Circa due anni fa scrissi di almeno un paio di alternative esistenti, più intelligenti ed economiche rispetto alla discarica ed al termovalorizzatore di vecchia concezione, per il trattamento dei rifiuti urbani. Naturalmente non erano e non sono invenzioni del solito partito del “NO”, infatti gli studi, le esperienze e le applicazioni reali continuano, nel silenzio generale. C’era persino chi aveva messo in dubbio l’esistenza del prof. Paolo Plescia che ha dedicato alla soluzione THOR, molti anni della sua ricerca presso il CNR.
A proposito del Prof. Paolo Plescia, questa è la registrazione, con il metodo Slidecast, di un suo intervento recente (6 febbraio 2010) durante un convegno sulla raffinazione dei rifiuti tenutosi a Senigallia.
L’intervento del Prof. Plescia è piuttosto tecnico e lungo (47 minuti) ma si fa ascoltare volentieri ed è naturalmente molto interessante.
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La raffinazione dei rifiuti
lunedì, marzo 29th, 2010La soluzione THOR
martedì, giugno 24th, 2008Come ho fatto per l’ArrowBio qualche giorno fa, affronto stavolta la tecnologia THOR, un altro sistema di trattamento dei rifiuti indifferenziati a freddo. Anche questo sistema risulterà estremamente vantaggioso in termini economici ed ecologici nei confronti delle discariche e dei termovalorizzatori. In particolare potrebbe inserirsi anche nell’attuale procedimento che porta all’inceneritore, offrendo tuttavia una maggiore garanzia sui residui (nanopolveri e ceneri) prodotti dalla combustione.
Di che si tratta?
La tecnologia THOR (Total House Waste Recycling) nasce da uno studio ideato e condotto dal nostro C.N.R. (Prof. Paolo Plescia) con il supporto di un’azienda di Roma, che si è occupata della realizzazione industriale dei prototipi e dell’impianto. Il primo impianto sperimentale è già in funzione in Sicilia e sta offrendo ottimi risultati.
Come per l’ArrowBio, anche il sistema THOR non necessita di raccolta differenziata essendo la separazione dei vari componenti alla base dello stesso processo. Questo aspetto è sicuramente importante, viste le attuali percentuali di raccolta, anche se non molto educativo nei confronti dei cittadini. Ad ogni modo nulla vieta che una parte della differenziazione possa continuare ad essere fatta a monte. Anche questo procedimento consente, pertanto, di recuperare gran parte dei materiali riciclabili come i metalli ferrosi e non ferrosi, la plastica e il vetro. A differenza del sistema ArrowBio, tuttavia, non vengono prodotti fertilizzanti e Biogas, ma combustibile solido ad alto potere calorifero che può essere impiegato per tutti gli usi tipici dei combustibili (motori, caldaie, sistemi di riscaldamento centralizzati, impianti di termovalorizzazione), senza produrre i residui nocivi (solidi ed aeriformi) tipici dei termovalorizzatori attuali. Vengono prodotti, inoltre, materiali per l’edilizia.
Il concetto a base di tale processo non è l’impiego dell’acqua, come per l’ArrowBio, ma la polverizzazione dei rifiuti, riducendoli in particelle tanto piccole (inferiori a dieci millesimi di millimetro) da poter distinguere e separare facilmente in esse i singoli componenti (elementi chimici, metalli, plastiche) grazie a noti, ed abbondantemente sperimentati, procedimenti fisico-chimici.
Anche con questo sistema è possibile ridurre sensibilmente, o tenere sotto controllo, l’emissione di polveri nocive e i cattivi odori. Anche per questo sistema, grazie alla produzione di combustibile, l’energia termica prodotta rende completamente autonomo l’impianto.
Il Processo
Proviamo a descrivere, in linea di massima, come si sviluppa il procedimento. Si tratta essenzialmente di una combinazione di trattamenti di tipo fisico-chimico e mineralurgico, cioè trattamenti tipici delle industrie minerarie che separano ed arricchiscono le materie prime minerali con metodi a basso costo.
Scopo del processo, in pratica, è raggiungere il cosiddetto “grado di liberazione” cioè la dimensione più piccola entro la quale il minerale, o la sostanza che interessa, risulta libera da qualsiasi corpo estraneo. Riducendo la pezzatura del rifiuto a poche decine di micron qualsiasi operazione di separazione ed arricchimento, sterilizzazione, combustione o pirolisi (processo che consente la scissione dei legami chimici mediante calore ma senza combustione, cioè senza ossigeno) è attuabile in modo molto più efficiente, con minore spreco di energia.
I rifiuti indifferenziati vengono introdotti in uno speciale “mulino” meccano-chimico che li frantuma e polverizza fino a ridurli a livello di pochi micron di diametro. Le pressioni di urto sono tali (da 8000 a 15000 atmosfere) da distruggere qualsiasi flora batterica (e quindi odori e fermentazione), rendendo così il prodotto sterile e completamente disidratato (l’acqua contenuta viene vaporizzata). A questo punto i vari elementi vengono separati utilizzando diversi metodi e strumenti che assomigliano molto a quelli utilizzati dal sistema ArrowBio, ma in questo caso le particelle sono infinitamente più piccole. Viene infatti impiegata l’acqua e un ciclone d’aria per separare gli elementi pesanti come sali e metalli da quelli leggeri combustibili, un magnete per attrarre i metalli ferrosi e correnti indotte per gli altri metalli. In questo modo vengono separate anche le plastiche, dalle quali viene successivamente eliminato il pericoloso cloro (la C di PVC) facendolo precipitare come sale. Vengono inoltre separate frazioni di vetro, materiali inerti e frazioni metalliche più fini. Quanto rimane è essenzialmente materia organica residua (carta, legno e materiale organico) che viene compattata e ridotta ad autentiche eco-balle pronte per la combustione da riscaldamento o caldaia, oppure può essere tenuta sfusa o emulsionata per essere trasportata liquida (bio-olio per motori diesel). Ad ogni modo, in qualsiasi forma viene attuata, è sempre esente da cloro, solfati e inerti.
I residui di tutto questo processo sono praticamente nulli in quanto tutto il materiale che ne esce, se non viene riciclato, diventa combustibile per generare energia termica. La parte che viene bruciata, a sua volta, produce scorie (ceneri volanti e ceneri pesanti). Anche queste vengono prelevate e sottoposte a un processo di modificazione cristallochimica, frantumate e trattate in maniera da essere ancora riutilizzabili, essendo materiale di tipo vetroso, come malte pozzolane sintetiche molto utili per l’industria edile.
Insomma anche per il processo THOR, anzi, ancora di più rispetto al processo ArrowBio, “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
Rispetto al processo ArrowBio, il sistema THOR è un po’ più indietro nella sperimentazione. I primi parziali impianti pilota sono stati allestiti nel periodo 2003-2006 a Sidney in Australia. Il primo sistema completo, invece, è attualmente operante in Sicilia e riesce a trattare fino a 8 tonnellate l’ora .
I vantaggi e le possibili applicazioni
Se non teniamo conto del livello di maturità raggiunto dalla tecnologia, i vantaggi di questo processo sono ancora superiori rispetto alla soluzione ArrowBio.
Primo vantaggio evidente è che il volume dei rifiuti micronizzati si riduce di tre quarti, cioè i rifiuti che occupavano, ad esempio, 400 metri cubi, dopo il trattamento ne occupano soltanto 100.
Malgrado non sia necessario differenziare a monte, anche questo metodo consente di recuperare un’alta percentuale di materiali riciclabili (metalli ferrosi e non ferrosi, inerti, plastiche e vetro) e materiali per l’edilizia (leganti e malte).
Anche qui non si producono cattivi odori, né microparticelle volatili, né diossina, né alcun tipo di elemento inquinante per l’aria, l’acqua e il suolo.
Oltre ai vantaggi già elencati, simili a quelli della soluzione ArrowBio, la micronizzazione permette di aumentare anche del 120% il calore di combustione dei rifiuti (rispetto ai CDR inviati ai termovalorizzatori) con un notevole risparmio (o incremento, a seconda del punto di vista) di energia. Inoltre, le minime dimensioni delle particelle consentono un’agevole separazione delle componenti pericolose (metalli e sostanze clorurate) e di quelle riciclabili.
C’è una totale assenza di residui e la completa autosufficienza energetica del sistema.
Un impianto pilota (da 2 tonnellate/ora)
Molto interessante la possibilità del sistema di essere campalizzato e le dimensioni estremamente ridotte dell’impianto gli consentono infinite applicazioni. Ad esempio può essere trasportato ovunque serve su camion o su nave o, viceversa, il combustibile prodotto può essere impiegato dalla stessa nave come carburante. Altra applicazione potrebbe essere, ad esempio, nelle isole o nelle zone dove scarseggia l’acqua, l’energia termica prodotta potrebbe alimentare un dissalatore, in questo modo nello stesso tempo si produrrebbe acqua potabile e si risolverebbe il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
Un esempio concreto delle sue possibilità: consideriamo un’area urbana di 5000 abitanti che produce circa 50 tonnellate al giorno di rifiuti solidi. In queste condizioni il sistema THOR permette di ricavare una media giornaliera di 30 tonnellate di combustibile, 3 tonnellate di vetro, 2 tonnellate tra metalli ferrosi e non ferrosi e 1 tonnellata di inerti, nei quali è compresa anche la frazione ricca di cloro dei rifiuti, che viene separata per non inquinare il combustibile. Il resto dei rifiuti è acqua, che viene espulsa sotto forma di vapore durante il processo di micronizzazione. Il prodotto che esce da Thor è sterilizzato perché le pressioni che si generano nel mulino determinano la completa distruzione delle flore batteriche, e, inoltre, non produce odori da fermentazione: resta inerte dal punto di vista biologico, ma combustibile.
Passiamo ai costi
I costi sono di massima comparabili con quelli già estremamente convenienti dell’ArrowBio. Infatti, secondo quanto valutato dal suo inventore, un impianto di meccano-raffinazione di taglia medio-piccola da 20 mila tonnellate di rifiuti l’anno costa circa 40 Euro per tonnellata di materiale, molto meno della metà rispetto a quanti ne richiederebbero discariche e inceneritori, anche perché ai costi di questi ultimi andrebbero aggiunti quelli di gestione, e in particolare le spese legate allo smaltimento delle scorie e ceneri per gli inceneritori, o della gestione degli odori, dei gas e del percolato delle discariche, entrambi inesistenti nel THOR. Quanto al calore prodotto, il potere calorico dei rifiuti dopo la raffinazione meccanica raddoppia (5.300 Kcal/kg) rispetto a quello di rifiuti contenenti normali cascami di carta (2.500 Kcal/kg).
Il primo impianto THOR, quello attualmente in funzione in Sicilia, riesce a trattare fino a 8 tonnellate l’ora e non ha bisogno di un’area di stoccaggio in attesa del trattamento; è completamente meccanico, non termico e quindi non è necessario tenerlo sempre in funzione, anzi può essere acceso solo quando serve, limitando o eliminando così lo stoccaggio dei rifiuti e i conseguenti odori. Inoltre, è stato progettato anche come impianto mobile, utile per contrastare le emergenze e in tutte le situazioni dove è necessario trattare i rifiuti velocemente, senza scorie e senza impegnare spazi di grandi dimensioni, con un costo contenuto: un impianto da 4 tonnellate/ora occupa un massimo di 300 metri quadrati e ha un costo medio di 2 milioni di Euro.
Riportando questi dati ai valori presi a riferimento per l’ArrowBio, un impianto più grande (come ad esempio quello siciliano) da 8 t/ora, che smaltirebbe 70.000 t/anno, costerebbe molto meno, almeno un terzo.
A questi valori, inoltre, occorrerebbe aggiungere il ricavo dalla vendita dei materiali riciclati, quelli per l’edilizia e il combustibile (o l’energia termica prodotta).
Questo è un altro dei possibili sistemi che risolverebbero per sempre il problema dei rifiuti. Ancora non pronto per l’impiego massiccio commerciale, ma già disponibile per risolvere, ad esempio, le “emergenze” croniche. Si tratta, inoltre, di un progetto italiano, prodotto da menti italiane che sono fuori dai giochi di potere e camorristici. Sarà forse questo il motivo per cui non se ne sente mai parlare da nessuna parte?
La soluzione ArrowBio
sabato, giugno 21st, 2008Nell’attesa che il progetto vada avanti (ho già preso contatti con la ditta che rappresenta la tecnologia ArrowBio in Italia), vorrei descrivere, per i non informati, il processo ArrowBio e anticipare una piccola breve valutazione dei suoi vantaggi rispetto alle discariche ed ai termovalorizzatori.
Di che si tratta?
La tecnologia ArrowBio è un brevetto registrato per il trattamento dei rifiuti solidi urbani. Esistono altri sistemi similari che affronterò prossimamente (ad esempio il sistema THOR realizzato dal nostro CNR in Sicilia).
Primo aspetto positivo, soprattutto in un paese pigro come il nostro, è che il processo ArrowBio tratta rifiuti indifferenziati. Questo procedimento consente, ad ogni modo, di recuperare gran parte dei materiali riciclabili come i metalli ferrosi e non ferrosi, la plastica (HDPE, PET e pellicola) e il vetro. Permette inoltre di produrre fertilizzanti e Biogas che è una fonte di energia alternativa pulita, utilizzabile per il trasporto o per la produzione di energia elettrica o termica.
Mentre, per il trattamento dei rifiuti, le discariche utilizzano la terra e i termovalorizzatori (o inceneritori) il fuoco, il concetto assolutamente innovativo del processo ArrowBio, è che utilizza l’acqua . Ci si è posti il quesito: i rifiuti solidi urbani contengono, per loro natura, una grande quantità d’acqua, cosa ne facciamo? Utilizziamola per trattare e separare i rifiuti stessi! Non a caso il primo impianto ArrowBio è stato costruito a Tel Aviv, dove l’acqua è molto preziosa e gli israeliani sanno come ottimizzarne l’uso.
Quali sono i vantaggi derivanti dall’utilizzo dell’acqua? Una delle sue più note proprietà è che permette di separare facilmente gli elementi leggeri (che galleggiano) da quelli pesanti (che vanno a fondo). Tenere i rifiuti in acqua consente di ridurre sensibilmente, o tenere sotto controllo, l’emissione di polveri nocive e i cattivi odori. Grazie alla separazione in acqua, la produzione di compost pulito (cioè con meno contaminanti) avviene molto più facilmente e l’acqua è l’elemento base per la produzione di Biogas di ottima qualità (con elevato contenuto di metano) mediante digestione anaerobica (cioè con batteri che operano in assenza di ossigeno). Inoltre, visto che i rifiuti hanno un alto contenuto di umidità, quando si è a regime, il sistema non ha più bisogno di prelevare acqua dall’esterno.
Il Processo
Proviamo a descrivere, in linea di massima, come si sviluppa il procedimento. C’è una prima fase di preparazione e separazione idromeccanica dei rifiuti. Il contenuto dei camion viene scaricato in una grande vasca piena d’acqua. Per gravità avviene la prima grande separazione: i materiali inorganici (metalli, vetro e altri inerti) hanno generalmente un peso specifico maggiore dell’acqua e pertanto vanno a fondo. Le plastiche e i materiali organici biodegradabili, invece, tendono a galleggiare o a rimanere in sospensione.
I materiali inorganici, pertanto, vengono inviati ad una linea del processo che si occupa dell’ulteriore separazione in materiali ferrosi (quelli che si attaccano ad una calamita), metalli non ferrosi (quelli che vengono separati tramite correnti indotte) e vetro.
Le plastiche e i materiali organici biodegradabili vengono a loro volta separati, alcuni per dimensioni, altri manualmente e, quelli molto leggeri come le buste di plastica, mediante separatori ad aria. Tutto il rimanente è composto quasi esclusivamente da materiale organico biodegradabile, pertanto viene triturato, frantumato idraulicamente e filtrato. La terriccio che ne risulta viene immerso nuovamente in acqua per separare ancora una volta le componenti metalliche e vetrose rimanenti (pesanti) da quelle biologiche (leggere).
La soluzione organica acquosa ottenuta (minestrone biologico) viene così inviata a due successivi contenitori che, tramite processi naturali di fermentazione anaerobica (acetogenico e metanogenico) a temperatura ambiente, digeriscono la brodaglia producendo biogas e fango biologico. Il biogas è utilizzato per la produzione di energia elettrica e calore, mentre il fango biologico viene disidratato e venduto come concime.
I residui di tutto questo processo ammontano a circa il 20% (dipende dal tipo di rifiuti introdotti), che possono essere inviati a discarica o inceneritore (ma sono inerti e quindi non pericolosi) o ancora verso impianti specializzati, per una ulteriore separazione (ce n’è uno molto buono in Veneto).
Insomma come disse Antoine Lavoisier, “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
Attualmente è già operante (da 5 anni) l’impianto di Tel Aviv (Israele) da 40.000 t/anno, mentre sono in fase di completamento quelli di Falkirk (Scozia) da 70.000 t, Pachuca (Messico) da 180.000 t e Sidney (Australia) da 90.000 t.
I vantaggi
E’ lecito affermare che i vantaggi di questo processo sono innumerevoli.
Malgrado non sia necessario differenziare a monte, questo metodo consente di recuperare l’80-90% dei materiali riciclabili (95% dei metalli ferrosi, 85% dei metalli non ferrosi, 85% della plastica, il 90% del vetro).
Produce Biogas, essenzialmente metano, utile per ottenere energia elettrica (per alimentare lo stesso impianto, ad esempio) o come carburante pulito per il trasporto pubblico al posto dei carburanti fossili altamente inquinanti.
Non produce cattivi odori, né microparticelle, né diossina, né alcun tipo di elemento inquinante per l’aria, l’acqua e il suolo.
La percentuale di residuo è bassa (< 20%) e ulteriormente riducibile, e comunque è inerte.
Naturalmente ci sono molti altri vantaggi tecnici (come la qualità e la stabilità del metano e del compost prodotti dalla fermentazione anaerobica rispetto a quella aerobica, etc.), ma tediare il lettore non è lo scopo (principale) di questo blog.
Passiamo ai costi
I costi rispetto ad altri metodi sono senz’altro inferiori (solo il deposito in discarica è più economico… ma è inutile sottolinearne il differente rapporto costo/efficacia). Del resto, se scozzesi ed ebrei sono stati i primi ad utilizzare questo metodo… ci sarà un motivo!
Un grafico che mette a confronto la tecnologia ArrowBio rispetto alle altre utilizzate per il trattamento dei rifiuti solidi urbani.
Da questo grafico si può notare come il processo ArrowBio si inserisce tra gli altri metodi di trattamento dei rifiuti solidi urbani. E’ senz’altro il metodo che produce di più e inquina di meno, con costi medi sufficientemente bassi.
Per quantificare i costi ho dato uno sguardo all’analisi effettuata dall’Agenzia per l’Ambiente della Gran Bretagna, che per i suoi conti si è basata sull’impianto di Tel Aviv. Per un impianto di tipo ArrowBio da 75.000 t/anno (circa 10 volte l’esigenza della città di Ariano o pari a circa la metà dell’esigenza dell’intera provincia di Avellino), il costo dell’impianto è di circa 15 milioni di Euro. Considerando un periodo di ammortamento di 15 anni, ogni tonnellata di rifiuti in ingresso costa circa 40 Euro, ma produce una ricchezza (materiali riciclati + Biogas + fertilizzanti) pari a 25 Euro, cioè in pratica con questo sistema smaltire una tonnellata di rifiuti costa “solo” 15 Euro. Tanto per fare un raffronto mandare i rifiuti all’inceneritore costa 90 Euro a tonnellata e per quanto possa essere fatto bene ci sarà sempre una percentuale di ceneri e microparticelle tossiche prodotte.
Questo è soltanto uno dei possibili sistemi che risolverebbero per sempre il problema dei rifiuti. Chi ha il coraggio di dire che sono solo fandonie e che invece bisogna continuare ad arricchire politici corrotti e la solita Camorra, a inquinare le falde acquifere e l’aria che respiriamo, tutto a spese del denaro delle nostre tasche e della salute dei nostri figli?
I’m back
martedì, giugno 17th, 2008
Dopo un breve periodo di vacanza torno sul mio blog carico di energia, di rabbia e di buona volontà.
La sensazione più forte che sto provando in questi giorni, guardando le riprovevoli scene dei compattatori in fila verso la discarica di Pustarza, è di un’estrema impotenza. Gli sconfitti non siamo soltanto noi Arianesi e Savignanesi, o i Monteleonesi che dovranno respirare, per chissà quanti anni ancora, la puzza campana senza neanche ricevere un briciolo di riconoscenza. Sconfitta non è soltanto la politica locale, provinciale, regionale e nazionale. Sconfitta è l’umanità e la sua odiosa predisposizione a complicarsi la vita, a scegliere sempre la strada più lunga e tortuosa, quella più costosa e dannosa, pur essendone pienamente cosciente e pertanto doppiamente colpevole.
Non voglio sapere chi trarrà vantaggio da questo ennesimo scempio perpetrato nei confronti della natura, della nostra salute, della nostra economia e del nostro patrimonio socio-rurale. Come al solito, noi cittadini onesti e indifesi, siamo stati messi spalle al muro, ubbidire o essere fucilati, questa era l’alternativa. La macchina statale, con le sue perverse alleanze e para-giustificazioni si era messa in moto già più di un anno fa e pochi contadini offesi e violentati nella loro amata terra non avrebbero mai potuto alzare i loro forconi contro la “forza” della prepotenza legalizzata.
Sono tornato e sono veramente arrabbiato. Un paio di settimane fa ho lanciato una proposta che non è stata raccolta. Questo forse è un ulteriore motivo della mia rabbia. Sembra che alla nostra terra ci tenga soltanto chi ha già dovuto rinunciarci, per sempre.
Ma non voglio ancora fermarmi. La mia voglia di combattere è ancora grande e sono molto determinato. Nei prossimi giorni inizierò un progetto di lavoro, uno studio di fattibilità sulle soluzioni pulite, che esistono e sono già state applicate in varie parti del mondo. Al termine del mio lavoro non ci saranno scuse. L’ignoranza non sarà più una giustificazione della nostra atavica apatia.
Il mio desiderio è di poter risvegliare in qualche modo le nostre coscienze, completamente sopite, stordite da decenni di sonniferi politici e imbonitori televisivi. Il mio sogno è che si torni a 423 anni fa quando, nell’agosto del 1585, la comunità di Ariano seppe riscattare se stessa nei confronti del mondo intero, pagando 75.150 ducati e mettendo da parte, finalmente per una volta per tutte, le solite chiacchiere e i piagnistei.
Abbiamo un passato glorioso, difendiamolo con i denti. Soprattutto facciamo in modo che il futuro dei nostri figli dipenda da noi stessi e da nessun altro.
Che fine hanno fatto i leaders?
martedì, aprile 8th, 2008Lido Anthony “Lee” Iacocca
Tantissimi americani di origine italiana hanno una cosa in comune: sono fieri dei loro successi in terra d’America quasi a suggellare, a dare un senso ai sacrifici fatti dai loro antenati che lasciarono tutto in patria per cominciare una nuova vita nel Nuovo Mondo. Quasi a voler esorcizzare lo stereotipo dell’italiano mafioso e fannullone, tanti italiani si sono messi in evidenza per la loro determinazione e spirito d’iniziativa, per la loro rettitudine e onestà. Furono italo-americani, ad esempio, i giudici a cui furono affidati processi importanti come quello di Norimberga (Michael Mussmano) o quello del caso Watergate (John Sirica). L’estro italico, assieme alla forza di volontà, ha portato tanti italiani ai massimi vertici in tutti i settori più importanti della società Americana. Uno dei massimi esponenti di questi italo-americani di prima generazione è Lido Anthony “Lee” Iacocca, figlio di Nicola Iacocca e Antonietta Perrotta, trasferitisi in Pennsylvania un secolo fa da un paesino sannita, a 30 km da Ariano, San Marco dei Cavoti (BN).
Dalla sua biografia emergono qualità indiscutibili di leadership e capacità imprenditoriale. Esempio vivente del “sogno americano”, partendo da zero, a quarant’anni divenne Presidente della Ford Division (la Mustang fu creata sotto la sua direzione) e successivamente Presidente della Ford Motor. Ma diventò ancora più famoso quando passò ad una Chrysler sull’orlo del fallimento e, con una serie di azioni illuminate, la riportò in breve tempo in attivo. Ha anche scritto alcuni best sellers sulla storia della sua vita e sul suo particolare concetto di leadership. Suoi sono i parametri di valutazione della leadership detti “9C” (Common Sense, Communication, Creativity, Conviction, Competence, Courage, Character, Charisma, Curiosity). Oggi, all’età di 84 anni è ancora sulla breccia e la presentazione dell’ultimo suo lavoro letterario (Where have all the leaders gone?) è diventato un tormentone che viaggia via email, soprattutto nell’ambito della comunità italiana. Uno sfogo e un’esortazione che faremmo bene a fare anche nostri, noi italiani d’Italia.
Ma sono l’unica persona in questo paese che si sta rendendo conto di quanto sta succedendo? Dove diavolo è la nostra indignazione? Dovremmo lamentarci a squarciagola. Abbiamo consentito che una banda di stupidi clown fosse messa a governare la nostra nave di Stato, diritto contro una scogliera. Abbiamo consentito che una compagnia di banditi rubasse a noi ciechi, noi che non sappiamo più nemmeno ripulire una città dopo un uragano, e ancora meno costruire un’auto ibrida. Ma invece di incavolarsi, tutti ci girano attorno e ciondolano la testa quando i politici dicono che bisogna continuare a “seguire la rotta”. Seguire la rotta? Ma voi state scherzando? Questa è l’America, non il dannato “Titanic”. Vi lancio uno slogan: “Buttiamo via tutti i fannulloni!”.
Voi potreste pensare che io stia diventando vecchio, che sono andato fuori di testa, e forse lo sono. Ma qualcuno deve pur parlare. Ormai quasi stento a riconoscere questo paese.
I più famosi leader d’azienda non sono più innovatori, ma ragazzi in manette. Mentre stiamo giocherellando in Iraq, il Medio Oriente sta bruciando e nessuno sembra sapere cosa fare. E la stampa agita “pom-pon” invece di porre serie domande. Questa non è l’”America” promessa, quella per la quale i miei e i vostri genitori hanno attraversato l’oceano. Io ne ho abbastanza. E voi?
Faccio un ulteriore passo avanti. Voi non potete chiamarvi patrioti se non siete indignati. Questa è la battaglia che sono pronto e disposto a combattere. La più grande “C” è “Crisi”!
Leader non ci si nasce, ma si diventa. La leadership si forgia in tempo di crisi. E’ facile stare lì seduti con i piedi sulla scrivania e parlare di teoria. O mandare i figli di qualcun altro alla guerra quando tu stesso non hai mai visto un campo di battaglia. E’ tutta un’altra cosa capeggiare quando il tuo mondo va in rovina.
Dopo l’11 settembre 2001 avevamo bisogno di un leader forte, più di chiunque altro nella nostra storia. Avevamo bisogno di una mano ferma che ci guidasse fuori dalle ceneri. Fare di una messa un inferno.
E invece ecco come ci siamo ridotti. Siamo immersi in una guerra sanguinosa senza alcun piano per vincerla e senza alcun piano per uscirne. Stiamo registrando il più grande deficit della storia del nostro paese. Stiamo perdendo capacità produttiva e competitività nei confronti dell’Asia, mentre le nostre ex-grandi aziende stanno diventando schiave dei costi per l’assistenza sanitaria. Il prezzo del gasolio sta andando alle stelle e nessuno al potere ha una politica energetica coerente. Le nostre scuole sono in difficoltà. Le nostre frontiere sono un colabrodo. La classe media viene schiacciata in ogni modo. Questi sono tempi che gridano per una vera leadership.
Ma guardandoci intorno viene spontaneo chiederci: “Dove sono andati tutti i leaders?” Dove sono i curiosi, i creativi, i comunicatori? Dove sono le persone di carattere, coraggio, convinzione, onnipotenza e buon senso? Potrei seccarvi e andare avanti per ore, ma credo che abbiate compreso il punto.
Fatemi il nome di un leader che abbia una idea decente per la sicurezza nazionale, meglio che farci togliere le scarpe negli aeroporti e farci buttare via il nostro shampoo? Abbiamo speso miliardi di dollari per costruire una pachidermica nuova burocrazia, e tutto quello che sappiamo fare è reagire a cose che sono già successe.
Fatemi il nome di un leader che sia emerso dalla crisi dell’uragano Katrina. Il Congresso non ha ancora dedicato un solo giorno a valutare che tipo di organizzazione c’è stata in reazione all’uragano, o a verificare le responsabilità per le decisioni che sono state prese nelle ore cruciali dopo la tempesta.
Ognuno sta col sedere a terra, con le dita incrociate, sperando che non accada di nuovo. Ora, questa è pura pazzia. Le tempeste accadono. Bisogna affrontarle. Fare un piano. Cercare di capire fin da oggi come dovremo agire la prossima volta.
Fatemi il nome di un leader industriale che stia pensando in modo creativo su come possiamo ristabilire la nostra competitività produttiva. Chi avrebbe mai immaginato che ci sarebbe stato un tempo in cui con la frase “le tre grandi” ci si sarebbe riferiti a tre aziende automobilistiche giapponesi (Toyota, Nissan e Honda, invece una volta erano GM, Ford e Chrysler, ndr)? Come è potuto succedere e, cosa più importante, cosa faremo al riguardo?
Fatemi il nome di un candidato al governo che sappia articolare un piano per saldare il debito pubblico, o risolvere la crisi energetica o gestire il problema dell’assistenza sanitaria. Il silenzio è assordante. Ma sono proprio questi i problemi che stanno corrodendo il nostro paese e mungendo a sangue la classe media.
Ho una notizia per quella banda del Congresso. Noi non vi abbiamo eletto per sedere sui vostri deretani a non fare niente e rimanere in silenzio mentre la nostra democrazia viene dirottata, e la nostra grandezza sta per essere sostituita con la mediocrità. Di che hanno paura? Che qualche stupido su Fox news li chiami per nome? Datemi un motivo. Vorrei sapere perché voi, ragazzi, non mostrate di avere una spina dorsale per il cambiamento?
Ne avete abbastanza? Hey, io qui non sto cercando di essere una voce triste e malinconica. Sto cercando di accendere un fuoco. Sto parlando francamente perché nutro ancora una speranza. Io credo nell’America. Nella mia vita ho avuto il privilegio di vivere attraverso alcuni tra i più grandi momenti d’America. Ma ho anche sperimentato alcune tra le crisi peggiori: la “Grande Depressione”, la “Seconda Guerra Mondiale”, la “Guerra di Corea”, “l’assassinio di Kennedy”, la “Guerra del Vietnam”, le crisi petrolifere degli anni ‘70 e le battaglie più recenti culminate con l’11 settembre. Se nella vita ho imparato una cosa è questa: “non andrai da nessuna parte stando fermo ai bordi del campo in attesa che qualcun altro prenda in mano l’azione”. Sia che si tratti di costruire un’auto migliore o un futuro migliore per i nostri figli, ciascuno di noi ha un proprio ruolo da giocare. Questa è la sfida che sto lanciando con questo libro. E’ una chiamata all’azione per le persone che, come me, credono nell’America. Non è troppo tardi, ma il punto di non ritorno si sta avvicinando. Scrolliamoci di dosso la merda e andiamo a lavorare. Diciamogliela a tutti quanti che ne abbiamo abbastanza!
Come possiami dargli torto…?
La nonna savignanese
venerdì, aprile 4th, 2008Non ho altre parole da aggiungere alla rabbia che ha voluto esprimere questa nonna di Savignano, una donna semplice e anziana, ma assolutamente lucida e determinata. Una vera lezione di saggezza, anzi, una lezione gratuita e genuina su quelli che dovrebbero essere i veri valori della vita, della politica, della democrazia. Il filmato risale a circa un mese fa, dopo le manganellate di Pustarza, ma è ancora tremendamente attuale. Per riflettere.
Cosa pensano gli italiani di noi
lunedì, marzo 10th, 2008In queste ultime settimane ho seguito con molta attenzione i commenti, le trasmissioni televisive e i forum di discussione sorti a seguito della pubblicazione delle cruente immagini di Pustarza e Grottaminarda e, in generale, di tutta la questione “rifiuti campani”.
Probabilmente il mio essere al di fuori delle parti, mi ha consentito di osservare la realtà con un punto di vista più obiettivo, anche se sempre molto coinvolto emotivamente. Ho anche avuto la possibilità di instaurare animate discussioni con altri italiani all’estero che di tutta la situazione campana ne vedono soltanto i risvolti d’immagine presso i media stranieri ed attingono alle informazioni in lingua italiana grazie ad Internet (i più giovani) o RAI International (i più anziani).
Il quadro che ne esce fuori è a dir poco deprimente. Ho raccolto, via via, una serie di considerazioni che riporto qui in ordine sparso.
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L’Italia è un paese allo sbando e gli italiani, pur essendone coscienti, non si dannano più di tanto per uscirne. Pigrizia o ignoranza fa poca differenza e la Campania è la peggiore espressione di questa situazione.
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C’è un’ignoranza generale (nel senso che si ignora) sull’argomento rifiuti e tutto ciò che ne consegue, da far paura. Ignoranza da entrambe le parti, naturalmente. Ignorano gli Italiani gli argomenti che ci spingono a dire NO e loro stessi ritengono che gli ignoranti siamo noi che ci facciamo condizionare dai politicanti e/o camorristi di turno che in questa situazione degenere acquistano inevitabilmente potere.
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C’è una classe politica che malgrado abbia avuto i numeri e i mezzi per rimediare, non è stata in grado o, meglio, non ha deliberatemente voluto affrontare il problema, lungi da essa anche pensare di risolverlo. I campani l’hanno votata e tocca a loro (e soltanto a loro) subirne le conseguenze.
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Gli italiani, e i campani in particolare, sono completamente abbandonati a se stessi. Ci si ricorda di loro soltanto quando c’è da chiedere il voto, nuove tasse e altri sacrifici.
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Invece di stringersi la mano e mettersi tutti insieme al lavoro, c’è in corso un guerra all’ultimo campanile, nord contro sud, regione contro regione, provincia contro provincia, comune contro comune, maggioranza contro opposizione, partiti contro i partiti dello stesso schieramento e persino compagni di partito ad azzannarsi per l’ultima casella libera nelle liste elettorali.
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C’è chi da la colpa a Bassolino e chi invece da la colpa alla strategia del NO ed alla sindrome Nimby.
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C’è chi da la colpa a Pecoraro Scanio e chi invece ritiene che i supercommissari siano stati soltanto un grosso fallimento.
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La maggior parte degli italiani, soprattutto del nord, ritiene che si tratta soltanto di educare la gente, di aprire le loro menti e spiegare che esiste un altro modo di gestire la spazzatura, che non è quello di lasciarla per le strade o darle fuoco di notte.
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Moltissimi italiani ritengono che si tratti della solita mancanza di capacità imprenditoriale della gente del sud, accettare una discarica o un termovalorizzatore sarebbe un toccasana per l’economia locale.
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Molti italiani non sanno che in Campania esistono punte di civiltà, ad esempio con la raccolta differenziata, che sono ai primi posti in Europa e comunque infinitamente più alti della media nazionale.
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Moltissimi italiani pensano che Difesa Grande e Pustarza siano dei quartieri di Napoli, come Pianura, e non capiscono per quale motivo chi produce la spazzatura non debba tenersela in casa.
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Molti italiani danno la colpa anche ai campani se le tasse continuano a salire, perché occorre pagare i treni di spazzatura che andranno fino in Germania.
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Molti italiani pensano che i comuni dell’Avellinese sono assolutamente irresponsabili e che debbano prendersi tutta la spazzatura di Napoli, come se fosse un’eredità irrinunciabile. Ma allora perché non i comuni pugliesi o quelli laziali? Facciamo parte della stessa nazione o il federalismo viene chiamato in causa solo quando ci fa comodo?
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Comincio a stancarmi di dover dare giustificazioni a tutti coloro i quali ritengono quanto sia giusto ed etico che Ariano-Savignano debba prendersi l’onere di risolvere il problema rifiuti di Napoli.
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L’impressione che mi sono fatto è che uscendo dalla Valle dell’Ufita, malgrado il supporto datoci da Grillo e, in parte, da Studio Aperto, tutto il resto della popolazione italiana sia fortemente critica nei confronti di chiunque dica NO, perché non è il momento di porre questioni di “principio”, come se la salute e l’economia delle nostre zone fosse soltanto una “questione di principio”.
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Anche chi, una volta informato dalle vicende di 14 anni di emergenze risolte a nostro danno, ci da ragione… termina il discorso con la frase: “Sì, però qualcuno se la dovrà pur prendere la spazzatura di Napoli”.
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Sono tantissimi coloro i quali ritengono che le manganellate sulle teste dei nostri anziani siano state anche troppo poche… perché tra i teppisti di Pianura e i contadini di Pustarza praticamente non c’è differenza.
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Sono convinto che gli italiani, in realtà, hanno soltanto tanta paura. Temono che il cancro della napoletanità fuoriesca dai confini regionali e contamini tutto il resto del paese. Molti ci guardano come i primi non-napoletani che sono stati contaminati e ci guardano con profonda compassione, ma restano ad opportuna distanza.
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Quando Grillo disse ai napoletani, provocatoriamente, che sarebbe stato meglio per loro chiedere l’indipendenza come è successo per il Kosovo, ho l’impressione che la maggioranza degli italiani, nel loro cuore, abbiano approvato ed auspicato questa soluzione.
Terra di sudore
martedì, febbraio 19th, 2008Una fastidiosissima sensazione di impotenza mi sta assalendo in queste ultime ore. Continuo ad avere davanti a me l’immagine di quest’uomo, che potrebbe essere il nonno, o il padre, di ognuno di noi. Ascolto la sua voce piena di rabbia e di paura, osservo i suoi capelli bianchi, la pelle rugosa e la fronte grondante di sangue. Una scena che mi rimarrà impressa nella mente e nel cuore per tutta la vita.
Non nascondo che ho pianto. E’ come se avessi assistito ad uno stupro, ad un gravissimo atto di umiliazione, di sottomissione, di soggiogamento, nel più feroce disprezzo per i valori umani.
Non si fa così. Non si calpesta così la dignità di un popolo che giustamente cerca di proteggere con tutte le proprie forze, anche a costo della vita, quella terra, quelle radici, eredità di generazioni di grandi lavoratori. Si tratta soltanto di gente onesta e laboriosa, che per campare non è mai scesa a biechi compromessi, ma ha sempre e soltanto usato il sudore della fronte, i calli delle proprie mani. Oggi come secoli fa.
Se si potesse toccare e odorare quella terra, prima che venga coperta da tonnellate di rifiuti infernali di una società tremendamente malata che non appartiene più a loro, la ritroveremmo intrisa di tutti quei valori che ormai non trovano più casa né qui né altrove. Se si potesse analizzare quella terra, potremmo trovare il DNA del sangue e del sudore di chi ci ha preceduti, stesse rughe, stessi calli di chi oggi voleva esprimere il suo dissenso in piena civiltà ed è stato barbaramente calpestato, nel corpo e nell’animo.
Su una terra dove un tempo gli unici attrezzi erano il vomere, la zappa, la falce e il rastrello, oggi operano solo manganelli, trivelle e autocompattatori.
Una sensazione di impotenza, ma anche tanta rabbia e disperazione, mi assalgono e mi sgomentano. Una volta c’era rispetto per la legge e per l’autorità. Perché l’autorità se lo meritava, il rispetto, e giustamente lo esigeva, nella piena legalità. Oggi non è più chiaro da quale parte sia la legge e da quale parte sia l’autorità. Chi dovrebbe far rispettare la legge, se ne assume soltanto l’autorità, mentre il popolo sovrano che dovrebbe, per diritto costituzionale, averne l’autorità deve letteralmente immolarsi perché si garantisca un minimo rispetto della legge. Per non parlare degli altri diritti ogni giorno sempre più accantonati, come se fossero superflui, un lusso di cui si può tranquillamente fare a meno, come il diritto alla salute e il senso sacro della giustizia.
In questa confusione di falsi valori imposti con la forza dei manganelli e di veri valori calpestati senza ritegno non se ne esce più. Ormai la fiducia nelle istituzioni è completamente morta, defraudata degli ultimi barlumi di speranza.
Devo ammettere che in questo scenario apocalittico, ho paura.
Viaggio a Capo Nord – Il prologo
lunedì, febbraio 11th, 2008Celle (Germania)
Era uno dei soliti pomeriggi afosi di agosto. Il 6 agosto 1993. Ad Ariano le cicale dominavano incontrastate il palcoscenico della natura, mentre tutto il resto del nostro mondo era completamente in balìa di un’apatia da record.
Eravamo quattro ragazzi, Giuseppe, Gianluca, Massimo e il sottoscritto, quattro maschietti di belle speranze, tante speranze e pochi soldi. Avevamo voglia di fare qualcosa di inedito, di avventuroso, di memorabile. Qualsiasi cosa pur di spezzare la noia, ma senza esser costretti a svuotare le nostre già miserevoli tasche o, peggio, buttare sassi rind’a lu fuosso di la Maronna di l’Arco.
Avevamo due strumenti a disposizione: un’auto, una vecchia Golf 2^ serie diesel di proprietà dell’azienda del papà di uno di noi, e una carta geografica dell’Europa, premio di anni di pieni di carburante, sempre fatti dal papà, presso i distributori della Esso.
Non ricordo chi di noi ebbe per primo l’idea, ma sta di fatto che in pochi minuti tutti e quattro eravamo già al lavoro per organizzare la partenza.
Obiettivo: Capo Nord.
Soltanto a ripetere questa parola la nostra eccitazione raggiunse livelli impensabili. Allora era soltanto una parola, qualcosa che avevamo sentito dire in TV, letto su qualche libro di geografia, sognato ascoltando qualche epico racconto di amici più navigati.
La parte più eccitante di un viaggio, spesso, è proprio quella dei preparativi. Mentalmente cerchi di ripercorrere tutto l’itinerario, le possibili e impossibili evenienze. Ma spesso, almeno allora, era tutto celato nel buio totale. Non avevamo immagini nella nostra mente, non pensavamo al sole a mezzanotte, ai fiordi, alle renne. Non sapevamo che differenza ci fosse tra Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia e Lapponia. Avevamo soltanto una lontanissima idea di cosa ci avrebbe aspettato nei giorni successivi. Eravamo bambini con in mano un giocattolo, di cui non riuscivamo ancora a capire il meccanismo, ma che sapevamo ci avrebbe fatto divertire un mondo.
Ci imponemmo massimo 24 ore di tempo per controllare i livelli dell’auto e pensare a tutto quanto ci sarebbe stato utile per il viaggio.
Cosa mettere in valigia? Le prime stime fatte ad occhio ci portarono subito davanti alla cruda realtà. Non c’era molto da scegliere. Il budget a nostra disposizione era quello che era, non superiore alle 500.000 lire a testa, circa 300-350 euro di oggi, da spendere in un paio di settimane. L’intenzione per almeno 2/4 del gruppo era di evitare quanto più possibile alberghi e ristoranti. Avremmo utilizzato scorte alimentari, ottenute svuotando il frigo e la credenza della mamma, ed una piccolissima tenda canadese, di quelle poco più grandi di ‘nu taùto. Per dormire avremmo fatto a turno, alternandoci tra la tenda e l’auto.
Non c’erano ancora i telefonini, non c’era il GPS, non avevamo neanche l’autoradio in macchina. Avevamo l’incoscienza dei nostri vent’anni (o poco più) e tanta voglia di vedere il mondo. Ci procurammo soltanto un paio di informazioni utili: l’indirizzo di un prozio emigrato in Germania circa 30 anni prima (non si sa mai) e una lista aggiornata degli ostelli e dei campeggi della Scandinavia.
Il pomeriggio del giorno successivo, tra l’incredulità, lo scetticismo e la preoccupazione di parenti e amici, partimmo con un pensiero fisso in mente: “ma queste svedesi … saranno proprio … così come le descrivono?”.
(continua)
Tutti uniti
martedì, gennaio 29th, 2008Stamattina mi sono emozionato. A sentire le parole del sindaco Gambacorta e le diecimila voci dei miei conterranei, che tutti uniti denunciavano al mondo l’enorme ennesima ingiustizia subita, mi si è accapponata la pelle.
Qualche giorno fa mi permisi di suggerire al sindaco di non essere mai ricattabile, di andare avanti per la sua strada e di stare sempre al fianco della sua gente. Tutti coloro che gli hanno dato fiducia (e anche coloro che non lo hanno votato) gliene sarebbero stati infinitamente grati.
Ebbene rileggendo il suo discorso sembra che abbia proprio ascoltato le mie umili parole. In questi giorni sono stati ricordati i momenti epici della storia di Ariano, compreso quel 1585, quando la città unita seppe riscattarsi dalle angherie dei signorotti feudali diventando Citta Regia. Oggi è stata ribadita la dignità di un popolo civile che pur essendo abituato a subire con muta rassegnazione i soprusi di una classe politica incapace (per non dire cose più gravi), di fronte al mancato rispetto della legge non transige ed afferma la sua determinazione a non cedere ai ricatti e alle false promesse.
Riporto qui il discorso del sindaco:
“Cittadini di Ariano Irpino, oggi siamo apparentemente soli. Siamo soli in una Regione matrigna che ha inteso scaricare su pochi comuni il disastro di un’emergenza infinita, cominciata nel 1994. Una emergenza che ha provocato miliardi di euro di danni alle attività economiche; un disastro ambientale senza precedenti e soprattutto danni incalcolabili alla salute di tutti i cittadini della Campania. Una emergenza che non finirà (questa la tragedia più grande) il prossimo 10 maggio, che dovremo fronteggiare chissà ancora per quanto, visto che si continua ad improvvisare, a fare piani improbabili più che improponibili, piani che si vogliono imporre a chi è più debole pensando che prima o poi si arrenderà. Per spirito di solidarietà con i cittadini di una regione allo stremo. No! Questa volta la solidarietà chiedetela a qualcun altro. Difesa Grande a giugno e a luglio di sei mesi fa, ha garantito alla Provincia di Avellino e alla Regione Campania l’ultimo estremo contributo per venire fuori dall’emergenza infinita. E se il Presidente del Consiglio a giugno ci avesse imposto 30 giorni di apertura, anche venti, avremmo accettato pur di avere la tanto agognata chiusura definitiva. A giugno il Senato, all’unanimità votò l’emendamento che dichiarava Difesa Grande chiusa per sempre. La Camera confermò il testo votato dal Senato. Il 7 luglio 2007, la Gazzetta Ufficiale pubblicò il testo della Legge 87. Una legge da cui non si volle cancellare la possibilità di concedere al Commissario la requisizione di siti sottoposti a sequestro da parte della Magistratura, con una mortificazione del lavoro di tanti magistrati impegnati nelle indagini per reati ambientali gravissimi. E qui mi permetto di rivolgere un pensiero alla Dott.ssa Daniela Tognon che dedicò a Difesa Grande giornate di lavoro e di grande sacrificio. Una legge dunque che ha mortificato il lavoro della Procura della Repubblica, del Tribunale di Ariano Irpino e del Tribunale del Riesame di Avellino che, ad ottobre 2006, avevano confermato quel sequestro. Una legge dunque che con tutti questi punti di debolezza costituzionale doveva garantire all’art.3 non tanto Ariano ma il rapporto di fiducia, fra uno Stato sempre più lontano, le istituzioni locali e i cittadini di questo paese. Questo rapporto di fiducia, questo patto di convivenza civile, questo contratto era garantito non dalle telefonate di un Presidente del Consiglio, non dalle telefonate di un Presidente della Repubblica ma dal potere legislativo. Garantito cioè da quel Parlamento della Repubblica eletto dal popolo ed interprete della democrazia di questo paese. Questo rapporto di fiducia è stato tradito. Siamo di fronte al disinvolto superamento di una legge dello Stato che avviene con una ordinanza di un Presidente del Consiglio che è sconcertante, che è illogica, che è contraria alle regole del vivere civile. E noi saremmo quelli incapaci di slanci di solidarietà? Di senso di responsabilità? Noi non siamo disponibili a passare agli occhi dell’opinione pubblica nazionale come privi di senso dello Stato, è per questo che abbiamo voluto dalle pagine di un grande quotidiano nazionale far sapere a tutta Italia che Ariano non è sola, ma è orgogliosamente unita. Tutti insieme per questo “NO”, partiti di centro, di destra, di sinistra, associazioni che hanno fatto la grande battaglia del 2004, la Chiesa, le categorie produttive, gli agricoltori, gli operai, gli impiegati, i professionisti, i commercianti, i giovani, gli anziani, gli uomini, le donne, i bambini. Uniti nella difesa non solo del diritto alla salute, del diritto all’ambiente, ma soprattutto allo Stato di Diritto. Noi stiamo difendendo il rispetto di una legge che è solo di sei mesi fa. Ed è per questo che non credo che quella di questa mattina sia una battaglia che possa farci considerare soli. Ecco perché ho detto all’inizio che lo siamo solo apparentemente. Tutti coloro che hanno rispetto per la democrazia dovrebbero essere accanto ad Ariano in questa battaglia. Proprio a partire da quei parlamentari eletti in Irpinia e dal Presidente della Provincia. Noi abbiamo già dato. Se avete senso dello Stato dovete stare accanto ad Ariano in questa grande battaglia. Noi siamo qui in questi giorni insieme a voi per dire no ad una grande, grandissima ingiustizia“.








