Una domenica a New York

st.patrick

Per una volta riporto un brano non mio, ma di un mio amico. In realtà è come se lo fosse, perché rispecchia fedelmente le stesse sensazioni provate da me qualche mese fa nella Grande Mela. In generale mi ha ricordato certi aspetti della vita americana che quattro anni fa mi sorpresero e che ora, invece, sono diventati scontati. 

E’ domenica mattina e non “si e’ svegliato gia’ il mercato”, come direbbe Baglioni per Porta Portese, bensì continua a vivere questa immensa metropoli che a dormire non va mai.

Il grigiore tipico di questi giorni opprime le strade inusualmente non tanto affollate e circonda la cima del grande grattacielo, l’Empire State Building, che per un capriccio della storia e’ tornato ad essere la star della sky line neworkese.

Decido di andare a messa, tanto per fare qualcosa che richiami la routine invernale, che quando la vivi magari ti annoia, ma quando non ce l’hai rischia di mancarti, anche se in realtà so di averne bisogno per altri motivi.

E dove andare se non alla Cattedrale di St. Patrick, che rompe in maniera quasi innaturale la successione di negozi, più o meno mega, della Quinta Avenue?  “The Cathedral is the largest Catholic Cathedral in the United States and has been recognized throughout its history as a pre-eminent center of Catholic life in this country” recita il sito della cattedrale. E a te viene da pensare: ma le nostre chiese ce l’hanno il sito web? Ma qui tutto ha un sito, qualunque cosa in America non sia sul web e’ come se non esistesse.

Comunque sia, ti immergi nel brulicante via vai delle strade Newyorkesi, dove le Avenue hanno uno charme che le Street non riescono ad avere: sono “Avenues” la Quinta naturalmente, ma anche la Madison, Park Avenue, la Lexington, Broadway (anche se Broadway, che paradossalmente significa “Strada Provinciale, secondaria”, oppure “strada larga” – anche se di largo non ha nulla – non e’ ne’ Street, ne’ Avenue) ad avere posto nella memoria di tutti noi, per esserci stati o per averle sentite nominare nei film più famosi, mentre alle Street nessuno presta attenzione, servono solo ad indicare gli indirizzi importanti. Come il Madison Square Garden, sulla Ottava, tra la 33 e la 32, oppure come la Carnegie Hall, sulla settima, tra la 57 e la 56. Al massimo servono ad indicare un corner, un angolo al quale il tassista vi porterà, perché non sperate di essere portati dai tassisti di New York ad un indirizzo preciso. Non c’e’ verso: indicate un angolo tra la Avenue e la Street e, se siete fortunati (in un’altra occasione vi spiegherò perché), ci arriverete.

Un attimo però, sulla 56esima c’erano i famosi Ragazzi, quelli della 56ma strada di Ford Coppola, per l’appunto. Quindi anche le strade, grazie a Coppola, hanno una loro dignità nella Grande Mela. Comunque sia, facendoti largo tra i turisti che nel frattempo hanno preso ad invadere la metropoli, arrivi sulla Quinta e d’improvviso vieni colpito dalla straordinaria discontinuità che questa costruzione, St. Patrick, impone alla morfologia della via: le guglie gotiche, infinitamente più basse di tutto quello che hanno intorno sono però le uniche ad esprimere la tensione verso il cielo che interpreta bene il perché tu sia venuto qua.

Entri e pressoché’ subito non ti senti più straniero mentre respiri quell’aria che specie per te, italiano e romano, e’ tanto familiare. Apprezzi subito l’extraterritorialità di quel luogo, il salto indietro dell’atmosfera e della gente che la popola, rispetto al ritmo della vita di pochi metri fa.

Sei in chiesa, in una chiesa cattolica uguale a mille altre seppure particolare come mille altre, che si sta riempiendo di gente, di tanta gente colorata come solo negli USA può esserlo, per la pelle e per gli abiti. Il brusio e’ eccessivo, pensi, ma sai che e’ il tributo che anche i luoghi santi pagano al turismo. Raggiungi un banco, ti siedi tra un messicano ed un’indocinese, che parlano entrambi americano scoprirai dopo quando reciteranno il canto d’ingresso ed attendi. Poi entra una signora con la capigliatura cotonata e quell’aria solenne ma sbrigativa che qui hanno molte signore impegnate nella chiesa come nel club delle begonie, si avvicina al microfono ed invita tutti a non lesinare nelle offerte perché una chiesa così grande e l’attività’ di evangelizzazione della parrocchia (anche se e’ probabilmente normale, non avevo mai guardato New York come un insieme di parrocchie) ne hanno bisogno. Non sarà l’ultima esortazione in tal senso ed i cestini delle offerte passeranno altre due volte durante la messa.

E finalmente comincia la funzione: il brusio sparisce, ragazze anche giovanissime indossano una veletta di pizzo o di tulle ed un chierico intona l’inno accompagnato da un magnifico organo. La solennità invade il tempio ed al termine del canto il sacerdote celebrante (indocinese anch’egli) da inizio alla celebrazione: in the name of the Father…eimen!…eimen? Vuoi dire Amen! Ho capito la fonetica, che la “a” si legge “ei”, ma questo non giustifica la storpiatura. Eppure “eimen” ti risuona nelle orecchie, ti accorgi che ha il sapore di un antico gospel e decidi di accettarlo. Da lì in poi e’ tutto un rincorrere il rito cercando nel messale le preghiere che tu pensi in italiano e loro recitano in inglese. Ma le parole sono le stesse, il senso e’ lo stesso, la predica ti parla di un mondo sempre più smarrito e disorientato, esattamente come il tuo Parroco fa ogni domenica. E la barriera linguistica che al ristorante ti fa ordinare la cotoletta per ottenere la scaloppina, qui non ha nessun senso.

Poi esci, il sole inonda la strada, la città, arrivando dall’alto, da molto in alto, giacché per farlo deve incunearsi tra i profili dei grattacieli e non sai se quel sole si e’ acceso grazie a te, dentro di te o per te.  Fai ancora la quinta, ritornando sui tuoi passi di poche ore prima, eppure tutto e’ cambiato. C’e’ la gente, ma ha una faccia diversa, e’ più gioiosa, più serena, spensierata. E tu percorri ancora la famosa avenue, attraversi stando attento a non farti investire dai tassisti e raggiungi il marciapiede opposto, passi davanti al Rockefeller center dove almeno tre persone ti chiedono di fargli una fotografia (sono giapponesi o cinesi?), dove molti hanno le mani piene di pacchi (italiani) e poi svolti sulla 42esima e lì incontri Julia Roberts. “JuliaRobertsquellavera” che esce dal negozio di Armani, non un’imitazione, con tanto di bodyguard e di gipponi neri che scortano una limousine infinita!

E ti rendi conto di essere tornato a New York.

 

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