Archive for the ‘Ricordi’ Category

Compagni di scuola

giovedì, aprile 30th, 2009

Qualche settimana fa siamo riusciti, dopo ben 27 anni dalla maturità, a rivederci con una parte dei vecchi compagni di classe del liceo. Grazie a Facebook e alla magia di internet, non c’è voluto molto per riunire davanti ad una buona pizza gente che ha condiviso tutto per cinque anni di scuola e che poi ha intrapreso strade diverse, profondamente diverse, in tutti i sensi, geografici, familiari, sociali, professionali. E’ stato divertente e curioso cercare di riconoscere e riconoscersi, annullare in un istante lo spazio ed il tempo e rivivere le stesse emozioni, gli stessi stati d’animo, la stessa sana voglia di divertirsi e di sfottere di una volta.

Quasi la stessa sensazione che provai la prima volta che mi recai nel mondo da favola di Disneyland, dove per qualche ora si torna bambini, fuori e dentro, e viene spontaneo assumere atteggiamenti, comportamenti e sentimenti che normalmente non avremmo mai il coraggio di esternare.

Dopo un primo impatto un po’ impacciati, legati anche ai preconcetti tipici di queste occasioni, accentuati dallo spettro prospettato dal noto film di Carlo Verdone (sarò riconosciuto/a? dimostrerò più o meno della mia età rispetto agli altri? riuscirò a soddisfare le mie e le loro aspettative?), ci siamo lasciati andare e siamo tornati esattamente quelli che eravamo all’età di 17-18 anni: caciaroni e simpatici con i presenti, cinici e crudeli con gli assenti. Normale amministrazione. Da ammazzarsi dalle risate nel ricordare gli aneddoti, le disavventure, le gite, i professori. Soltanto qualche breve cenno sulla nostra vita di oggi, il lavoro, la famiglia, per non appesantire la serata e non rovinare la bella atmosfera di festa che si era venuta a creare. Una cosa che mi ha un po’ sorpreso, ma in fondo lo speravo, non siamo cambiati più di tanto. Certamente il nostro fisico ha risentito dei quasi 30 anni passati, ma lo spirito, l’entusiasmo, gli interessi, sono rimasti gli stessi, una certezza rassicurante, credo per tutti quanti.

Siamo anche tornati al vecchio bar della scuola, un bugigattolo che una volta ci ospitava nei minuti d’intervallo, durante l’ora di religione, dove chi osava marinare la scuola si rifugiava con la speranza di non essere visto dai professori. Allora era piccolissimo, c’era soltanto lo spazio per il bancone e un flipper che mandavamo sempre, inevitabilmente, in tilt. Ora è tutto cambiato. E’ diventato un locale di tendenza, frequentatissimo nelle serate romane, ampliato e ristrutturato, coloratissimo di luce e rumore. Siamo rimasti sconvolti, età media degli avventori esattamente la stessa che avevamo noi quando quel bar era nostro territorio, ma ora per noi completamente estraneo, come se fossimo stati catapultati all’improvviso in un universo parallelo o nel futuro remoto. In un mondo che non ci appartiene più.

Ci siamo salutati così, forse un po’ tristi e malinconici, con la promessa di rivederci presto, magari con le famiglie al seguito, in un agriturismo ai castelli. Magari senza dover aspettare altri 27 anni.

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

Una domenica a New York

lunedì, maggio 5th, 2008

st.patrick

Per una volta riporto un brano non mio, ma di un mio amico. In realtà è come se lo fosse, perché rispecchia fedelmente le stesse sensazioni provate da me qualche mese fa nella Grande Mela. In generale mi ha ricordato certi aspetti della vita americana che quattro anni fa mi sorpresero e che ora, invece, sono diventati scontati. 

E’ domenica mattina e non “si e’ svegliato gia’ il mercato”, come direbbe Baglioni per Porta Portese, bensì continua a vivere questa immensa metropoli che a dormire non va mai.

Il grigiore tipico di questi giorni opprime le strade inusualmente non tanto affollate e circonda la cima del grande grattacielo, l’Empire State Building, che per un capriccio della storia e’ tornato ad essere la star della sky line neworkese.

Decido di andare a messa, tanto per fare qualcosa che richiami la routine invernale, che quando la vivi magari ti annoia, ma quando non ce l’hai rischia di mancarti, anche se in realtà so di averne bisogno per altri motivi.

E dove andare se non alla Cattedrale di St. Patrick, che rompe in maniera quasi innaturale la successione di negozi, più o meno mega, della Quinta Avenue?  “The Cathedral is the largest Catholic Cathedral in the United States and has been recognized throughout its history as a pre-eminent center of Catholic life in this country” recita il sito della cattedrale. E a te viene da pensare: ma le nostre chiese ce l’hanno il sito web? Ma qui tutto ha un sito, qualunque cosa in America non sia sul web e’ come se non esistesse.

Comunque sia, ti immergi nel brulicante via vai delle strade Newyorkesi, dove le Avenue hanno uno charme che le Street non riescono ad avere: sono “Avenues” la Quinta naturalmente, ma anche la Madison, Park Avenue, la Lexington, Broadway (anche se Broadway, che paradossalmente significa “Strada Provinciale, secondaria”, oppure “strada larga” – anche se di largo non ha nulla – non e’ ne’ Street, ne’ Avenue) ad avere posto nella memoria di tutti noi, per esserci stati o per averle sentite nominare nei film più famosi, mentre alle Street nessuno presta attenzione, servono solo ad indicare gli indirizzi importanti. Come il Madison Square Garden, sulla Ottava, tra la 33 e la 32, oppure come la Carnegie Hall, sulla settima, tra la 57 e la 56. Al massimo servono ad indicare un corner, un angolo al quale il tassista vi porterà, perché non sperate di essere portati dai tassisti di New York ad un indirizzo preciso. Non c’e’ verso: indicate un angolo tra la Avenue e la Street e, se siete fortunati (in un’altra occasione vi spiegherò perché), ci arriverete.

Un attimo però, sulla 56esima c’erano i famosi Ragazzi, quelli della 56ma strada di Ford Coppola, per l’appunto. Quindi anche le strade, grazie a Coppola, hanno una loro dignità nella Grande Mela. Comunque sia, facendoti largo tra i turisti che nel frattempo hanno preso ad invadere la metropoli, arrivi sulla Quinta e d’improvviso vieni colpito dalla straordinaria discontinuità che questa costruzione, St. Patrick, impone alla morfologia della via: le guglie gotiche, infinitamente più basse di tutto quello che hanno intorno sono però le uniche ad esprimere la tensione verso il cielo che interpreta bene il perché tu sia venuto qua.

Entri e pressoché’ subito non ti senti più straniero mentre respiri quell’aria che specie per te, italiano e romano, e’ tanto familiare. Apprezzi subito l’extraterritorialità di quel luogo, il salto indietro dell’atmosfera e della gente che la popola, rispetto al ritmo della vita di pochi metri fa.

Sei in chiesa, in una chiesa cattolica uguale a mille altre seppure particolare come mille altre, che si sta riempiendo di gente, di tanta gente colorata come solo negli USA può esserlo, per la pelle e per gli abiti. Il brusio e’ eccessivo, pensi, ma sai che e’ il tributo che anche i luoghi santi pagano al turismo. Raggiungi un banco, ti siedi tra un messicano ed un’indocinese, che parlano entrambi americano scoprirai dopo quando reciteranno il canto d’ingresso ed attendi. Poi entra una signora con la capigliatura cotonata e quell’aria solenne ma sbrigativa che qui hanno molte signore impegnate nella chiesa come nel club delle begonie, si avvicina al microfono ed invita tutti a non lesinare nelle offerte perché una chiesa così grande e l’attività’ di evangelizzazione della parrocchia (anche se e’ probabilmente normale, non avevo mai guardato New York come un insieme di parrocchie) ne hanno bisogno. Non sarà l’ultima esortazione in tal senso ed i cestini delle offerte passeranno altre due volte durante la messa.

E finalmente comincia la funzione: il brusio sparisce, ragazze anche giovanissime indossano una veletta di pizzo o di tulle ed un chierico intona l’inno accompagnato da un magnifico organo. La solennità invade il tempio ed al termine del canto il sacerdote celebrante (indocinese anch’egli) da inizio alla celebrazione: in the name of the Father…eimen!…eimen? Vuoi dire Amen! Ho capito la fonetica, che la “a” si legge “ei”, ma questo non giustifica la storpiatura. Eppure “eimen” ti risuona nelle orecchie, ti accorgi che ha il sapore di un antico gospel e decidi di accettarlo. Da lì in poi e’ tutto un rincorrere il rito cercando nel messale le preghiere che tu pensi in italiano e loro recitano in inglese. Ma le parole sono le stesse, il senso e’ lo stesso, la predica ti parla di un mondo sempre più smarrito e disorientato, esattamente come il tuo Parroco fa ogni domenica. E la barriera linguistica che al ristorante ti fa ordinare la cotoletta per ottenere la scaloppina, qui non ha nessun senso.

Poi esci, il sole inonda la strada, la città, arrivando dall’alto, da molto in alto, giacché per farlo deve incunearsi tra i profili dei grattacieli e non sai se quel sole si e’ acceso grazie a te, dentro di te o per te.  Fai ancora la quinta, ritornando sui tuoi passi di poche ore prima, eppure tutto e’ cambiato. C’e’ la gente, ma ha una faccia diversa, e’ più gioiosa, più serena, spensierata. E tu percorri ancora la famosa avenue, attraversi stando attento a non farti investire dai tassisti e raggiungi il marciapiede opposto, passi davanti al Rockefeller center dove almeno tre persone ti chiedono di fargli una fotografia (sono giapponesi o cinesi?), dove molti hanno le mani piene di pacchi (italiani) e poi svolti sulla 42esima e lì incontri Julia Roberts. “JuliaRobertsquellavera” che esce dal negozio di Armani, non un’imitazione, con tanto di bodyguard e di gipponi neri che scortano una limousine infinita!

E ti rendi conto di essere tornato a New York.

 

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

I vecchi cartoni: la Linea

sabato, aprile 12th, 2008

Immagine anteprima YouTube

La linea va a pesca

Questa volta voglio ricordare un cartone animato tutto italiano. Nato, nel 1969, dalla penna ispirata di Osvaldo Cavandoli, “la linea” fu un’idea geniale partorita per il mondo della pubblicità (Pentole Lagostina) ed il mitico Carosello, ma ben presto acquistò vita propria e trovò tantissimi estimatori anche e soprattutto oltre confine. In Italia purtroppo non fu possibile vedere i tanti episodi realizzati al di fuori del contesto di Carosello, perchè divenne subito troppo scontato associare “la linea” alle pentole Lagostina, per cui anche senza mostrare il marchio venne considerata comunque pubblicità indiretta.

Immagine anteprima YouTube

La linea in bicicletta

Esattamente l’opposto dei moderni cartoni 3D, fu l’unico esempio d’animazione 1D, ad una sola dimensione. La stilizzazione fu portata all’estremo, tutto fu ridotto all’essenziale, compresi i dialoghi del personaggio, spesso arrabbiato e prepotente, rivolti sempre verso il suo stesso disegnatore e pressocché incomprensibili. Un raro esempio d’arte concettuale al servizio della pubblicità e, pertanto, dello sfruttamento commerciale.

Immagine anteprima YouTube

Sexy Linea

Sicuramente un personaggio dissacrante, soprattutto per quell’epoca. Il suo rapporto conflittuale con la mano del suo disegnatore, sintetizzava molto fedelmente il grande conflitto generazionale di quei tempi. Era una continua sfida tra un padre-padrone onnipotente e a volte dispettoso e un figlio ingenuo, insoddisfatto, esigente e prepotente, alla continua ricerca di qualcosa ma in fondo alla ricerca di se stesso.

 Immagine anteprima YouTube

Lo spot Lagostina

Per la sua natura e per le scelte della TV di Stato questo cartone, pertanto, non fu trasmesso con cadenza fissa, ad esempio settimanale come successe per Gustavo o il professor Baltazar, ma apparve saltuariamente tra i lunghi spot di Carosello. Fu un valido motivo in più, per noi bambini, per assistere a quell’autentico spettacolo preserale (ne parleremo spesso prossimamente) ed esprimere gioia sincera quando appariva uno sfondo tutto nero e una mano che tracciava una linea bianca al suono delle note della famosa canzone di Charlie Chaplin in Tempi Moderni “Lui cerca la Titina”.

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

I vecchi cartoni: Professor Baltazar

lunedì, aprile 7th, 2008

Immagine anteprima YouTube

Il professor Baltazar e il vigile (in croato?)

Anche questa volta voglio raccontarvi di un cartone animato che andò in onda a cavallo tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70: il professor Baltazar (profesor Balthazar). Anche questo cartone fu realizzato oltre cortina, nell’est europeo e per la precisione a Zagabria (allora Jugoslavia), oggi capitale della Croazia. Rispetto all’ungherese Gustavo era molto più semplice e ingenuo, veramente per bambini.

Immagine anteprima YouTube

Il professor Baltazar va in vacanza (in inglese)

Il protagonista di questo cartone era un vecchio professore, scienziato e inventore, con occhiali e cappello, stempiato, dal cuore molto tenero. Ogni volta che vedeva qualcuno in difficoltà si sforzava per trovare una soluzione tecnologica. Quasi sempre, tuttavia, la soluzione era sì molto fantasiosa, ma assolutamente irrazionale, surreale, paradossalmente l’opposto che ci si poteva aspettare da un genio come lui. La procedura era sempre la stessa, dava l’input ad un grande cervello elettronico e il risultato sotto forma di soluzione liquida, usciva da un rubinetto. Una formula magica che donava la felicità a chiunque.

Immagine anteprima YouTube

Il professor Baltazar e il tramviere (in croato?)

Come Gustavo anche il professor Baltazar aveva una sigla molto orecchiabile. I disegni, anch’essi molto stilizzati e sempre piuttosto naif, erano molto colorati anche se allora non lo potevamo sapere perché la TV era in bianco e nero. Purtroppo non ho trovato su YouTube nessun episodio in italiano, comunque, come Gustavo, i dialoghi erano pressocché inesistenti. C’era soltanto una voce fuori campo che dava semplici spiegazioni. Anche questo cartone veniva trasmesso la domenica pomeriggio e non mi ha mai veramente entusiasmato, ma a quel tempo non c’erano alternative. Meglio di niente…

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

I vecchi cartoni: Gustavo

martedì, aprile 1st, 2008

Immagine anteprima YouTube

Gustavo cerca moglie

Desidero inaugurare una nuova rubrica in cui ricorderò alcuni cartoni animati che hanno segnato la mia infanzia e che non ho più rivisto da allora.

Chi è molto giovane mi perdonerà di questo amarcord un po’ forzato, che in fondo non lo riguarda, ma credo che in ognuno di noi possa stimolare una certa curiosità. Nell’epoca di chi è abituato agli anime giapponesi ed ai cartoni supertecnologici della Dreamworks probabilmente non diranno molto, ma secondo me, non potendo sfruttare la narcosi dei grandiosi effetti speciali dei nostri giorni, quei cartoni avevano dei contenuti, qualcosa da dire, soprattutto riservato agli adulti. 

Immagine anteprima YouTube

Gustavo e il complesso d’inferiorità

Quello che ho scelto oggi è uno dei più vecchi e dimenticati. Quando ho trovato su youtube molti suoi episodi mi sono eccitato come un bambino. Si tratta di Gustavo, un racconto semiserio e un po’ surreale, una parodia del classico uomo medio e le sue frustrazioni, sempre un po’ pasticcione e spesso sfortunatissimo. Un mix stilizzato e un po’ naif tra Paperino, Charlot, Mr. Bean e Fantozzi, realizzato nella Ungheria sovietica alla fine degli anni sessanta. Per noi bambini era divertente, anche perchè era uno dei pochi cartoni trasmessi, la domenica all’ora di pranzo, dalla tv monocanale, monocolore (politico) e monocromatica dell’epoca.

Immagine anteprima YouTube

Gustavo e la mosca

Ogni episodio durava 5-6 minuti e raccontava una storia con una morale ben precisa. Gustavo (Gusztav, Gustavus, Gustav) con la sua immancabile bombetta, probabilmente per la propaganda sovietica del tempo stava a simboleggiare la goffaggine della società capitalistica, a volte presuntuosa e arrogante, ma sempre perdente. Un simbolo della pochezza umana che trova il suo apice nel quotidiano moderno. Mi sono sempre chiesto, successivamente, come mai venisse trasmesso sul nostro unico canale nazionale in piena guerra fredda. Fa impressione e un po’ tenerezza vedere quanto la modernità per quell’epoca non sia poi cambiata di molto, dopo quarant’anni.

Immagine anteprima YouTube

Gustavo imbroglione

Spero di aver stimolato la fantasia e la curiosità di qualcuno, ma nessuna parola può raccontare meglio di una attenta visione. Fortunatamente grazie a YouTube è possibile vedere decine di episodi. Ricordo che soltanto un paio di anni fa, non c’era traccia di Gustavo in tutta la rete.  

Buon divertimento!

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

Viaggio a Capo Nord – L’epilogo

mercoledì, marzo 19th, 2008

copenhagen

Classica foto ricordo davanti alla Sirenetta di Copenhagen

(10^ parte – vedi la puntata precedente - comincia dall’inizio

Vivere la Festa dell’Acqua a Stoccolma ci appagò completamente. Ormai per noi il viaggio poteva ritenersi concluso. Passammo quello che restava della notte ancora una volta in auto, in qualche area di servizio tra Stoccolma e Norrköping. Ci aspettavano ancora circa tre giorni di viaggio prima di poter dormire nel nostro letto di casa, eravamo piuttosto stanchi, ma eravamo pienamente soddisfatti di come era andata fino ad allora. L’unico pensiero che ci assillava: come rendere ancora interessante la rimanente parte del nostro epico viaggio? La mattina del 16 agosto puntammo decisi verso Copenhagen, rientrammo pertanto in Danimarca, prendendo ancora una volta il traghetto, da Helsingborg (Svezia) ad Helsingor (Danimarca), e potemmo mettere un’altra bandierina nel nostro album dei ricordi. Andare a Copenhagen e non fare una foto con la statua della Sirenetta è un po’ come andare a Roma e non vedere il Colosseo o a Parigi e ignorare la Torre Eiffel. Malgrado fosse un’icona notissima, vederla da vicino ci sorprese comunque. Non saprei come spiegare le nostre sensazioni, forse l’avevamo immaginata più grande, abituati alle grandi statue equestri delle nostre piazze principali. Invece era lì, a grandezza naturale o forse anche un po’ più piccola, sola e indifesa, tenerissima, come una qualsiasi bella teenager danese a prendere il sole in topless su uno scoglio del Mare del Nord. Entrò subito nelle nostre simpatie, ce la saremmo portata con noi, molto volentieri.

mappa stoccolma amsterdam

 Nono giorno: da Stoccolma (Svezia) ad Amsterdam (Danimarca)

Fatto un rapido giro della bella città di Copenhagen, fummo colpiti dalla sua estrema pulizia, da alcuni scorci interessanti, malgrado sia una città moderna con un grande porto industriale,  e dallo spettacolare cambio della guardia, davanti ai cancelli del Palazzo Reale “Amalienborg”. La nostra tappa successiva ci costrinse a deviare un po’ la rotta. Anche se eravamo completamente esausti, non riuscivamo a rinunciare a nulla. Ci chiedemmo: visto che ci troviamo, siamo arrivati fin quassù… perché non facciamo un salto anche ad Amsterdam? Detto, fatto. Arrivammo alla Venezia del Nord in tarda serata. Ormai non avevamo più né la voglia né le giuste energie per godere delle bellezze architettoniche, dei viali alberati, dei silenziosi canali. Avemmo soltanto la forza di farci un giro nel quartiere a luci rosse, tappa obbligata per soddisfare la curiosità di quattro scapoloni d’oro in gita di piacere. Effettivamente ne valse la pena, la caratteristica atmosfera di quei vicoli di perdizione è da provare, anche se venne spontaneo un sentimento di pena e compassione nei confronti di quelle ragazzine in vetrina. Fummo anche avvicinati da numerosi … “venditori di fumo” che letteralmente ci assalirono appena si accorsero che eravamo italiani. Evidentemente gli italiani sono ottimi clienti da quelle parti. Trovare una pensione o un ostello decente dove passare la notte, assorbì le ultime energie che ci restavano. Non ricordo quale soluzione trovammo, ma sono sicuro che non pernottammo in un albergo a 5 stelle… 

L’ultimo tratto che restava da percorrere era ancora molto, troppo lungo. Visto che a quel tempo vivevo a Torino e, molto previdentemente, mi ero portato appresso le chiavi del mio appartamentino, decidemmo di deviare ancora una volta il nostro itinerario. Così scendemmo lungo il confine tra Francia e Germania, in Alsazia, vedemmo Ginevra dall’alto ed arrivammo ad Aosta in serata. Ancora un piccolo sforzo e riuscimmo finalmente a mangiare, verso mezzanotte, un piatto di spaghetti aglio e olio a casa mia (ne ho sempre avuto qualche scorta nella mia dispensa) e ci riposammo in un comodissimo letto dopo tanti giorni di soluzioni a dir poco… arrangiate.

Così potemmo raderci, darci una bella rinfrescata e fare una bella impressione al nostro arrivo ad Ariano, la sera del 18 agosto. Fare tappa a Torino fu un’ottima pensata. Se i nostri parenti arianesi ci avessero visto in quali condizioni eravamo sbarcati in Piemonte la sera prima… si sarebbero presi un bello spavento!

mappa amsterdam ariano
Decimo giorno: da Amsterdam (Olanda) a Torino
Undicesimo giorno: da Torino ad Ariano Irpino

Tirare le somme di un viaggio del genere non è facile. Credo che dal mio racconto sia emerso un certo spirito d’avventura, forse d’incoscienza, ma soprattutto l’immenso patrimonio di ricordi, di immagini, di esperienze che ne abbiamo tratto. Quello fu il primo di tanti altri viaggi che intraprendemmo anche nelle estati successive, con lo stesso gruppo affiatato, ma mai riuscimmo ad eguagliare le emozioni provate la prima volta.

Se consigliarlo può sembrare scontato, mi azzarderei a suggerire proprio il nostro metodo, tutto in auto o meglio in camper, e soprattutto il nostro spirito. La nostra epoca ci permette di raggiungere in breve tempo mete che un tempo erano inavvicinabili, tuttavia per gustare certe esperienze, per provare certe emozioni, occorre vivere ogni istante della nostra vita, ogni chilometro del nostro percorso, come se fosse il più importante, il capitolo principale del libro della nostra storia. Il nostro unico errore, se così si può chiamare, fu solo quello di andare troppo di fretta, tante belle città furono soltanto sfiorate dal nostro cammino. Del resto percorrere quasi 11.000 km in 11 giorni è un tour de force particolare, quasi un record. Ma noi ne fummo pienamente coscienti, lo considerammo una sorta di “viaggio di perlustrazione” per individuare quali città fossero veramente meritevoli di essere visitate, un giorno, con più attenzione, e ci impegnammo a prendere nota per tornarci, con maggiore calma, magari con compagni di viaggio diversi.

Da allora, infatti, città come Amterdam o Stoccolma le ho riviste più attentamente, in un’altra stagione, di giorno, ho avuto l’opportunità di visitare alcuni musei splendidi (mi vengono ancora i brividi al ricordo delle emozioni provate nel Museo di Van Gogh e nel Rijksmuseum), ma forse, se non ci fossi già stato in quella occasione, non avrei dato loro la giusta importanza e soprattutto la possibilità di una seconda chance. 

altra foto a capo nord 

 Altra foto ricordo a Capo Nord

Nessun libro di storia o di geografia può insegnare tanto quanto un viaggio fatto bene. Naturalmente il nostro, più che un viaggio fu una scommessa, una sfida con noi stessi, ma col passare dei giorni ci rendemmo conto che il vero obiettivo raggiunto non era stato Capo Nord, ma il viaggio stesso, le migliaia di paesaggi, di aneddoti, di storie di persone incontrate per caso. Tutto quello che abbiamo visto ci ha arricchito in una maniera straordinaria e la dimostrazione è che a distanza di 15 anni, malgrado le nostre vite abbiano intrapreso percorsi diversi, al ricordo di quegli undici giorni, ancora nei nostri occhi si accende una luce particolare e scattano sensazioni uniche di complicità e amicizia sincera.

(Fine)

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

Viaggio a Capo Nord – Stoccolma

venerdì, marzo 7th, 2008

sul traghetto 

In viaggio da Turku (Finlandia) a Stoccolma (Svezia)

(9^ parte – vedi la puntata precedente - comincia dall’inizio

La mattina del 15 agosto ci svegliammo piuttosto riposati. E fu una giornata completamente dedicata al riposo. Quel giorno, infatti, non percorremmo più di 170 km in auto. Facemmo un rapido giro a piedi sulla pista di atletica dello stadio Olimpico di Helsinki e ci rimettemmo in viaggio verso la città di Turku dove ci aspettava il traghetto della Viking Line che ci avrebbe condotti a Stoccolma.

In realtà fu una vera e propria crociera, che durò circa 10 ore in una splendida cornice di terra e di mare. Una meravigliosa giornata di sole ci permise di godere ed apprezzare un bellissimo panorama. Facemmo così la conoscenza del Mar Baltico, un’altra regione europea completamente sconosciuta a noi, fino qualche giorno prima. Nel tratto d’acqua che separa Turku da Stoccolma, che in linea d’aria saranno 200 km, ci sono decine di migliaia di isolotti. Un’altro spettacolo della natura! Dopo i laghi finlandesi, così numerosi e ravvicinati, avemmo una sensazione simile, ci riuscì difficile capire se si trattava veramente di tante isole o al contrario di terra ferma coperta dall’acqua.

mappa helsinki stoccolma

Ottavo giorno: da Helsinki (Finlandia) a Stoccolma (Svezia)
[clicca sulla mappa per vederla ingrandita]

Il traghetto fece un lentissimo e dolcissimo slalom in quell’enorme arcipelago. La nave era molto grande e spesso tememmo che non riuscisse ad avere la giusta agilità per scansare tutti quegli ostacoli naturali. A volte fu quasi costretta a fermarsi.

Durante la giornata, mentre oziavamo al sole, facemmo amicizia con uno svedese (un uomo, putroppo) che ci raccontò tante storie interessanti legate a quelle isole. Ci spiegò che la maggior parte non sono abitate, ma che da qualche anno era in corso una strana competizione, soprattutto tra i più ricchi svedesi, nell’acquistarne almeno una.

Ormai era un vero e proprio status symbol possedere un’isola nel Mar Baltico, come avere l’auto di grossa cilindrata o la barca. Ce n’erano di tutte le forme e dimensioni, ma la maggior parte non erano più grandi di un paio di campi da basket. Erano tutte coperte da foltissima vegetazione e molte avevano un minuscolo porticciolo per l’attracco di una piccola imbarcazione.

Insomma scoprimmo che i ricchi ma non avevano solo una villa al mare, ma un’intera isola!

Nessuno di noi quattro si può considerare un lupo di mare, avendo nelle nostre vene autentico sangue irpino, pertanto, dopo 10 ore di movimento ondulatorio, lento ma costante, fummo veramente sollevati quando attraccammo nel porto di Stoccolma… ancora qualche minuto e il nostro stomaco ci avrebbe fatto qualche brutto scherzo. Gianluca fu quello che ebbe la peggio e soffrì parecchio per tutto il viaggio. 

capo nord foto di gruppo

Un’altra foto ricordo davanti ad un monumento a Capo Nord.

Stoccolma è una città fantastica. Senza dubbio la più bella e interessante di tutto il nostro viaggio in Scandinavia. Arrivammo nel tardo pomeriggio e, appena messo piede a terra, immediatamente ci accorgemmo che avevamo azzeccato il giorno giusto. Era il 15 agosto e a Stoccolma si festeggiava la serata finale del Water Festival (in svedese Vattenfestivalen) la più pazza e divertente festa della capitale svedese!  Non so se ai nostri giorni sia ancora così, ma allora, negli anni ‘90, la seconda settimana di agosto la città si trasformava completamente. In ogni angolo, in ogni piazzetta, veniva allestito un palco dove si poteva suonare, ascoltare, ballare, musica di ogni genere. Migliaia di ragazzi e ragazze da tutta Europa si riunivano nel nome del sano divertimento con il nobile scopo di rendere onore all’acqua, l’elemento naturale senz’altro più presente a Stoccolma. La città, infatti, per certi versi può ricordare Venezia, perchè giace su 14 isole, ma rispetto alla Serenissima è viva, giovane, intraprendente.

Ci deliziammo quella sera. Naturalmente come tutti i popoli nordici anche gli svedesi non si divertono se non sono sufficientemente saturi di birra, ma non assistemmo alle scene disgustose di Helsinki. Tutti erano allegri e molto espansivi, ma senza esagerazioni.

Le svedesi (finalmente!) furono molto intraprendenti e ci coinvolsero nelle loro danze, in pochi secondi entrammo anche noi nel vortice del divertimento. Io avevo la telecamera sempre con me e fu per loro un motivo in più per mettersi in mostra e scatenarsi a ballare distribuendo baci a chiunque fosse a tiro…

Ebbene sì, la nostra idea sulle ragazze svedesi fu pienamente confermata… Al ritmo degli svedesissimi Ace of Base con la loro famosa “All that she wants”, trascorremmo così tutta la notte e fummo veramente soddisfatti di come andò. A fine serata lo spettacolo dei fuochi d’artificio che si specchiavano nell’acqua dei canali, fu l’ultima ciliegina su una torta memorabile. 

Eravamo così eccitati quella sera, che la multa per divieto di sosta che trovammo sul parabrezza dell’auto non scalfì neanche lontanamente il nostro magico umore e la stracciammo senza pensarci due volte. Qualche mese più tardi il papà di Massimo, proprietario dell’auto, ricevette una notifica strana scritta in svedese… chissà se l’ha mai pagata!

(continua)

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

Viaggio a Capo Nord – Siamo a Helsinki

venerdì, febbraio 29th, 2008

traghetto

Uno dei tanti traghetti

(8^ parte – vedi la puntata precedente - comincia dall’inizio

La mattina del 14 agosto, abbandonammo il Circolo Polare Artico e ci dirigemmo senza esitazione verso sud. La strada da Rovaniemi alla capitale Helsinki è un lunghissimo rettilineo che invita ad accelerare. I finlandesi devono essere dei grandi appassionati di motori, infatti spesso incontrammo auto da rally coi motori truccati, marmitte rumorosissime, spoilers improbabili, tutte tappezzate da adesivi coloratissimi. Evidentemente non sarà un caso che la Finlandia esprima tanti talenti tra i piloti di rally e formula 1 come Häkkinen, Räikkönen e Mika Salo.

Invogliati dalla strada, sollecitati dall’atmosfera sportiva e distratti dalla stanchezza di un’intera settimana di viaggio ininterrotto, cominciammo, senza accorgercene, ad accelerare un po’ la nostra andatura. Ed ecco che all’improvviso un’auto della polizia che veniva in senso opposto ci intimò lo stop. In quel momento mi trovavo proprio io alla guida e non nascondo che cominciai a temere il peggio. Il poliziotto si avvicinò lentamente alla nostra auto ed esclamò: “you drive too fast!”. Naturalmente non trovavo le parole e balbettai qualcosa come “sorry, don’t understand”. Allora con grande pazienza prese un pezzo di carta e cominciò a scrivere, parlando un inglese perfetto e comprensibilissimo. Mi spiegò che in Finlandia, a differenza che in Italia, il limite massimo sulle strade statali è di 100 km/h mentre noi andavamo a 135 km/h. Poi mi spiegò anche il motivo. “Devi sapere”, mi disse, “che la velocità deve necessariamente essere bassa per la presenza di una pista ciclabile sul bordo della strada”. Infatti per almeno 300 degli 800 chilometri che separano Rovaniemi da Helsinki, la strada è costeggiata da una lunghissima corsia riservata alle biciclette, “non possiamo mettere a rischio la vita dei nostri bambini”, aggiunse. A questo punto ci aspettavamo una multa salata, il ritiro della patente o il sequestro dell’auto. Già ci vedevamo chiusi in cella ad attendere che i nostri genitori venissero a liberarci… e invece nulla di tutto ciò! Il poliziotto ci disse con un sorriso bonario: “Capito tutto? Allora potete andare ma, mi raccomando, andate piano”.

mappa rovaniemi helsinki

Settimo giorno: da Rovaniemi a Helsinki (Finlandia)

La Finlandia è un paese incredibile. Poco popolato come tutti i paesi nordici, ma strapopolato di zanzare. Ci sembrò di vivere una delle dieci piaghe d’Egitto. Per tutto il giorno, malgrado non piovesse, fummo costretti a tenere i tergicristalli in movimento per liberare il parabrezza dalle migliaia di zanzare che continuavano a spiaccicarvisi contro. Spesso dovemmo fermarci e dare un colpo più energico di spugna, ma questa operazione era difficilissima perchè non si riusciva a stare all’aperto senza esserne colpiti. Le solite fermate alle cabine telefoniche per Giuseppe furono una vera sofferenza, avevamo l’impressione che proprio le cabine fossero gli ambienti preferiti di quegli insetti maledetti.

Perchè questo fenomeno?  La Finlandia è un paese che ha più laghi che terra ferma. Ce ne sono quasi 200.000! Ci sono zone in cui i laghi sono così numerosi che non si riesce a comprendere se si tratta di tanti bacini collegati tra loro o di un’enorme distesa d’acqua ogni tanto interrotta da isolotti. La strada che attraversa la nazione da nord a sud è praticamente un ponte lunghissimo, che saltella da un lembo di terra a quello successivo.

Il paesaggio non ha niente a che fare con quello norvegese, perché è tutto piatto, tipo la Pianura Padana, ma il contatto con la natura è molto rassicurante. I Finlandesi furono un’autentica sopresa. Simpaticissimi, con una parlata senza dubbio particolare, più simile all’ungherese che agli idiomi scandinavi di matrice anglosassone. E’ una bellissima melodia, sembra una cantilena, a volte ricorda cadenze dell’estremo oriente.   

gianluca e massimo

Foto ricordo per Gianluca e Massimo

Arrivammo ad Helsinki abbastanza presto. Ne approfittammo per trovare subito un posto per dormire e poi uscire per vedere come fosse il sabato sera finlandese. Tirai fuori il mio mitico manuale dei campeggi ed ostelli scandinavi e cominciammo a girare per la città in cerca degli indirizzi proposti. Arrivammo nella zona in cui fu allestito il villaggio olimpico per i Giochi di Helsinki 1952. Seguendo le indicazioni, l’indirizzo dell’ostello ci portò direttamente dentro lo Stadio Olimpico! Non riuscivamo a capire. L’indirizzo dell’ostello e quello dello stadio coincidevano! Cominciammo a cercare all’interno della struttura e alla fine, effettivamente, lo trovammo. Frequentatissimo da ragazzi, l’ostello era anche piuttosto pulito e ben organizzato. Non ci facemmo scappare l’occasione unica di poter dire di aver dormito nello Stadio Olimpico di Helsinki!

Risolto il problema per la notte, ci recammo in centro. Non c’erano molte auto in giro, mentre c’erano tantissimi ragazzi a piedi. Più ci addentrammo nel cuore della città più ci rendemmo conto che succedevano fatti strani. Ovunque c’erano giovani, giovanissimi, completamente ubriachi che vagavano barcollando come zombie senza meta. Ragazzine non più che quindicenni, con indosso soltanto camicette striminzite e minigonne, vomitavano ai bordi delle strade. Sembrava una scena di quei film sexy-horror degli anni ‘70! Contemporaneamente c’erano file molto lunghe di ragazzi e ragazze composti, distinti ed elegantissimi, educatamente in attesa di entrare nei locali, probabilmente birrerie o discoteche.  C’era un contrasto inconcepibile. Ogni tanto sfrecciavano macchinoni in stile americano anni ‘50, decappottabili, con ragazze biondissime e bellissime, in abiti succinti, che urlavano e ridevano con una birra in mano. Questa scena, invece, ci sembrò di vivere il film “La dolce vita”. 

Continuavamo a non capire.

suomi finland

Foto ricordo per Giuseppe e Pietro
(Giuseppe è particolarmente alto… non sono io un nano!)

Il giorno successivo qualcuno ci spiegò l’arcano. Probabilmente per una politica antialcolista, le tasse sugli alcolici erano molto alte e bere era diventato un lusso per pochi. Soprattutto consumare alcolici nei locali più di moda era diventato proibitivo. Pertanto i ricchi erano quelli che facevano la coda per bere all’interno dei locali, i poveri erano quelli che si ubriacavano a casa, prima di uscire. A fattor comune, comunque, non era previsto altro divertimento se non a seguito di una grande sbornia.

Mentre vagavamo con la nostra macchina, una delle poche in questo scenario apocalittico, un’auto della polizia ci fermò ancora una volta. Che giornata! Visto che eravamo gli unici a muoversi in auto, probabilmente, pensammo, non avevamo visto qualche divieto, forse si trattava di un’isola pedonale… Invece il poliziotto, molto meno gentile del suo collega incontrato in mattinata, intimò a Massimo, che stava alla guida, di soffiare in un palloncino. Ci facemmo una risata! C’era un milione di persone ubriache che vagavano per la città e gli unici a cui stavano chiedendo la prova del palloncino eravamo noi che non vedevamo un bicchiere di vino o di birra da almeno 7 giorni!

Naturalmente ci lasciò andare, ma dopo aver girato per la città abbastanza disgustati, la puzza di birra e vomito era ovunque, ci ritirammo ed andammo a dormire.

L’ostello, di notte, non era poi così attraente com’era sembrato qualche ora prima, soprattutto dopo aver assistito a quello squallore in  centro. Ma anche stavolta la stanchezza prese il sopravvento (i portafogli ormai erano quasi vuoti) e ci addormentammo di sasso. 

(continua)

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

Viaggio a Capo Nord – La Finlandia

martedì, febbraio 26th, 2008

Fiat 500

 Una vecchia Fiat 500 a Capo Nord (Norvegia)

(7^ parte – vedi la puntata precedente - comincia dall’inizio

Andare a Capo Nord è qualcosa di più di un viaggio, è un’avventura, una sfida con se stessi. Non si tratta certo di uno sport estremo, né occorre superare prove impossibili, come attraversare il Sahara o la giungla amazzonica, però ti lascia comunque qualcosa dentro, una soddisfazione interiore che rimarrà sempre nel cuore, indelebile. Sono tanti coloro che vi si recano con i mezzi più strani. Naturalmente il camper o la roulotte sono quelli più idonei, se non altro perché la Norvegia offre tantissime “utilities” come campeggi e aree di sosta equipaggiatissime. Sono anche tantissimi i centauri che sono affascinati dai tornanti a picco sul mare. Ogni tanto si vede anche qualche ciclo-turista a pedalare con lo zaino in spalla, comodo perché non ci sono grandi rilievi da superare, anche se il clima può essere l’unico nemico. Da tutta Europa sono anche tanti coloro che arrivano in gruppo. Ne abbiamo incontrato uno molto numeroso, ad esempio, che veniva dalla Francia. Avevano tutte auto decisamente vecchiotte (c’erano anche alcune FIAT 500) che erano completamente tappezzate di sponsors. Dev’essere un modo di viaggiare molto divertente. 

Gli italiani, come al solito, si dintinguono sempre. Per tutta la Norvegia ne avevamo incontrati pochissimi. Prevalentemente erano del Nord, Milano, Brescia, Piacenza, con campers grandi e attrezzati. Per tutto il viaggio di andata ci eravamo domandati che fine avessero fatto tutti gli altri italiani. Eravamo veramente sorpresi e forse un po’ delusi da questa cosa. Invece, appena entrammo nel Tourist Center di Nordkapp, fummo letteralmente sommersi da una valanga di romani e napoletani, con il loro tipico vociare animato. Ma da dove erano arrivati? In effetti per chi volesse andare a Capo Nord, volendo evitare di fare tutta la strada, è facilissimo: basta prendere una serie di aerei che ti portano fino all’aeroporto più vicino (credo sia ad Alta) e poi da lì con il pullman è un gioco da ragazzi! Che vergogna… Che gusto c’è? E’ come se uno volesse scalare il K2 e poi si facesse calare direttamente sulla vetta con un elicottero… 

Dopo l’abbuffata di Capo Nord, toccò rimettersi in viaggio per tornare a casa. Ma non avemmo la sensazione di aver terminato qualcosa, anzi, fummo subito coscienti che eravamo soltanto al giro di boa. In fondo Capo Nord era stata solo una scusa. Tutta quella strada non era servita solo a farci dare la solita pergamena che attestava il raggiungimento dell’obiettivo. L’attrattiva principale del viaggio era il viaggio stesso e questo dava un valore assoluto anche e soprattutto al nostro itinerario di ritorno.

Decidemmo, pertanto, di evitare per quanto possibile di ripercorrere lo stesso itinerario dell’andata, per scoprire ogni giorno sempre cose nuove. Optammo per un percorso che avrebbe attraversato tutta la Finlandia da nord a sud.

mappa nordkapp rovaniemi

Sesto giorno: da Nordkapp (Norvegia) a Rovaniemi (Finlandia)

Cominciammo a scendere puntando verso la Finlandia, quando ci imbattemmo in un branco di renne nelle vicinanze di un villaggio lappone. La Lapponia è una regione molto grande che si estende in tutta la parte settentrionale della Scandinavia e comprende alcune regioni della Svezia, della Finlandia e della stessa Norvegia. I lapponi, da queste parti, sono come gli indiani d’America. Chiusi in riserve, apparentemente vivono di pastorizia, con le loro immancabili renne, ma in realtà producono oggetti d’artigianato da vendere ai numerosi turisti di passaggio. Chi si lascerebbe scappare un bel souvenir fatto dalle mani autentiche di un lappone?

Entrando in Finlandia, dalla moderna e civilissima Norvegia, restammo un po’ sorpresi. Ci sembrò di tornare indietro nel tempo. Il paesaggio, le strade, la forma delle rare case, cambiarono totalmente. Ci sembrò di attraversare un invisibile muro, come quello che separava, ai tempi della guerra fredda, la Germania Est dalla Germania Ovest. Da una parte, più che la tecnologia, c’era il progresso, dall’altra parte la desolazione. 

I primi chilometri in Finlandia ci sembrò di attraversare il deserto dell’Arizona. Una lunghissima strada, un rettilineo perfetto, che con andamento ondulante si addentrava nel cuore di un’arida steppa. Anche l’ingresso nel nuovo stato ci sorprese piuttosto impreparati. Non trovammo un ufficio turistico a darci il benvenuto e soprattutto non riuscimmo a cambiare i soldi, né a comprare le solite schede telefoniche per Giuseppe. Anche stavolta ci arrangiammo a mangiare soltanto qualche biscotto e un po’ di frutta che avevamo messo di scorta qualche giorno prima.

souvenier

Un accampamento di lapponi con relativo negozio di souvenir

Arrivammo in serata a Rovaniemi, una delle mete turistiche più note della Finlandia. Si tratta infatti della città, riconosciuta a livello mondiale, dove abita Babbo Natale. Non nascondo che tornammo bambini per qualche ora. Il villaggio dedicato all’omaccione vestito di rosso è fatto veramente bene. Non manca nulla, c’è persino un autentico ufficio postale. Bisogna sapere che, secondo una convenzione stipulata in tutto il mondo, qualsiasi bambino voglia scrivere una lettera a Babbo Natale, sa che se la spedisce arriverà qui ed otterrà una risposta.  E’ sufficiente scrivere “a Babbo Natale” sulla busta e metterla nella buca delle lettere.

L’ufficio postale è interessantissimo. E’ possibile leggere le letterine scritte in tutte le lingue del mondo. Rovistando tra le montagne di corrispondenza sugli scaffali e su alcune scrivanie trovammo una lettera scritta da una bambina genovese che chiedeva a Babbo Natale un vestitino che aveva visto in un negozio del centro, era tenerissima! E’ possibile anche segnalare il vero indirizzo di un bambino, perché Babbo Natale possa scrivergli direttamente. Io ci provai e misi i dati del mio fratellino (che allora aveva 23 anni) tanto per vedere se avrebbe mantenuto la promessa. Tutto vero! Il Natale di quell’anno, mio fratello ricevette gli auguri nientemeno che da Babbo Natale in persona!

Naturalmente lo incontrammo, ma non avevamo il coraggio di avvicinarci. L’unico che superò la timidezza fu il solito Gianluca che si fece una foto con lui… e poi ne approfittò per fare qualche altra foto anche con qualche sua bella e giovane assistente.

Rovaniemi

Conoscenze a Rovaniemi (Finlandia)

Quella sera la temperatura era un po’ più alta, allora decidemmo di montare la tenda canadese. Per fare un’esperienza un po’ particolare la montammo esattamente sopra una striscia, disegnata per terra, che indicava  il passaggio del parallelo che identifica il Circolo Polare Artico. Rovaniemi, infatti, è l’equivalente finlandese del sito che incontrammo qualche giorno prima in Norvegia.

Per passare la notte ci organizzammo in questo modo: io e Giuseppe in tenda, Gianluca e Massimo in macchina. Voi direste: fortunati, tu e Giuseppe, a dormire in tenda… e invece no! Eravamo già nel mondo di Morfeo da un paio d’ore, quando aprii gli occhi e scorsi il mio portafoglio che galleggiava all’altezza del mio naso. Galleggiava! Praticamente stava diluviando e l’acqua era entrata prepotentemente nella tenda. Cercammo riparo picchiando sui vetri della nostra auto dove stavano beatamente dormendo i nostri due amici… ma loro non se ne accorsero (o fecero finta di non accorgersene). Giuseppe giurò di aver scorto uno dei due socchiudere un occhio, girarsi dall’altra parte e tornare a dormire! 

(continua)

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

Viaggio a Capo Nord – Missione compiuta

venerdì, febbraio 22nd, 2008

Capo Nord

 Capo Nord – Nordkapp (Norvegia), il sole di mezzanotte… e dintorni.

(6^ parte – vedi la puntata precedente - comincia dall’inizio

Recuperate le nostre energie, l’unico obiettivo del nostro quinto giorno fu: arrivare a Capo Nord prima della mezzanotte. In realtà avevamo molte ore a disposizione e ne approfittammo per ammirare ancora una volta le meraviglie che la natura ci offrì lungo la strada. La parte più settentrionale della Norvegia è senz’altro la più bella. E’ la Norvegia dell’immaginario collettivo, un continuo alternarsi di monti a strapiombo sul mare, dove l’incontro tra terra e acqua acquista un significato surreale, quasi magico. La luce del giorno, che in estate dura quasi 24 ore, non è mai eccessiva, è un continuo tramonto (o alba, a seconda dei punti di vista) con un tiepido sole che insiste immobile all’orizzonte colorando di tinte calde ogni cosa.

E’ evidente come ci si trovi in una posizione estrema, ai limiti del mondo, di questi luoghi. Tutto è puntato verso sud, come se si volesse attingere ad un’unica sorgente di energia proveniente dall’orizzonte. Persino le antenne paraboliche delle case, moderni girasoli, sono incredibilmente inclinate verso il basso quasi a toccare terra.

I rari centri abitati sono assolutamente incantevoli. Sono i classici villaggi di pescatori che abbiamo visto in mille film e documentari, con le tipiche casette di legno piccole e coloratissime. Ovunque, soprattutto a nord di Narvik, si incontrano i classici hjell, le strutture di legno, a forma di tetto spiovente, dove viene messo ad essiccare il merluzzo, noto anche con il nome di “stoccafisso”. A differenza del baccalà, per conservare il pesce non viene usato il sale, ma soltanto l’aria fresca e secca di queste latitudini. Ci avvicinammo a questi mausolei della tradizione ittica nordica con grande rispetto e curiosità. Il forte odore acre ci riportò alla mente sapori ormai dimenticati.

mappa narvik nordkapp

 Quinto giorno: da Narvik a Nordkapp (Norvegia)

La strada E6 percorre tutta la costa e permette di insistere su questi fantastici scenari senza mai stancare, non ci si annoia mai, ogni scorcio è unico e regala prospettive da sogno. La magia di questi luoghi è fortemente legata alla cultura popolare, alle leggende, ai trolls, i folletti che dominarono la mitologia vichinga per secoli e che periodicamente tornano di moda anche dalle nostre parti. Naturalmente oggi è tutto diventato commerciale, pertanto si trovano tantissimi negozi di souvenir pieni di statuette e simboli che ricordano storie e leggende dei tempi in cui i vichinghi, veri predoni del mare, scorrazzavano e saccheggiavano, riparandosi poi nelle infinite baie naturali offerte dai fiordi.

Pranzammo all’altezza di Alta, l’ultima  città che si possa chiamare tale. Non le dedicammo molta attenzione, ormai il nostro pensiero era orientato soltanto verso nord, verso Capo Nord. Capimmo di essere ormai prossimi alla meta quando abbandonammo la E6 e ci immettemmo sulla E69. Rimanemmo piuttosto sorpresi quando all’improvviso il mare si spostò da sinistra a destra, rispetto alla nostra direzione di marcia. 

Honnisvaag

Honnisvaag (Norvegia) 

Arrivammo abbastanza presto all’ultimo traghetto, prima di mettere piede sull’isola di Nordkapp. Prima di intraprendere questo viaggio non sapevamo neanche che Nordkapp fosse un’isola. Anche se viene considerato il punto più a nord del continente… in realtà si tratta di un lembo di terra staccato dal continente stesso! Allora, nel 1993, non c’erano altri mezzi per raggiungere l’isola oltre al traghetto. Oggi, l’ho scoperto di recente, c’è un tunnel che permette di arrivarci direttamente in auto, quindi oggi si può considerare meno isola di un tempo.

Anche quest’ultimo traghetto fu efficiente, rapido, pronto, economico e funzionale. Una delle cose che ci rimase più impressa della Norvegia fu proprio la puntuale e capillare diffusione dei traghetti. Non dovemmo mai attendere più di 15-20 minuti per passare da una costa all’altra di un fiordo e anche i prezzi (per noi che ci facevamo caso) non furono mai proibitivi.   

Sbarcammo ad Honnisvaag, che è il centro abitato più grande dell’isola, che il sole era ancora sufficientemente alto, anche se faceva capolino fra le nuvole e non sempre era visibile. Lungo il contorto itinerario che ci portò all’estremità settentrionale dell’isola incontrammo soltanto un altro villaggio di nome Valan. Sull’isola ci imbattemmo in alcune renne che tuttavia non riuscimmo a fotografare in tempo, prima che sparissero tra i cespugli.

stoccafisso

Il famoso stoccafisso norvegese 

Non si può descrivere la gioia, la soddisfazione, che provammo quando avvistammo l’edificio che è stato costruito nell’estremità più settentrionale del continente. In fondo si tratta del solito centro per turisti, niente di più, ma denso di significato. Di per sé Capo Nord può anche deludere. Un altissimo pezzo di roccia a strapiombo sul mare, circa 300 metri di altezza, con tre monumenti che ricordano la latitudine raggiunta: 71° 10′ 21″ Nord. Il primo monumento, il vero simbolo di Capo Nord, rappresenta il globo terrestre, stilizzato in acciaio, in cui vengono evidenziati soltanto meridiani e paralleli. Il secondo è costituito da una serie di cerchi di bronzo e pietra che raffigurano simboli di pace, il terzo è una freccia che indica da che parte si può vedere il sole a mezzanotte.

Il centro turistico è molto moderno, praticamente si tratta di un museo che racconta le storie dei primi esploratori che si addentrarono fino a queste latitudini. Molto interessante fu un filmato tridimensionale che ci permise di vedere come si trasforma tutta la zona nei mesi invernali, tra la neve, il ghiaccio e la lunga notte che dura sei mesi.

Ma il nostro sogno era vedere dal vivo il sole di mezzanotte. Ad essere onesti, non ci riuscimmo completamente. Eravamo in ritardo di un paio di settimane, infatti il sole di mezzanotte  a quelle latitudini, può essere visto soltanto nei mesi di giugno e luglio. Comunque il chiarore diffuso tipico delle ore a ridosso del tramonto e dell’alba non ci abbandonò mai. Anche a mezzanotte, infatti, tutto era perfettamente visibile. La foto che ho messo in copertina fu scattata proprio allo scoccare dell’ora 0:00 tra il 12 e il 13 agosto. Ad ogni modo fu uno spettacolo unico osservare la magica sfera infuocata che lentamente si inabissava all’orizzonte, per poi riapparire, circa mezz’ora dopo, a poca distanza, un po’ più a destra. In quella mezz’ora avemmo un’impressione strana, come se avessimo spostato velocemente in avanti le lancette della nostra vita.

Quella notte, che sembrava giorno, la vivemmo tutta intensamente. Tornammo ad Honnisvagg, all’estremità meridionale dell’isola, perché Nordkapp non offriva nulla di più, e fu straordinario vedere che la vita d’estate, proprio come il sole, non si ferma mai completamente. Anche alle prime ore del nuovo giorno, c’erano ovunque ragazzi, indigeni e turisti, che vagavano per le strade del villaggio un po’ brilli, con la sola voglia di divertirsi. Quando fummo veramente esausti trovammo un bungalow libero in un campeggio vicino Honnisvaag e ci riposammo qualche ora.

(continua)

Condividi su Facebook Condividi su Facebook