaria e legata all’esperienza fascista, guidata da Almirante. Nel primo congresso è Almirante ad avere la meglio e ad essere segretario nazionale. Fino al 1954, però, la segreteria sarà abbastanza instabile. Nel 1950 Michelini è ancora battuto, stavolta da De Marsanich; mentre nel 1954 Michelini finalmente ha la meglio. Nelle politiche del 1948 si esordisce con solo un 2%. Man mano che passano gli anni, e anche abbastanza rapidamente, il MSI inzia ad assumere un ruolo importante nello scacchiere politico nazionale. Soprattutto nel sud Italia entra in molte giunte comunali e provinciali e nelle politiche del 1953 ottiene il 5,8% dei consensi (quasi tre punti in più delle precedenti politiche). Durante la segreteria Michelini, il leader dà al partito quell’impronta moderata che Michelini stesso voleva imprimere. Il MSI è determinante sia nell’appoggio ad alcuni governi democristiani, su tutti il governo Tambroni, sia nell’elezione di Gronchi e Saragat come Presidenti della Repubblica. L’importanza del MSI e il prospettarsi di un’alleanza DC-MSI in funzione anticomunista dà vita a violentissimi scontri, che culminano nel 1960 a Genova. Tali scontri di natura antifascista quasi obbligano la DC a mutare strategia e ad abbandonare ogni dialogo col MSI, che si ritrova in una sorta di isolamento politico, nel quale resterà per molto tempo. L’isolamento politico costringe il MSI a ragionare come una realtà politica da 4-5%. Fallita la strategia di inserimento nel sistema, non certo per volere dei missini, il partito muta strategia e alla morte di Michelini, nel 1969, diviene segretario nuovamente Almirante. Almirante caratterizzerà la sua attività, oltre che per il carisma e le doti oratorie che lo ergeranno ad icona della destra italiana, per un progetto politico sempre in bilico tra l’inserimento nel sistema politico e la riscoperta e la difesa dei valori sociali del fascismo. La prima mossa di questa strategia fu l’alleanza con i monarchici del PDIUM, portatori di idee conservatrici. Da questa alleanza nasce il MSI-DN (Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale), che nelle politiche del 1972 raggiunge il suo massimo storico: 8,6%. L’ideologia missina inizia a far leva anche nel mondo giovanile, tanto da portare alla nascita del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del partito, che per anni sarà in contrasto con le frange giovanili comuniste. Gli anni Settanta sono anni tragici per il MSI-DN: gli anni degli opposti estremismi. Anni in cui si verificano omicidi di tipo politico sia a danno dei comnisti sia a danno dei giovani missini; a questo deve aggiungersi la nascita di movimenti terroristici della destra extraparlamentare, quali Ordine Nuovo, Terza Posizione, NAR, Avanguardia Nazionale, ecc. Tali movimenti attuano una politica rivoluzionaria e terroristica in contrasto con lo stesso MSI-DN, accusato di un’eccessiva “morbidezza”. A questo si aggiungono gli insuccessi elettorali, causati dalla scissione dell’ala più moderata del partito, che dà vita alla breve esperienza di Democrazia Nazionale. Si accentua in questi anni anche la storica diatriba interna tra Almirante e Rauti. Mentre il primo, seppur legato alle origini della RSI continuava con la sua politica moderata, il secondo si pone come la “sinistra” del partito. Rauti, intravedendo una crisi ormai prossima del comunismo, voleva rivolgersi proprio all’elettorato di sinistra per sconfiggere anche l’altro nemico della destra sociale, il capitalismo. Rauti troverà nei giovani soprattutto un forte consenso, anche attraverso l’iniziativa dei Campi Hobbit, le manifestazioni culturali dei giovani missini del FdG in cui fanno capolino sia lo storico simbolo della croce celtica sia la musica alternativa, ossia quella musica di autori che scrivono testi fortemente legati all’ideologia di destra. Rauti, però, finché Almirante è in vita ha sempre la peggio. Negli anni Ottanta le cose sembra ormai mutate. Il pericolo di uscire dal sistema è superato e il MSI-DN è ormai parte integrante della politica italiana. Nel dicembre 1987, dopo quasi vent’anni, cambia la segreteria nazionale. Il nuovo segretario è Gianfranco Fini, discepolo di Almirante, che ssconfigge Rauti. Tuttavia dal 1988 iniziano tempi abbastanza duri per il MSI-DN. Infatti già nel 1988 muoiono due figure storiche del partito: Pino Romualdi e l’indimenticato Giorgio Almirante. Ne consegue una crisi nei consensi elettorali, che calano fortemente a livello locale. Ciò permette a Rauti di divenire segretario già nel 1990, ma le cose peggiorano ulteriormente e la base del partito corre ai ripari designando come segretario nuovamente Fini già nel 1991. Il 1992 è l’anno di Tangentopoli, vicenda nella quale il MSI-DN esce pulito ed esce come forte accusatore dei poteri forti del Parlamento Italiano. Tuttavia il mutare dello scenario politico e l’approvazione di una legge elettorale tendenzialmente maggioritaria fa sì che vi sia il serio rischio di scomparire. È così che allora Fini tenta di unire al MSI-DN alcuni liberali e democristiani fuoriusciti dai loro vecchi partiti, dissolti dopo lo scandalo delle tangenti. Nasce così nel 1994, non come partito ma solo come cartello elettorale AN (Alleanza Nazionale).
AN nasce in vista delle politiche del 1994: elezioni rivoluzionarie sia per il sistema tendenzialmente maggioritario, sia per le nuove forze politiche che si presentano. AN entra a far parte di una coalizione composta dagli ex democristiani del CCD, dai federalisti della Lega Nord e dal nuovo soggetto politico liberal-riformista Forza Italia, guidato da Silvio Berlusconi. La coalizione di centro-destra ha la meglio e per la prima volta si profila per la destra italiana la possibilità di salire al governo. Con AN, che raggiunge lo storico risultato del 13,5%, nasce la destra di governo. Il successo di AN come cartello elettorale fa maturare in Fini l’ipotesi di trasformare AN in vero soggetto politico. Fini, appoggiato dai due terzi del MSI-DN, nel congresso di Fiuggi del 1995 scioglie il MSI-DN e dà vita ad AN, che mantiene il simbolo della fiamma tricolore. Si tratta di una vera svolta dal momento che si abbandona, almeno formalmente, il legame con l’esperienza fascista e ogni idea di socializzazione, per far posto ad una destra moderna, liberale e conservatrice, che difende sì l’identità nazionale, ma che allo stesso tempo difende il libero mercato (ponendo fine allo storico anticapitalismo missino che andava a braccetto con l’anticomunismo). In molti accettano la svolta, ma per altri è un vero tradimento. Rauti di lì a poco darà vita alla Fiamma Tricolore, con l’intento di proseguire il cammino del MSI-DN, ma il suo obiettivo sarà relegato a percentuali bassissime. La destra sociale, tuttavia, con AN non sparisce: tant’è che all’interno del partito è presente una corrente di destra sociale capitanata da Gianni Alemanno e Francesco Storace. AN nei primi anni di vita gode di un forte consenso. Nelle politiche del 1996 (sempre in coalizione con FI e con gli ex democristiani di CCD e CDU) raggiunge il massimo storico del 15,7%: non basterà però per tornare al governo. Al governo si torna nel 2001, quando la coalizione della CDL (FI, AN, UDC e Lega Nord) vince e torna a governare il paese. Durante gli anni del secondo e del terzo governo Berlusconi (2001-2006), il leader di AN Fini si evidenzia per affermazioni che scindono ulteriormente AN dalle radici fasciste. È il caso dell’affermazione di “fascismo male assoluto” , criticata da Alessandra Mussolini, che fuoriesce e dà vita ad Azione Sociale (che si unisce nell’universo di partiti estremisti dalle basse percentuali come FT e FN). Molte sono le critiche mosse a Fini per le sue affermazioni, anche all’interno del partito. Anche dopo la seconda esperienza governativa le affermazioni antifasciste di Fini continuano. Su tutte si segnalano: quella nella festa nazionale di Azione Giovani, movimento giovanile del partito, in cui invita, non senza polemiche, i giovani a riconoscersi dei valori dell’antifascismo; e quella di aderire al gruppo europeo del Partito Popolare Europeo, abbandonando anche la radice identitaria del partito in favore di una politica più centrista. Da qui la scissione della corrente di Storace, che dà vita a La Destra (anch’essa però non avrà molta fortuna, come precedentemente accaduto anche a FT e AS).
Il resto è storia recente. Lo scenario politico muta ancora. Il governo Prodi II dura poco a causa del frammentario scenario politico e ciò porta al ritorno alle urne nel 2008. Nelle nuove politiche nasce come cartello elettorale un nuovo soggetto politico che unisce i due più grandi partiti del centro-destra italiano, FI e AN: il PDL (Popolo delle Libertà). Il PDL, in coalizione con le forze autonomiste di Lega Nord e MPA, vince le elezioni e sale al governo. Durante la nuova esperienza governativa Fini diviene Presidente della Camera. Qualche tempo dopo il PDL si riunisce per il primo congresso: viene sciolta AN e tutti gli altri partiti fondatori, e nasce ufficialmente il PDL. Un nuovo soggetto politico composto principalmente da FI e AN, ma anche da partiti minori dell’area (DCA, NPSI, AS, Popolari Liberali, Liberal Riformisti). Una forza politica liberale e liberista, che mantiene anche quel carattere conservatore che era stato di AN. Il progetto del PDL è un progetto complesso che rischia di far scomparire l’idea della destra, ma che è allo stesso tempo una sfida per la destra, che ora deve impegnarsi a trasmettere i suoi valori all’interno di questa forza e di tenere vivi quegli ideali per i quali ci si è a lungo battuti.
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