Che fine hanno fatto i leaders?

Lee Iacocca

Lido Anthony “Lee” Iacocca

Tantissimi americani di origine italiana hanno una cosa in comune: sono fieri dei loro successi in terra d’America quasi a suggellare, a dare un senso ai sacrifici fatti dai loro antenati che lasciarono tutto in patria per cominciare una nuova vita nel Nuovo Mondo.  Quasi a voler esorcizzare lo stereotipo dell’italiano mafioso e fannullone, tanti italiani si sono messi in evidenza per la loro determinazione e spirito d’iniziativa, per la loro rettitudine e onestà. Furono italo-americani, ad esempio, i giudici a cui furono affidati processi importanti come quello di Norimberga (Michael Mussmano) o quello del caso Watergate (John Sirica). L’estro italico, assieme alla forza di volontà, ha portato tanti italiani ai massimi vertici in tutti i settori più importanti della società Americana. Uno dei massimi esponenti di questi italo-americani di prima generazione è Lido Anthony “Lee” Iacocca, figlio di Nicola Iacocca e Antonietta Perrotta, trasferitisi in Pennsylvania un secolo fa da un paesino sannita, a 30 km da Ariano, San Marco dei Cavoti (BN). 

Dalla sua biografia emergono qualità indiscutibili di leadership e capacità imprenditoriale. Esempio vivente del “sogno americano”, partendo da zero, a quarant’anni divenne Presidente della Ford Division (la Mustang fu creata sotto la sua direzione) e successivamente Presidente della Ford Motor. Ma diventò ancora più famoso quando passò ad una Chrysler sull’orlo del fallimento e, con una serie di azioni illuminate, la riportò in breve tempo in attivo. Ha anche scritto alcuni best sellers sulla storia della sua vita e sul suo particolare concetto di leadership. Suoi sono i parametri di valutazione della leadership detti “9C” (Common Sense, Communication, Creativity, Conviction, Competence, Courage, Character, Charisma, Curiosity). Oggi, all’età di 84 anni è ancora sulla breccia e la presentazione dell’ultimo suo lavoro letterario (Where have all the leaders gone?) è diventato un tormentone che viaggia via email, soprattutto nell’ambito della comunità italiana. Uno sfogo e un’esortazione che faremmo bene a fare anche nostri, noi italiani d’Italia.

Ma sono l’unica persona in questo paese che si sta rendendo conto di quanto sta succedendo? Dove diavolo è la nostra indignazione? Dovremmo lamentarci a squarciagola. Abbiamo consentito che una banda di stupidi clown fosse messa a governare la nostra nave di Stato, diritto contro una scogliera. Abbiamo consentito che una compagnia di banditi rubasse a noi ciechi, noi che non sappiamo più nemmeno ripulire una città dopo un uragano, e ancora meno costruire un’auto ibrida. Ma invece di incavolarsi, tutti ci girano attorno e ciondolano la testa quando i politici dicono che bisogna continuare a “seguire la rotta”. Seguire la rotta? Ma voi state scherzando? Questa è l’America, non il dannato “Titanic”. Vi lancio uno slogan: “Buttiamo via tutti i fannulloni!”. 

Voi potreste pensare che io stia diventando vecchio, che sono andato fuori di testa, e forse lo sono. Ma qualcuno deve pur parlare. Ormai quasi stento a riconoscere questo paese. 

I più famosi leader d’azienda non sono più innovatori, ma ragazzi in manette. Mentre stiamo giocherellando in Iraq, il Medio Oriente sta bruciando e nessuno sembra sapere cosa fare. E la stampa agita “pom-pon” invece di porre serie domande. Questa non è l’”America” promessa, quella per la quale i miei e i vostri genitori hanno attraversato l’oceano. Io ne ho abbastanza. E voi?  

Faccio un ulteriore passo avanti. Voi non potete chiamarvi patrioti se non siete indignati. Questa è la battaglia che sono pronto e disposto a combattere. La più grande “C” è “Crisi”! 

Leader non ci si nasce, ma si diventa. La leadership si forgia in tempo di crisi. E’ facile stare lì seduti con i piedi sulla scrivania e parlare di teoria. O mandare i figli di qualcun altro alla guerra quando tu stesso non hai mai visto un campo di battaglia. E’ tutta un’altra cosa capeggiare quando il tuo mondo va in rovina.  

Dopo l’11 settembre 2001 avevamo bisogno di un leader forte, più di chiunque altro nella nostra storia. Avevamo bisogno di una mano ferma che ci guidasse fuori dalle ceneri. Fare di una messa un inferno.

E invece ecco come ci siamo ridotti. Siamo immersi in una guerra sanguinosa senza alcun piano per vincerla e senza alcun piano per uscirne. Stiamo registrando il più grande deficit della storia del nostro paese. Stiamo perdendo capacità produttiva e competitività nei confronti dell’Asia, mentre le nostre ex-grandi aziende stanno diventando schiave dei costi per l’assistenza sanitaria.  Il prezzo del gasolio sta andando alle stelle e nessuno al potere ha una politica energetica coerente. Le nostre scuole sono in difficoltà. Le nostre frontiere sono un colabrodo. La classe media viene schiacciata in ogni modo. Questi sono  tempi che gridano per una vera leadership.

Ma guardandoci intorno viene spontaneo chiederci: “Dove sono andati tutti i leaders?” Dove sono i curiosi, i creativi, i comunicatori? Dove sono le persone di carattere, coraggio, convinzione, onnipotenza e buon senso? Potrei seccarvi e andare avanti per ore, ma credo che abbiate compreso il punto.

Fatemi il nome di un leader che abbia una idea decente per la sicurezza nazionale, meglio che farci togliere le scarpe negli aeroporti e farci buttare via il nostro shampoo? Abbiamo speso miliardi di dollari per costruire una pachidermica nuova burocrazia, e tutto quello che sappiamo fare è reagire a cose che sono già successe.

Fatemi il nome di un leader che sia emerso dalla crisi dell’uragano Katrina. Il Congresso non ha ancora dedicato un solo giorno a valutare che tipo di organizzazione c’è stata in reazione all’uragano, o a verificare le responsabilità per le decisioni che sono state prese nelle ore cruciali dopo la tempesta.

Ognuno sta col sedere a terra, con le dita incrociate, sperando che non accada di nuovo. Ora, questa è pura pazzia. Le tempeste accadono. Bisogna affrontarle. Fare un piano. Cercare di capire fin da oggi come dovremo agire la prossima volta.

Fatemi il nome di un leader industriale che stia pensando in modo creativo su come possiamo ristabilire la nostra competitività produttiva. Chi avrebbe mai immaginato che ci sarebbe stato un tempo in cui con la frase “le tre grandi” ci si sarebbe riferiti a tre aziende automobilistiche giapponesi (Toyota, Nissan e Honda, invece una volta erano GM, Ford e Chrysler, ndr)? Come è potuto succedere e, cosa più importante, cosa faremo al riguardo?

Fatemi il nome di un candidato al governo che sappia articolare un piano per saldare il debito pubblico, o risolvere la crisi energetica o gestire il problema dell’assistenza sanitaria. Il silenzio è assordante. Ma sono proprio questi i problemi che stanno corrodendo il nostro paese e mungendo a sangue la classe media. 

Ho una notizia per quella banda del Congresso. Noi non vi abbiamo eletto per sedere sui vostri deretani a non fare niente e rimanere in silenzio mentre la nostra democrazia viene dirottata, e la nostra grandezza sta per essere sostituita con la mediocrità. Di che hanno paura? Che qualche stupido su Fox news li chiami per nome? Datemi un motivo. Vorrei sapere perché voi, ragazzi, non mostrate di avere una spina dorsale per il cambiamento?

Ne avete abbastanza? Hey, io qui non sto cercando di essere una voce triste e malinconica. Sto cercando di accendere un fuoco. Sto parlando francamente perché nutro ancora una speranza. Io credo nell’America. Nella mia vita ho avuto il privilegio di vivere attraverso alcuni tra i più grandi momenti d’America. Ma ho anche sperimentato alcune tra le crisi peggiori: la “Grande Depressione”, la “Seconda Guerra Mondiale”, la “Guerra di Corea”, “l’assassinio di Kennedy”, la “Guerra del Vietnam”, le crisi petrolifere degli anni ‘70  e le battaglie più recenti culminate con l’11 settembre. Se nella vita ho imparato una cosa è questa: “non andrai da nessuna parte stando fermo ai bordi del campo in attesa che qualcun altro prenda in mano l’azione”. Sia che si tratti di costruire un’auto migliore o un futuro migliore per i nostri figli, ciascuno di noi ha un proprio ruolo da giocare. Questa è la sfida che sto lanciando con questo libro. E’ una chiamata all’azione per le persone che, come me, credono nell’America. Non è troppo tardi, ma il punto di non ritorno si sta avvicinando. Scrolliamoci di dosso la merda e andiamo a lavorare. Diciamogliela a tutti quanti che ne abbiamo abbastanza!

Come possiami dargli torto…?

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2 Responses to “Che fine hanno fatto i leaders?”

  1. huey scrive:

    Torto, no, non gli si può dare.
    Un filino di ipocrisia, quello invece traspare.
    Ma alla sua età, tutto è concesso.

  2. aixes scrive:

    L’ipocrisia è presente in tutta la società moderna e soprattutto in quella americana. Ma ultimamente viene dirottata anche quella e queste cose che sarebbero scontate non le dice più nessuno, anzi, ho il timore che non le pensi più nessuno. In giro non c’è più rabbia, ma solo apatia.
    Certo, lui ha un libro da vendere, ma bisogna ammettere che le nuove generazioni non hanno saputo cogliere l’occasione delle grandi crisi recenti (11 settembre e successive guerre in Afghanistan e Iraq e la vicenda Katrina) per disfarsi di una classe dirigente corrotta e fannullona.

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