Archive for the ‘Nel mondo’ Category

Israele: un viaggio, alcune riflessioni

sabato, novembre 21st, 2009

IMG_6826Raccontare Israele e come fare un riassunto delle puntate precedenti, un ripercorrere all’indietro tutte le tappe della nostra storia, della nostra cultura, della nostra civiltà. In ogni istante del viaggio ci tornano in mente esperienze, conoscenze recondite della nostra vita, immagini conservate nei cassetti dei nostri ricordi e che affiorano prepotentemente all’improvviso come un film rivisto e rivissuto mille volte.

Per chi crede, non importa quale nome possa avere il proprio Dio, è “il” luogo sacro per eccellenza, la terra che ha consentito all’uomo di entrare in contatto fisico con la propria divinità. Per chi non crede è comunque un’esperienza unica, una tentazione, una sensazione che segna dentro, in qualche modo, indelebilmente.

Israele è l’apoteosi delle contraddizioni, l’esempio più lampante di quanto l’uomo possa essere stato (e sia ancora) assolutamente irrazionale e intollerante, nei rapporti con i propri simili, nell’assurda altalenanza della sua “breve” storia. E’ la terra dove il tempo si è fermato, dove certi valori sono ancora incredibilmente forti e radicati nella gente, oggi esattamente come 2000 o 3000 anni fa.

Israele, la Palestina, tutto il Medio Oriente: sono i luoghi in cui la gente afferma la propria essenza ogni giorno, dove ci si riconosce e si manifesta la propria identità già nel modo di vestire, di parlare, di scrivere, di mangiare, di pregare in ogni istante della giornata, anche se questo potrebbe, in qualche modo, mettere a rischio perfino la propria esistenza.

E’ Mediterraneo in tutta la sua franchezza, nei suoi tipici colori, nei suoni, nei profumi, nei sapori. E’ una terra antica e modernissima allo stesso tempo, dove la storia ha dovuto combattere a denti stretti per poter testimoniare un passato spesso cancellato dal susseguirsi delle dominazioni. Ebrei, musulmani, cristiani, ortodossi si sono alternati al tavolo del potere, cercando invano, ogni volta, di annientare anche il ricordo di chi li aveva preceduti. E il risultato oggi è quello che si vive ogni giorno entrando a Gerusalemme: una grande Babele, quello che tutti considerano il centro dell’Universo, conteso da tutte le civiltà ed in cui confluiscono tutte le fedi, religiose e politiche.

Non entro nel merito di chi ha torto o ha ragione, di chi si comporta “oggi” da persecutore o da perseguitato, ma basta fare un giro tra le strade millenarie che collegano Haifa a Tel Aviv, Tiberiade a Gerusalemme, per capire che non esiste un oggi e un ieri, il tempo qui sembra si sia fermato e le vicende continuano ad accadere sovrapponendosi e complicandosi in mille mondi paralleli. Cause ed effetti si sono intrecciati al punto che non siamo più in grado di giudicare il comportamento di nessuno.

Allora ognuno ha il diritto di guardare ad Israele soltanto con i propri occhi, possibilmente con l’apertura mentale di dover accettare che le proprie convinzioni più intime e segrete possano essere sbeffeggiate e violentate da chi accanto a noi la pensa diversamente.

E’ vero, il timore di trovarsi di fronte ad incidenti, prima del viaggio, c’era, ma si è completamente dissolto appena messo piede in questa terra di confine. Dopo le poche ore passate ad osservare ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi che convivono a stretto contatto, con ruoli diversi, negli stessi luoghi fisici, ma lontani anni luce per come concepiscono la loro esistenza, siamo sommersi dallo stupore, da una incredulità totale, nel constatare che in fondo la convivenza è molto più tranquilla di quanto si potesse immaginare.

Ovunque, soprattutto nelle zone d’entroterra, lungo le superstrade che collegano le città più importanti, capita di osservare una distribuzione a macchia di leopardo di centri abitati dalle caratteristiche diametralmente opposte. Sulla sinistra un paese in bianco e nero, palesemente arretrato, diroccato, case bianche, basse, senza tetto, rifinite per quanto appena necessario, povere ed essenziali, sovrastate da un severo minareto. Sulla destra, separato soltanto dalla strada che percorriamo, un paese moderno, pulito, coloratissimo, con deliziose villette a schiera all’americana, tantissimo verde e tetti spioventi rossi fiammanti. Differenze che altrove di riscontrano soltanto dopo centinaia o migliaia di chilometri di cammino, qui si evidenziano a distanza di pochi metri.

Cosa dire di più? Per i nostri occhi di cristiani/cattolici romani questa resta la Terra Santa, il luogo che ha avuto la Grazia di essere calpestato dai piedi del Nostro Signore, il terreno che si è intriso del Suo sangue, le pietre che hanno ascoltato la Sua Parola. Sono sensazioni indescrivibili quelle che abbiamo provato in Galilea, ai piedi delle alture del Golan, sfiorando le rocce del Monte delle Beatitudini, l’acqua del Mare di Galilea, quella su cui Gesù ha vissuto e si è rivelato al mondo con i suoi prodigi e le sue parabole, dove incontrò gli Apostoli e dove tornò dopo la Risurrezione. La Galilea è la Sua terra, la Nostra terra.

Una sensazione nettamente diversa, invece, si prova a Gerusalemme. Crocevia del mondo, è il luogo dove tutti si affannano a dimostrare di avere l’esclusiva sulla storia e sulle tradizioni, sul corpo e sull’anima. I luoghi in cui Gesù ha sofferto la sua passione e morte, sono distrattamente contrastati, offuscati, dalla presenza soffocante degli altri, degli ebrei, dei musulmani, delle mille divisioni intestine della stessa tradizione cristiana. Allora ci si trova sbattuti da un vicolo all’altro, da una chiesa ad una sinagoga, da una moschea ad un mausoleo ortodosso senza soluzione di continuità, in una inebriante indigestione di sapori, colori, suoni e profumi.

Camminando tra gli stretti vicoli della Città Vecchia, sembra all’improvviso di trovarsi a bordo di in una macchina del tempo e dello spazio. Ci si trova contemporaneamente nella Gerusalemme intatta di 2000 anni fa, costruita dalle stesse pietre che videro cadere Gesù sotto il peso della Croce ed in quella tecnologica dei grattacieli, dei telefonini e delle auto di grossa cilindrata. Se su un marciapiede capita di incontrare un gruppo di sfacciate turiste americane in T-shirt, minigonne e infradito, sullo stesso marciapiede, qualche metro più in là, ci si imbatte in lunghi abiti neri che lasciano scoperti soltanto dei magnifici occhi color nocciola. In un vicolo capita di vedere una lunga fila di bugigattoli stracolmi di stoffe, di spezie e di improbabili souvenir made in Cina, girato l’angolo ci si trova in una elegante via di negozi ebrei, di gioiellerie e di ricchi quadri autentici. Il quartiere cristiano, invece, è qualcosa di intermedio, che guarda in tutte e tre le direzioni, rinunciando spesso alla propria identità, in nome del dio Denaro.

Così dal vivo si capiscono molte cose, molti discorsi che fece Gesù tanti secoli fa, ma sempre così attuali. Capisco quanto si arrabbiò quando vide il Tempio invaso dagli ambulanti, quello stesso tempio che oggi, dopo mille distruzioni, è diventato una immensa Moschea. E’ uno dei tantissimi paradossi di Gerusalemme, infatti proprio uno dei muri che circondano quella moschea è il Muro del Pianto, dove vengono a pregare tutti gli ebrei col capo coperto. Altro paradosso è quello del Monte Sion, il luogo che gli ebrei considerano l’origine della loro civiltà, dove è conservata la Tomba del Re Davide, stesso edificio in cui, secondo la tradizione cristiana, Gesù, discendente di Davide, tenne la sua Ultima Cena.

Ho visto Israele con gli occhi di un cristiano, anche se non sono stato un classico pellegrino. Ho visto Israele con gli occhi di un discendente dell’Antica Roma che un tempo dominava questi luoghi e che costruì città splendide come Cesarea, sul litorale tra Tel Aviv e Haifa o di uno di quei Crociati che non furono molto dolci con i Saraceni. Ho anche avuto orecchie per ascoltare la versione degli ebrei, primi e ultimi in questa terra così contesa. Ho capito quali possono essere i sentimenti che molti ebrei nutrono per il loro nemico ancestrale, quello che si identifica storicamente nei cultori dell’Islam. Purtroppo, invece, non ho avuto la possibilità di ascoltare la voce dei musulmani, soprattutto dei palestinesi. Ho soltanto visto i loro occhi stanchi, nei quartieri periferici di Gerusalemme, come quelli che si estendono sul Monte degli Ulivi, quartieri solo per uomini e bambini maschi, dove le donne rimangono chiuse nell’ignoranza delle loro pareti domestiche. Troppo poco per capire, troppo poco che comprendere la loro situazione di stranieri “tollerati” in quella che considerano giustamente la loro terra.

Ma la parola “giustizia”, da queste parti, assume una dimensione non più misurabile, che cambia forma e lunghezza a seconda degli occhi che la osservano e della lingua che la descrive. Troppo difficile per essere compresa.

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Lussemburgo: cuore d’Europa

domenica, novembre 2nd, 2008

Per quale motivo si dovrebbe visitare il Gran Ducato del Lussemburgo? Scommetto che non sia facile trovarlo negli itinerari turistici europei. E’ uno stato così piccolo che risulta difficile incontrarlo lungo la strada, a meno che non ci si vada di proposito.

A me è capitato di andarci per lavoro, proprio questa settimana, e una idea me la sono fatta. La sensazione principale che mi sono portato appresso si riassume in una sola parola: “Europa”.

Situato in un angoletto tra Belgio, Francia e Germania, ha subito fortemente l’influenza economica e la storia di questi tre paesi. Si tratta di un fazzoletto d’Europa più piccolo della Val D’Aosta. La sua capitale ha il numero di abitanti di un piccolo quartiere di Roma.

I lussemburghesi sono un popolo particolare. Poliglotti per definizione, parlano regolarmente tre lingue (francese, tedesco e lussemburghese, tutte e tre lingue ufficiali), inoltre la grande maggioranza parla correttamente anche l’inglese. Passeggiando per le strade della capitale, comunque, si ascolta quasi esclusivamente il francese. Sono numerosissime anche le comunità di immigrati da altri paesi d’Europa, primi fra tutti Portogallo e Italia, pertanto anche il portoghese e l’italiano sono praticamente di casa.

La cosa che mi ha molto sorpreso è proprio la forte presenza italiana. Italia si legge dappertutto, sulle insegne dei negozi, i nomi delle ditte di traslochi e quelle di costruzioni.

Il costo della vita non è eccessivo, ma soprattutto il potere d’acquisto (rapporto tra stipendi e costo della vita) è molto favorevole. Non a caso il Lussemburgo è al primo posto al mondo per PIL e al secondo al mondo per il potere d’acquisto (PPA). Qualche esempio: un’infermiera guadagna 4.500 euro, un operaio 3.500, una cassiera 1.900, mentre un litro di gasolio non raggiunge 1 euro. L’unico settore inavvicinabile è quello immobiliare, i prezzi delle case sono astronomici.

E’ una bella atmosfera quella che si respira tra i vicoli del centro medievale. Malgrado il clima sempre inclemente (a detta degli italiani che ci vivono, piove o è grigio almeno 330 giorni all’anno), l’impressione è che la gente sia serena. Il mio albergo era nella piazza della stazione, eppure non mi è capitato di incontrare barboni o sbandati. I negozi più numerosi, per le strade del centro, gioiellerie e abbigliamento, soprattutto scarpe di qualità.

Si fa fatica a distinguere lo Stato dalla sua capitale, infatti, non a caso si chiamano allo stesso modo.

E’ decisamente un paese ricco, di storia, di economia, di finanza. In passato la sua economia, come quella del Belgio, si basava essenzialmente sull’industria dell’acciaio. Oggi si basa, credo, sull’economia portata dagli uomini d’affari e della finanza internazionale, dai politici del Parlamento Europeo, dai militari della NATO. L’indotto di tutto questo fa campare circa mezzo milione di persone in un ambiente sano, pulito, avendo saputo preservare il proprio patrimonio di cultura e di storia.

Un paese che ha saputo conservare la propria identità (malgrado tutto) rimanendo al centro dell’Europa, in tutti i sensi.

Se consiglio di andarci? Beh, indovinate… Forse non vale la pena di un viaggio esclusivo, ma se il nostro itinerario in giro per l’Europa passasse dalle parti del suo cuore… perché no? 

 

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La soluzione ArrowBio

sabato, giugno 21st, 2008

Il processo ArroBio

Nell’attesa che il progetto vada avanti (ho già preso contatti con la ditta che rappresenta la tecnologia ArrowBio in Italia), vorrei descrivere, per i non informati, il processo ArrowBio e anticipare una piccola breve valutazione dei suoi vantaggi rispetto alle discariche ed ai termovalorizzatori.

Di che si tratta?

La tecnologia ArrowBio è un brevetto registrato per il trattamento dei rifiuti solidi urbani. Esistono altri sistemi similari che affronterò prossimamente (ad esempio il sistema THOR realizzato dal nostro CNR in Sicilia).

Primo aspetto positivo, soprattutto in un paese pigro come il nostro, è che il processo ArrowBio tratta rifiuti indifferenziati. Questo procedimento consente, ad ogni modo, di recuperare gran parte dei materiali riciclabili come i metalli ferrosi e non ferrosi, la plastica (HDPE, PET e pellicola) e il vetro. Permette inoltre di produrre fertilizzanti e Biogas che è una fonte di energia alternativa pulita, utilizzabile per il trasporto o per la produzione di energia elettrica o termica.

Mentre, per il trattamento dei rifiuti, le discariche utilizzano la terra e i termovalorizzatori (o inceneritori) il fuoco, il concetto assolutamente innovativo del processo ArrowBio, è che utilizza l’acqua . Ci si è posti il quesito: i rifiuti solidi urbani contengono, per loro natura, una grande quantità d’acqua, cosa ne facciamo? Utilizziamola per trattare e separare i rifiuti stessi! Non a caso il primo impianto ArrowBio è stato costruito a Tel Aviv, dove l’acqua è molto preziosa e gli israeliani sanno come ottimizzarne l’uso.

Quali sono i vantaggi derivanti dall’utilizzo dell’acqua? Una delle sue più note proprietà è che permette di separare facilmente gli elementi leggeri (che galleggiano) da quelli pesanti (che vanno a fondo). Tenere i rifiuti in acqua consente di ridurre sensibilmente, o tenere sotto controllo, l’emissione di polveri nocive e i cattivi odori. Grazie alla separazione in acqua, la produzione di compost pulito (cioè con meno contaminanti) avviene molto più facilmente e l’acqua è l’elemento base per la produzione di Biogas di ottima qualità (con elevato contenuto di metano) mediante digestione anaerobica (cioè con batteri che operano in assenza di ossigeno). Inoltre, visto che i rifiuti hanno un alto contenuto di umidità, quando si è a regime, il sistema non ha più bisogno di prelevare acqua dall’esterno.

Il Processo

Proviamo a descrivere, in linea di massima, come si sviluppa il procedimento. C’è una prima fase di preparazione e separazione idromeccanica dei rifiuti. Il contenuto dei camion viene scaricato in una grande vasca piena d’acqua. Per gravità avviene la prima grande separazione: i materiali inorganici (metalli, vetro e altri inerti) hanno generalmente un peso specifico maggiore dell’acqua e pertanto vanno a fondo. Le plastiche e i materiali organici biodegradabili, invece, tendono a galleggiare o a rimanere in sospensione.

I materiali inorganici, pertanto, vengono inviati ad una linea del processo che si occupa dell’ulteriore separazione in materiali ferrosi (quelli che si attaccano ad una calamita), metalli non ferrosi (quelli che vengono separati tramite correnti indotte) e vetro.

Le plastiche e i materiali organici biodegradabili vengono a loro volta separati, alcuni per dimensioni, altri manualmente e, quelli molto leggeri come le buste di plastica, mediante separatori ad aria. Tutto il rimanente è composto quasi esclusivamente da materiale organico biodegradabile, pertanto viene triturato, frantumato idraulicamente e filtrato. La terriccio che ne risulta viene immerso nuovamente in acqua per separare ancora una volta le componenti metalliche e vetrose rimanenti (pesanti) da quelle biologiche (leggere). 

La soluzione organica acquosa ottenuta (minestrone biologico) viene così inviata a due successivi contenitori che, tramite processi naturali di fermentazione anaerobica (acetogenico e metanogenico) a temperatura ambiente, digeriscono la brodaglia producendo biogas e fango biologico. Il biogas è utilizzato per la produzione di energia elettrica e calore, mentre il fango biologico viene disidratato e venduto come concime

I residui di tutto questo processo ammontano a circa il 20% (dipende dal tipo di rifiuti introdotti), che possono essere inviati a discarica o inceneritore (ma sono inerti e quindi non pericolosi) o ancora verso impianti specializzati, per una ulteriore separazione (ce n’è uno molto buono in Veneto).

Insomma come disse Antoine Lavoisier, “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.

Attualmente è già operante (da 5 anni) l’impianto di Tel Aviv (Israele) da 40.000 t/anno, mentre sono in fase di completamento quelli di Falkirk (Scozia) da 70.000 t, Pachuca (Messico) da 180.000 t e Sidney (Australia) da 90.000 t.

I vantaggi

E’ lecito affermare che i vantaggi di questo processo sono innumerevoli.

Malgrado non sia necessario differenziare a monte, questo metodo consente di recuperare l’80-90% dei materiali riciclabili (95% dei metalli ferrosi, 85% dei metalli non ferrosi, 85% della plastica, il 90% del vetro).

Produce Biogas, essenzialmente metano, utile per ottenere energia elettrica (per alimentare lo stesso impianto, ad esempio) o come carburante pulito per il trasporto pubblico al posto dei carburanti fossili altamente inquinanti.

Non produce cattivi odori, né microparticelle, né diossina, né alcun tipo di elemento inquinante per l’aria, l’acqua e il suolo.

La percentuale di residuo è bassa (< 20%) e ulteriormente riducibile, e comunque è inerte.

Naturalmente ci sono molti altri vantaggi tecnici (come la qualità e la stabilità del metano e del compost prodotti dalla fermentazione anaerobica rispetto a quella aerobica, etc.), ma tediare il lettore non è lo scopo (principale) di questo blog.

Passiamo ai costi

I costi rispetto ad altri metodi sono senz’altro inferiori (solo il deposito in discarica è più economico… ma è inutile sottolinearne il differente rapporto costo/efficacia). Del resto, se scozzesi ed ebrei sono stati i primi ad utilizzare questo metodo… ci sarà un motivo!

confronto tecnologie

Un grafico che mette a confronto la tecnologia ArrowBio rispetto alle altre utilizzate per il trattamento dei rifiuti solidi urbani.

Da questo grafico si può notare come il processo ArrowBio si inserisce tra gli altri metodi di trattamento dei rifiuti solidi urbani. E’ senz’altro il metodo che produce di più e inquina di meno, con costi medi sufficientemente bassi.

Per quantificare i costi ho dato uno sguardo all’analisi effettuata dall’Agenzia per l’Ambiente della Gran Bretagna, che per i suoi conti si è basata sull’impianto di Tel Aviv. Per un impianto di tipo ArrowBio da 75.000 t/anno (circa 10 volte l’esigenza della città di Ariano o pari a circa la metà dell’esigenza dell’intera provincia di Avellino), il costo dell’impianto è di circa 15 milioni di Euro. Considerando un periodo di ammortamento di 15 anni, ogni tonnellata di rifiuti in ingresso costa circa 40 Euro, ma produce una ricchezza (materiali riciclati + Biogas + fertilizzanti) pari a 25 Euro, cioè in pratica con questo sistema smaltire una tonnellata di rifiuti costa “solo” 15 Euro. Tanto per fare un raffronto mandare i rifiuti all’inceneritore costa 90 Euro a tonnellata e per quanto possa essere fatto bene ci sarà sempre una percentuale di ceneri e microparticelle tossiche prodotte.

Questo è soltanto uno dei possibili sistemi che risolverebbero per sempre il problema dei rifiuti. Chi ha il coraggio di dire che sono solo fandonie e che invece bisogna continuare ad arricchire politici corrotti e la solita Camorra, a inquinare le falde acquifere e l’aria che respiriamo, tutto a spese del denaro delle nostre tasche e della salute dei nostri figli?

 

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I’m back

martedì, giugno 17th, 2008

Pustarza

Dopo un breve periodo di vacanza torno sul mio blog carico di energia, di rabbia e di buona volontà.

La sensazione più forte che sto provando in questi giorni, guardando le riprovevoli scene dei compattatori in fila verso la discarica di Pustarza, è di un’estrema impotenza. Gli sconfitti non siamo soltanto noi Arianesi e Savignanesi, o i Monteleonesi che dovranno respirare, per chissà quanti anni ancora, la puzza campana senza neanche ricevere un briciolo di riconoscenza. Sconfitta non è soltanto la politica locale, provinciale, regionale e nazionale. Sconfitta è l’umanità e la sua odiosa predisposizione a complicarsi la vita, a scegliere sempre la strada più lunga e tortuosa, quella più costosa e dannosa, pur essendone pienamente cosciente e pertanto doppiamente colpevole.

Non voglio sapere chi trarrà vantaggio da questo ennesimo scempio perpetrato nei confronti della natura, della nostra salute, della nostra economia e del nostro patrimonio socio-rurale. Come al solito, noi cittadini onesti e indifesi, siamo stati messi spalle al muro, ubbidire o essere fucilati, questa era l’alternativa. La macchina statale, con le sue perverse alleanze e para-giustificazioni si era messa in moto già più di un anno fa e pochi contadini offesi e violentati nella loro amata terra non avrebbero mai potuto alzare i loro forconi contro la “forza” della prepotenza legalizzata. 

Sono tornato e sono veramente arrabbiato. Un paio di settimane fa ho lanciato una proposta che non è stata raccolta. Questo forse è un ulteriore motivo della mia rabbia. Sembra che alla nostra terra ci tenga soltanto chi ha già dovuto rinunciarci, per sempre. 

Ma non voglio ancora fermarmi. La mia voglia di combattere è ancora grande e sono molto determinato. Nei prossimi giorni inizierò un progetto di lavoro, uno studio di fattibilità sulle soluzioni pulite, che esistono e sono già state applicate in varie parti del mondo. Al termine del mio lavoro non ci saranno scuse. L’ignoranza non sarà più una giustificazione della nostra atavica apatia. 

Il mio desiderio è di poter risvegliare in qualche modo le nostre coscienze, completamente sopite, stordite da decenni di sonniferi politici e imbonitori televisivi. Il mio sogno è che si torni a 423 anni fa quando, nell’agosto del 1585, la comunità di Ariano seppe riscattare se stessa nei confronti del mondo intero, pagando 75.150 ducati e  mettendo da parte, finalmente per una volta per tutte, le solite chiacchiere e i piagnistei.

Abbiamo un passato glorioso, difendiamolo con i denti. Soprattutto facciamo in modo che il futuro dei nostri figli dipenda da noi stessi e da nessun altro.

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Una domenica a New York

lunedì, maggio 5th, 2008

st.patrick

Per una volta riporto un brano non mio, ma di un mio amico. In realtà è come se lo fosse, perché rispecchia fedelmente le stesse sensazioni provate da me qualche mese fa nella Grande Mela. In generale mi ha ricordato certi aspetti della vita americana che quattro anni fa mi sorpresero e che ora, invece, sono diventati scontati. 

E’ domenica mattina e non “si e’ svegliato gia’ il mercato”, come direbbe Baglioni per Porta Portese, bensì continua a vivere questa immensa metropoli che a dormire non va mai.

Il grigiore tipico di questi giorni opprime le strade inusualmente non tanto affollate e circonda la cima del grande grattacielo, l’Empire State Building, che per un capriccio della storia e’ tornato ad essere la star della sky line neworkese.

Decido di andare a messa, tanto per fare qualcosa che richiami la routine invernale, che quando la vivi magari ti annoia, ma quando non ce l’hai rischia di mancarti, anche se in realtà so di averne bisogno per altri motivi.

E dove andare se non alla Cattedrale di St. Patrick, che rompe in maniera quasi innaturale la successione di negozi, più o meno mega, della Quinta Avenue?  “The Cathedral is the largest Catholic Cathedral in the United States and has been recognized throughout its history as a pre-eminent center of Catholic life in this country” recita il sito della cattedrale. E a te viene da pensare: ma le nostre chiese ce l’hanno il sito web? Ma qui tutto ha un sito, qualunque cosa in America non sia sul web e’ come se non esistesse.

Comunque sia, ti immergi nel brulicante via vai delle strade Newyorkesi, dove le Avenue hanno uno charme che le Street non riescono ad avere: sono “Avenues” la Quinta naturalmente, ma anche la Madison, Park Avenue, la Lexington, Broadway (anche se Broadway, che paradossalmente significa “Strada Provinciale, secondaria”, oppure “strada larga” – anche se di largo non ha nulla – non e’ ne’ Street, ne’ Avenue) ad avere posto nella memoria di tutti noi, per esserci stati o per averle sentite nominare nei film più famosi, mentre alle Street nessuno presta attenzione, servono solo ad indicare gli indirizzi importanti. Come il Madison Square Garden, sulla Ottava, tra la 33 e la 32, oppure come la Carnegie Hall, sulla settima, tra la 57 e la 56. Al massimo servono ad indicare un corner, un angolo al quale il tassista vi porterà, perché non sperate di essere portati dai tassisti di New York ad un indirizzo preciso. Non c’e’ verso: indicate un angolo tra la Avenue e la Street e, se siete fortunati (in un’altra occasione vi spiegherò perché), ci arriverete.

Un attimo però, sulla 56esima c’erano i famosi Ragazzi, quelli della 56ma strada di Ford Coppola, per l’appunto. Quindi anche le strade, grazie a Coppola, hanno una loro dignità nella Grande Mela. Comunque sia, facendoti largo tra i turisti che nel frattempo hanno preso ad invadere la metropoli, arrivi sulla Quinta e d’improvviso vieni colpito dalla straordinaria discontinuità che questa costruzione, St. Patrick, impone alla morfologia della via: le guglie gotiche, infinitamente più basse di tutto quello che hanno intorno sono però le uniche ad esprimere la tensione verso il cielo che interpreta bene il perché tu sia venuto qua.

Entri e pressoché’ subito non ti senti più straniero mentre respiri quell’aria che specie per te, italiano e romano, e’ tanto familiare. Apprezzi subito l’extraterritorialità di quel luogo, il salto indietro dell’atmosfera e della gente che la popola, rispetto al ritmo della vita di pochi metri fa.

Sei in chiesa, in una chiesa cattolica uguale a mille altre seppure particolare come mille altre, che si sta riempiendo di gente, di tanta gente colorata come solo negli USA può esserlo, per la pelle e per gli abiti. Il brusio e’ eccessivo, pensi, ma sai che e’ il tributo che anche i luoghi santi pagano al turismo. Raggiungi un banco, ti siedi tra un messicano ed un’indocinese, che parlano entrambi americano scoprirai dopo quando reciteranno il canto d’ingresso ed attendi. Poi entra una signora con la capigliatura cotonata e quell’aria solenne ma sbrigativa che qui hanno molte signore impegnate nella chiesa come nel club delle begonie, si avvicina al microfono ed invita tutti a non lesinare nelle offerte perché una chiesa così grande e l’attività’ di evangelizzazione della parrocchia (anche se e’ probabilmente normale, non avevo mai guardato New York come un insieme di parrocchie) ne hanno bisogno. Non sarà l’ultima esortazione in tal senso ed i cestini delle offerte passeranno altre due volte durante la messa.

E finalmente comincia la funzione: il brusio sparisce, ragazze anche giovanissime indossano una veletta di pizzo o di tulle ed un chierico intona l’inno accompagnato da un magnifico organo. La solennità invade il tempio ed al termine del canto il sacerdote celebrante (indocinese anch’egli) da inizio alla celebrazione: in the name of the Father…eimen!…eimen? Vuoi dire Amen! Ho capito la fonetica, che la “a” si legge “ei”, ma questo non giustifica la storpiatura. Eppure “eimen” ti risuona nelle orecchie, ti accorgi che ha il sapore di un antico gospel e decidi di accettarlo. Da lì in poi e’ tutto un rincorrere il rito cercando nel messale le preghiere che tu pensi in italiano e loro recitano in inglese. Ma le parole sono le stesse, il senso e’ lo stesso, la predica ti parla di un mondo sempre più smarrito e disorientato, esattamente come il tuo Parroco fa ogni domenica. E la barriera linguistica che al ristorante ti fa ordinare la cotoletta per ottenere la scaloppina, qui non ha nessun senso.

Poi esci, il sole inonda la strada, la città, arrivando dall’alto, da molto in alto, giacché per farlo deve incunearsi tra i profili dei grattacieli e non sai se quel sole si e’ acceso grazie a te, dentro di te o per te.  Fai ancora la quinta, ritornando sui tuoi passi di poche ore prima, eppure tutto e’ cambiato. C’e’ la gente, ma ha una faccia diversa, e’ più gioiosa, più serena, spensierata. E tu percorri ancora la famosa avenue, attraversi stando attento a non farti investire dai tassisti e raggiungi il marciapiede opposto, passi davanti al Rockefeller center dove almeno tre persone ti chiedono di fargli una fotografia (sono giapponesi o cinesi?), dove molti hanno le mani piene di pacchi (italiani) e poi svolti sulla 42esima e lì incontri Julia Roberts. “JuliaRobertsquellavera” che esce dal negozio di Armani, non un’imitazione, con tanto di bodyguard e di gipponi neri che scortano una limousine infinita!

E ti rendi conto di essere tornato a New York.

 

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USA: nuovi focolai di razzismo

martedì, aprile 22nd, 2008

Immagine anteprima YouTube 

Sono passati parecchi anni dal discorso “I have a dream” di Martin Luther King Jr. Si può dire che è una vita, anzi la mia vita, infatti avevo soltanto tre settimane quando, il 28 agosto 1963, il pastore protestante di colore tenne quel discorso a Washington, davanti al Lincoln Memorial. Sappiamo tutti che fu ucciso 5 anni dopo, a Memphis, esattamente 40 anni fa.

Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. Certamente le condizioni generali, il rispetto per i diritti della popolazione di colore americana, sono senz’altro migliorati, da allora, ma non sono mai guariti del tutto. E non mi riferisco solo alle piccole comunità, sette più o meno segrete come il KKK (Ku Kux Klan ancora vivo e vegeto), attività più o meno alla luce del sole che ancora oggi pongono la supremazia della razza bianca tra le priorità della politica americana. Tutto filava liscio finché si trattava di osannare personaggi dello sport e dello spettacolo che, malgrado la pelle scura, portavano onore e gloria alla nazione.

Oggi esiste una minaccia a tutto questo, l’elemento destabilizzante è Barack Obama. Inizialmente il fenomeno Obama è stato sottovalutato, anzi ben accetto. Un bravo oratore che avrebbe portato una ventata di novità, e magari anche qualche voto in più per i democratici da parte delle minoranze razziali come i neri e gli ispanici. Ma da qualche settimana, da quando si è delineata una sua probabile vittoria nelle primarie sulla Clinton, l’atteggiamento di molti ambienti bipartisan è cambiato.

Che fosse malvisto dalle potenti lobbies filo-israeliane era scontato, in fondo è senz’altro il meno allineato alla causa sionista tra i pretendenti al trono americano. Sta di fatto che da qualche tempo la figura fresca, innovativa, genuina di Obama sta vacillando. Sono apparsi dal nulla legami con personaggi loschi come immobiliaristi, faccendieri, anche di origini irachene (guarda caso) e altre malefatte private. L’ultimo attacco, tuttavia, non si basa tanto su quello che ha fatto o su quello che dice, ma su quello che è, o meglio, sul colore della sua pelle.

Attualmente unico senatore afroamericano del Congresso (quinto della storia americana), i suoi accusatori temono che una volta diventato presidente la sua attività predominante negli affari interni possa essere guidata da una sorta di razzismo “positivo”, un razzismo alla rovescia, dove i neri si riprendano gran parte di quelle agevolazioni che sono sempre state ad appannaggio dei bianchi.

Allora nella campagna elettorale “contro”, che sta andando tanto di moda in questi anni un po’ ovunque, si usano i mezzi e le tecnologie moderne per convincere gli incerti “bianchi” a tirar fuori quei sentimenti autoprotettivi della specie mai completamente sopiti. Visto che la stampa e le TV americane, di solito, sono favorevoli al cambiamento proposto da Obama, ecco spuntare tormentoni, email, blog che mettono in cattiva luce Obama e il suo entourage, prima fra tutti sua moglie Michele.

Eccone un esempio giunto alla mia casella di posta elettronica.  

MICHELE OBAMA’S MILITANT RACISM REVEALED
In her senior thesis at Princeton, Michele Obama, the wife of Barack Obama stated that America was a nation founded on “crime and hatred”. Moreover, she stated that whites in America were “ineradicably racist”.   The 1985 thesis, titled “Princeton-Educated Blacks and the Black Community” was written under her maiden name, Michelle LaVaughn Robinson.  
 
Michelle Obama stated in her thesis that to “Whites at Princeton, it often seems as if, to them, she will always be Black first…” However, it was reported by a fellow black classmate, “If those “Whites at Princeton” really saw Michelle as one who always would “be Black first,” it seems that she gave them that impression”.
 
Most alarming is Michele Obama’s use of the terms “separationist” and “integrationist” when describing the views of black people.
 
Mrs. Obama clearly identifies herself with a “separationist” view of race.
“By actually working with the Black lower class or within their communities as a result of their ideologies, a separationist may better understand the desperation of their situation and feel more hopeless about a resolution as opposed to an integrationist who is ignorant to their plight.”
 
Obama writes that the path she chose by attending Princeton would likely lead to her “further integration and/or assimilation into a white cultural and social structure that will only allow me to remain on the periphery of society; never becoming a full participant.”
 
Michele Obama clearly has a chip on her shoulder.  
 
Not only does she see separate black and white societies in America, but she elevates black over white in her world
                                   
Here is another passage that is uncomfortable and ominous in meaning:
“There was no doubt in my mind that as a member of the black community, I am obligated to this community and will utilize all of my present and future resources to benefit the black community first and foremost. “
 
What is Michelle Obama planning to do with her future resources if she’s first lady that will elevate black over white in America?
 
The following passage appears to be a call to arms for affirmative action policies that could be the hallmark of an Obama administration.
“Predominately white universities like Princeton are socially and academically designed to cater to the needs of the white students comprising the bulk of their enrollments.”
  
The conclusion of her thesis is alarming.
Michelle Obama’s poll of black alumni concludes that other black students at Princeton do not share her obsession with blackness. But rather than celebrate, she is horrified that black alumni identify with our common American culture more than they value the color of their skin. “I hoped that these findings would help me conclude that despite the high degree of identification with whites as a result of the educational and occupational path that black Princeton alumni follow, the alumni would still maintain a certain level of identification with the black community. However, these findings do not support this possibility.”
 
Is it no wonder that most black alumni ignored her racist questionnaire? Only 89 students responded out of 400 who were asked for input.
 
Michelle Obama does not look into a crowd of Obama supporters and see Americans. She sees black people and white people eternally conflicted with one another.
                                                                                             
The thesis provides a trove of Mrs. Obama’s thoughts and world view seen through a race-based prism.
This is a very divisive view for a potential first lady that would do untold damage to race relations in this country in a Barack Obama administration. 
  
Michelle Obama’s intellectually refined racism should give all Americans pause for deep concern.
                                                         
Now maybe she’s changed, but she sure sounds like someone with an axe to grind with America. Will the press let Michelle get a free pass over her obviously racist comment about American whites?  I am sure that it will.  But it shouldn’t.
 
FYI:
I am not a supporter of any of the candidates for president.  In fact, they all leave a bad taste in my mouth.  However, I am definitely sick of the main stream media (MSM) feeding us all this crap about Obama being an agent of change.  
 
Has anyone stopped to think what kind of change; really?    

PASS THIS ON  if your sick of the main stream media (MSM) hiding
the facts!

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What’s the matter with Italy?

lunedì, aprile 14th, 2008

titolo latimes

Prima di farci ubricare dai numeri degli exit poll vorrei attirare l’attenzione su un articolo pubblicato ieri da Los Angeles Times sull’Italia. Non l’avevo letto, ma me lo hanno fatto notare alcuni italo-americani, con cui sono in contatto, che mi hanno chiesto “what’s the matter with Italy?”. Si tratta dell’ennesimo articolo che espone i nostri panni sporchi piuttosto impietosamente citando naturalmente come fonti  il libro “La Casta” di Rizzo e Stella e il blog di Grillo.

When they vote this weekend, Italians can choose among any number of convicted felons or the odd TV go-go dancer on the ballot. Not to mention the personal friends, relatives and, in one case, the physical therapist of party leaders putting together potential governments. Crime does not disqualify you from running for office in this country, nor are qualifications necessarily necessary. [...]

Insomma l’Italia è, e molto probabilmente continuerà ad essere, un paese di delinquenti e ballerine, di clientele e nepotismi, in cui il crimine organizzato, a tutti i livelli, è così diffuso ed integrato nella società da non essere più visto come qualcosa di negativo, anzi addirittura può essere considerato qualificante.

[...] Italians have watched one government disaster follow another: from the desperate, botched attempt to sell the national airline; to a Mafia-fueled crisis of mounting, uncollected trash that has engulfed the south and spoiled the region’s supply of cherished mozzarella; to the premature toppling of the outgoing government by a single politician peeved over his wife’s arrest on corruption charges. [...]

Altre volte ho difeso con fermezza e orgoglio il mio paese, ma questa volta non me la sono sentita. Ormai la rassegnazione ha preso il sopravvento e spero di cuore che chiunque vinca, chiunque guiderà il nostro paese nei prossimi anni, abbia il pudore di fare un’inversione di tendenza e dimostri al mondo che non siamo più come ci dipinge.

Sto sognando? 

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Che fine hanno fatto i leaders?

martedì, aprile 8th, 2008

Lee Iacocca

Lido Anthony “Lee” Iacocca

Tantissimi americani di origine italiana hanno una cosa in comune: sono fieri dei loro successi in terra d’America quasi a suggellare, a dare un senso ai sacrifici fatti dai loro antenati che lasciarono tutto in patria per cominciare una nuova vita nel Nuovo Mondo.  Quasi a voler esorcizzare lo stereotipo dell’italiano mafioso e fannullone, tanti italiani si sono messi in evidenza per la loro determinazione e spirito d’iniziativa, per la loro rettitudine e onestà. Furono italo-americani, ad esempio, i giudici a cui furono affidati processi importanti come quello di Norimberga (Michael Mussmano) o quello del caso Watergate (John Sirica). L’estro italico, assieme alla forza di volontà, ha portato tanti italiani ai massimi vertici in tutti i settori più importanti della società Americana. Uno dei massimi esponenti di questi italo-americani di prima generazione è Lido Anthony “Lee” Iacocca, figlio di Nicola Iacocca e Antonietta Perrotta, trasferitisi in Pennsylvania un secolo fa da un paesino sannita, a 30 km da Ariano, San Marco dei Cavoti (BN). 

Dalla sua biografia emergono qualità indiscutibili di leadership e capacità imprenditoriale. Esempio vivente del “sogno americano”, partendo da zero, a quarant’anni divenne Presidente della Ford Division (la Mustang fu creata sotto la sua direzione) e successivamente Presidente della Ford Motor. Ma diventò ancora più famoso quando passò ad una Chrysler sull’orlo del fallimento e, con una serie di azioni illuminate, la riportò in breve tempo in attivo. Ha anche scritto alcuni best sellers sulla storia della sua vita e sul suo particolare concetto di leadership. Suoi sono i parametri di valutazione della leadership detti “9C” (Common Sense, Communication, Creativity, Conviction, Competence, Courage, Character, Charisma, Curiosity). Oggi, all’età di 84 anni è ancora sulla breccia e la presentazione dell’ultimo suo lavoro letterario (Where have all the leaders gone?) è diventato un tormentone che viaggia via email, soprattutto nell’ambito della comunità italiana. Uno sfogo e un’esortazione che faremmo bene a fare anche nostri, noi italiani d’Italia.

Ma sono l’unica persona in questo paese che si sta rendendo conto di quanto sta succedendo? Dove diavolo è la nostra indignazione? Dovremmo lamentarci a squarciagola. Abbiamo consentito che una banda di stupidi clown fosse messa a governare la nostra nave di Stato, diritto contro una scogliera. Abbiamo consentito che una compagnia di banditi rubasse a noi ciechi, noi che non sappiamo più nemmeno ripulire una città dopo un uragano, e ancora meno costruire un’auto ibrida. Ma invece di incavolarsi, tutti ci girano attorno e ciondolano la testa quando i politici dicono che bisogna continuare a “seguire la rotta”. Seguire la rotta? Ma voi state scherzando? Questa è l’America, non il dannato “Titanic”. Vi lancio uno slogan: “Buttiamo via tutti i fannulloni!”. 

Voi potreste pensare che io stia diventando vecchio, che sono andato fuori di testa, e forse lo sono. Ma qualcuno deve pur parlare. Ormai quasi stento a riconoscere questo paese. 

I più famosi leader d’azienda non sono più innovatori, ma ragazzi in manette. Mentre stiamo giocherellando in Iraq, il Medio Oriente sta bruciando e nessuno sembra sapere cosa fare. E la stampa agita “pom-pon” invece di porre serie domande. Questa non è l’”America” promessa, quella per la quale i miei e i vostri genitori hanno attraversato l’oceano. Io ne ho abbastanza. E voi?  

Faccio un ulteriore passo avanti. Voi non potete chiamarvi patrioti se non siete indignati. Questa è la battaglia che sono pronto e disposto a combattere. La più grande “C” è “Crisi”! 

Leader non ci si nasce, ma si diventa. La leadership si forgia in tempo di crisi. E’ facile stare lì seduti con i piedi sulla scrivania e parlare di teoria. O mandare i figli di qualcun altro alla guerra quando tu stesso non hai mai visto un campo di battaglia. E’ tutta un’altra cosa capeggiare quando il tuo mondo va in rovina.  

Dopo l’11 settembre 2001 avevamo bisogno di un leader forte, più di chiunque altro nella nostra storia. Avevamo bisogno di una mano ferma che ci guidasse fuori dalle ceneri. Fare di una messa un inferno.

E invece ecco come ci siamo ridotti. Siamo immersi in una guerra sanguinosa senza alcun piano per vincerla e senza alcun piano per uscirne. Stiamo registrando il più grande deficit della storia del nostro paese. Stiamo perdendo capacità produttiva e competitività nei confronti dell’Asia, mentre le nostre ex-grandi aziende stanno diventando schiave dei costi per l’assistenza sanitaria.  Il prezzo del gasolio sta andando alle stelle e nessuno al potere ha una politica energetica coerente. Le nostre scuole sono in difficoltà. Le nostre frontiere sono un colabrodo. La classe media viene schiacciata in ogni modo. Questi sono  tempi che gridano per una vera leadership.

Ma guardandoci intorno viene spontaneo chiederci: “Dove sono andati tutti i leaders?” Dove sono i curiosi, i creativi, i comunicatori? Dove sono le persone di carattere, coraggio, convinzione, onnipotenza e buon senso? Potrei seccarvi e andare avanti per ore, ma credo che abbiate compreso il punto.

Fatemi il nome di un leader che abbia una idea decente per la sicurezza nazionale, meglio che farci togliere le scarpe negli aeroporti e farci buttare via il nostro shampoo? Abbiamo speso miliardi di dollari per costruire una pachidermica nuova burocrazia, e tutto quello che sappiamo fare è reagire a cose che sono già successe.

Fatemi il nome di un leader che sia emerso dalla crisi dell’uragano Katrina. Il Congresso non ha ancora dedicato un solo giorno a valutare che tipo di organizzazione c’è stata in reazione all’uragano, o a verificare le responsabilità per le decisioni che sono state prese nelle ore cruciali dopo la tempesta.

Ognuno sta col sedere a terra, con le dita incrociate, sperando che non accada di nuovo. Ora, questa è pura pazzia. Le tempeste accadono. Bisogna affrontarle. Fare un piano. Cercare di capire fin da oggi come dovremo agire la prossima volta.

Fatemi il nome di un leader industriale che stia pensando in modo creativo su come possiamo ristabilire la nostra competitività produttiva. Chi avrebbe mai immaginato che ci sarebbe stato un tempo in cui con la frase “le tre grandi” ci si sarebbe riferiti a tre aziende automobilistiche giapponesi (Toyota, Nissan e Honda, invece una volta erano GM, Ford e Chrysler, ndr)? Come è potuto succedere e, cosa più importante, cosa faremo al riguardo?

Fatemi il nome di un candidato al governo che sappia articolare un piano per saldare il debito pubblico, o risolvere la crisi energetica o gestire il problema dell’assistenza sanitaria. Il silenzio è assordante. Ma sono proprio questi i problemi che stanno corrodendo il nostro paese e mungendo a sangue la classe media. 

Ho una notizia per quella banda del Congresso. Noi non vi abbiamo eletto per sedere sui vostri deretani a non fare niente e rimanere in silenzio mentre la nostra democrazia viene dirottata, e la nostra grandezza sta per essere sostituita con la mediocrità. Di che hanno paura? Che qualche stupido su Fox news li chiami per nome? Datemi un motivo. Vorrei sapere perché voi, ragazzi, non mostrate di avere una spina dorsale per il cambiamento?

Ne avete abbastanza? Hey, io qui non sto cercando di essere una voce triste e malinconica. Sto cercando di accendere un fuoco. Sto parlando francamente perché nutro ancora una speranza. Io credo nell’America. Nella mia vita ho avuto il privilegio di vivere attraverso alcuni tra i più grandi momenti d’America. Ma ho anche sperimentato alcune tra le crisi peggiori: la “Grande Depressione”, la “Seconda Guerra Mondiale”, la “Guerra di Corea”, “l’assassinio di Kennedy”, la “Guerra del Vietnam”, le crisi petrolifere degli anni ‘70  e le battaglie più recenti culminate con l’11 settembre. Se nella vita ho imparato una cosa è questa: “non andrai da nessuna parte stando fermo ai bordi del campo in attesa che qualcun altro prenda in mano l’azione”. Sia che si tratti di costruire un’auto migliore o un futuro migliore per i nostri figli, ciascuno di noi ha un proprio ruolo da giocare. Questa è la sfida che sto lanciando con questo libro. E’ una chiamata all’azione per le persone che, come me, credono nell’America. Non è troppo tardi, ma il punto di non ritorno si sta avvicinando. Scrolliamoci di dosso la merda e andiamo a lavorare. Diciamogliela a tutti quanti che ne abbiamo abbastanza!

Come possiami dargli torto…?

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Il voto all’estero

sabato, aprile 5th, 2008

vignetta voto estero

Lo so. In questo momento probabilmente quanto sto per raccontare è completamente fuori luogo, soprattutto nei confronti di chi sta lottando per un futuro nella propria terra, lontano mille anni luce con lo spirito e con la mente dalla politica e dai giochi di potere di queste ultime settimane. In questo contesto il NON voto, più che un diritto può diventare un dovere.

Mettendo da parte, per un attimo, questa incresciosa situazione, mi rivolgo a chi, nel resto dell’Italia borghese e sorniona, si accinge a recarsi alle urne per esercitare il proprio “diritto” di voto.

L’argomento di oggi sono le elezioni politiche ed in particolare quelle di chi, come me, ha la sventura (se così si può chiamare) di votare all’estero.

Due anni fa fu piuttosto semplice. Evidentemente i consolati, a fine legislatura, avevano avuto tutto il tempo per organizzarsi. Ma votammo per i seggi riservati agli “stranieri”, quindi con liste differenti, più corte e accorpate rispetto a quelle presenti nei seggi nazionali.

Quest’anno è stato deciso che per noi “anomali”, cioè italiani NON residenti stabilmente all’estero, spettasse la “circoscrizione elettorale Lazio 1″ per la Camera e “Regione Lazio” per il Senato, anche per chi normalmente fosse residente in altre regioni. Per me e mia moglie non fa differenza, ma per altri nella nostra situazione, non romani d’adozione,  sicuramente.

Il regolamento diceva che entro il 26 marzo i plichi con tutto il materiale elettorale avrebbero dovuto essere spediti dai consolati ai cittadini italiani sparsi nel territorio di loro competenza. Gli elettori, ricevuto il plico, avrebbero dovuto votare e rispedire in tempo perchè tutto tornasse ai consolati entro il 10 aprile. Il nostro Consolato (quello di Miami), o chi per esso, ha fatto molta confusione. Innanzitutto ha spedito i plichi con 2 giorni di ritardo (il timbro postale diceva 28 marzo). A mia moglie è arrivato lunedì 31 ed a me mercoledì 2 aprile (misteri delle poste americane). Nel frattempo l’ambasciata di Washington ci ha detto di non procedere al voto perchè c’erano stati degli errori e sarebbero arrivati altri due plichi con le cose a posto.

Finalmente, in trepida attesa, ieri pomeriggio (4 aprile) sono arrivati i plichi corretti ed abbiamo potuto esercitare il nostro diritto di voto e spedire il tutto con busta preaffrancata, con la speranza che arrivi tutto in tempo. Quale era stato l’errore? La scheda per il Senato avrebbe dovuto riportare la dicitura “Regione Lazio” mentre invece c’era scritto “Circoscrizione elettorale Lazio”, inoltre la prima busta inviata non era stata preaffrancata ma riportava la scritta stampata “Lazio 1″, mentre la seconda è arrivata già affrancata, ma la scritta Lazio 1 è stata aggiunta a penna! Per queste stupidaggini, abbiamo rischiato di non votare.

In ogni plico c’erano: due schede elettorali, due buste vuote (una bianca e una affrancata), il tagliando elettorale, un manuale delle istruzioni, il voluminoso e pesantissimo tabellone con tutti i candidati di tutti i partiti (16 per la camera e 14 per il senato) e una matita con cappuccio (che hanno opportunamente evitato di mettere nella seconda spedizione). Un plico per ogni elettore (nel nostro caso due, per l’errore sopra menzionato), anche se più elettori, della stessa famiglia, erano domiciliati allo stesso indirizzo. Ad esempio una famiglia italiana, con tre figli maggiorenni a carico, ha ricevuto dieci plichi con dieci tabelloni, eccetera eccetera… Che spreco! Sarebbe stato sufficiente e più economico fare un’unica spedizione per nucleo familiare, con un solo tabellone, una sola matita, un solo libretto con le istruzioni per l’uso, una sola busta preaffrancata per la spedizione di ritorno… ma probabilmente sarebbe stato troppo razionale!

Non voglio entrare nel merito della scelta dei materiali, ma … il tabellone e le istruzioni per l’uso erano in carta lucida di un certo spessore, sicuramente non economica e certamente non riciclata. Bah!

A proposito di sprechi, naturalmente le nostre schede non riportavano il simbolo della DC di Pizza, che ha recentemente vinto il ricorso … vuoi vedere che è tutta fatica sprecata e che dovremo votare daccapo?

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Viaggio a Capo Nord – L’epilogo

mercoledì, marzo 19th, 2008

copenhagen

Classica foto ricordo davanti alla Sirenetta di Copenhagen

(10^ parte – vedi la puntata precedente - comincia dall’inizio

Vivere la Festa dell’Acqua a Stoccolma ci appagò completamente. Ormai per noi il viaggio poteva ritenersi concluso. Passammo quello che restava della notte ancora una volta in auto, in qualche area di servizio tra Stoccolma e Norrköping. Ci aspettavano ancora circa tre giorni di viaggio prima di poter dormire nel nostro letto di casa, eravamo piuttosto stanchi, ma eravamo pienamente soddisfatti di come era andata fino ad allora. L’unico pensiero che ci assillava: come rendere ancora interessante la rimanente parte del nostro epico viaggio? La mattina del 16 agosto puntammo decisi verso Copenhagen, rientrammo pertanto in Danimarca, prendendo ancora una volta il traghetto, da Helsingborg (Svezia) ad Helsingor (Danimarca), e potemmo mettere un’altra bandierina nel nostro album dei ricordi. Andare a Copenhagen e non fare una foto con la statua della Sirenetta è un po’ come andare a Roma e non vedere il Colosseo o a Parigi e ignorare la Torre Eiffel. Malgrado fosse un’icona notissima, vederla da vicino ci sorprese comunque. Non saprei come spiegare le nostre sensazioni, forse l’avevamo immaginata più grande, abituati alle grandi statue equestri delle nostre piazze principali. Invece era lì, a grandezza naturale o forse anche un po’ più piccola, sola e indifesa, tenerissima, come una qualsiasi bella teenager danese a prendere il sole in topless su uno scoglio del Mare del Nord. Entrò subito nelle nostre simpatie, ce la saremmo portata con noi, molto volentieri.

mappa stoccolma amsterdam

 Nono giorno: da Stoccolma (Svezia) ad Amsterdam (Danimarca)

Fatto un rapido giro della bella città di Copenhagen, fummo colpiti dalla sua estrema pulizia, da alcuni scorci interessanti, malgrado sia una città moderna con un grande porto industriale,  e dallo spettacolare cambio della guardia, davanti ai cancelli del Palazzo Reale “Amalienborg”. La nostra tappa successiva ci costrinse a deviare un po’ la rotta. Anche se eravamo completamente esausti, non riuscivamo a rinunciare a nulla. Ci chiedemmo: visto che ci troviamo, siamo arrivati fin quassù… perché non facciamo un salto anche ad Amsterdam? Detto, fatto. Arrivammo alla Venezia del Nord in tarda serata. Ormai non avevamo più né la voglia né le giuste energie per godere delle bellezze architettoniche, dei viali alberati, dei silenziosi canali. Avemmo soltanto la forza di farci un giro nel quartiere a luci rosse, tappa obbligata per soddisfare la curiosità di quattro scapoloni d’oro in gita di piacere. Effettivamente ne valse la pena, la caratteristica atmosfera di quei vicoli di perdizione è da provare, anche se venne spontaneo un sentimento di pena e compassione nei confronti di quelle ragazzine in vetrina. Fummo anche avvicinati da numerosi … “venditori di fumo” che letteralmente ci assalirono appena si accorsero che eravamo italiani. Evidentemente gli italiani sono ottimi clienti da quelle parti. Trovare una pensione o un ostello decente dove passare la notte, assorbì le ultime energie che ci restavano. Non ricordo quale soluzione trovammo, ma sono sicuro che non pernottammo in un albergo a 5 stelle… 

L’ultimo tratto che restava da percorrere era ancora molto, troppo lungo. Visto che a quel tempo vivevo a Torino e, molto previdentemente, mi ero portato appresso le chiavi del mio appartamentino, decidemmo di deviare ancora una volta il nostro itinerario. Così scendemmo lungo il confine tra Francia e Germania, in Alsazia, vedemmo Ginevra dall’alto ed arrivammo ad Aosta in serata. Ancora un piccolo sforzo e riuscimmo finalmente a mangiare, verso mezzanotte, un piatto di spaghetti aglio e olio a casa mia (ne ho sempre avuto qualche scorta nella mia dispensa) e ci riposammo in un comodissimo letto dopo tanti giorni di soluzioni a dir poco… arrangiate.

Così potemmo raderci, darci una bella rinfrescata e fare una bella impressione al nostro arrivo ad Ariano, la sera del 18 agosto. Fare tappa a Torino fu un’ottima pensata. Se i nostri parenti arianesi ci avessero visto in quali condizioni eravamo sbarcati in Piemonte la sera prima… si sarebbero presi un bello spavento!

mappa amsterdam ariano
Decimo giorno: da Amsterdam (Olanda) a Torino
Undicesimo giorno: da Torino ad Ariano Irpino

Tirare le somme di un viaggio del genere non è facile. Credo che dal mio racconto sia emerso un certo spirito d’avventura, forse d’incoscienza, ma soprattutto l’immenso patrimonio di ricordi, di immagini, di esperienze che ne abbiamo tratto. Quello fu il primo di tanti altri viaggi che intraprendemmo anche nelle estati successive, con lo stesso gruppo affiatato, ma mai riuscimmo ad eguagliare le emozioni provate la prima volta.

Se consigliarlo può sembrare scontato, mi azzarderei a suggerire proprio il nostro metodo, tutto in auto o meglio in camper, e soprattutto il nostro spirito. La nostra epoca ci permette di raggiungere in breve tempo mete che un tempo erano inavvicinabili, tuttavia per gustare certe esperienze, per provare certe emozioni, occorre vivere ogni istante della nostra vita, ogni chilometro del nostro percorso, come se fosse il più importante, il capitolo principale del libro della nostra storia. Il nostro unico errore, se così si può chiamare, fu solo quello di andare troppo di fretta, tante belle città furono soltanto sfiorate dal nostro cammino. Del resto percorrere quasi 11.000 km in 11 giorni è un tour de force particolare, quasi un record. Ma noi ne fummo pienamente coscienti, lo considerammo una sorta di “viaggio di perlustrazione” per individuare quali città fossero veramente meritevoli di essere visitate, un giorno, con più attenzione, e ci impegnammo a prendere nota per tornarci, con maggiore calma, magari con compagni di viaggio diversi.

Da allora, infatti, città come Amterdam o Stoccolma le ho riviste più attentamente, in un’altra stagione, di giorno, ho avuto l’opportunità di visitare alcuni musei splendidi (mi vengono ancora i brividi al ricordo delle emozioni provate nel Museo di Van Gogh e nel Rijksmuseum), ma forse, se non ci fossi già stato in quella occasione, non avrei dato loro la giusta importanza e soprattutto la possibilità di una seconda chance. 

altra foto a capo nord 

 Altra foto ricordo a Capo Nord

Nessun libro di storia o di geografia può insegnare tanto quanto un viaggio fatto bene. Naturalmente il nostro, più che un viaggio fu una scommessa, una sfida con noi stessi, ma col passare dei giorni ci rendemmo conto che il vero obiettivo raggiunto non era stato Capo Nord, ma il viaggio stesso, le migliaia di paesaggi, di aneddoti, di storie di persone incontrate per caso. Tutto quello che abbiamo visto ci ha arricchito in una maniera straordinaria e la dimostrazione è che a distanza di 15 anni, malgrado le nostre vite abbiano intrapreso percorsi diversi, al ricordo di quegli undici giorni, ancora nei nostri occhi si accende una luce particolare e scattano sensazioni uniche di complicità e amicizia sincera.

(Fine)

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