Come molti italiani in questi giorni pre-elettorali sono molto tentato a dare ascolto alle sirene del NON VOTO, però prima di prendere una decisione voglio fare un ragionamento il più possibile asettico, lontano dai discorsi politici di questi giorni.
Innanzitutto ho fatto un po’ di conti, basandomi sui numeri delle ultime elezioni politiche e, per semplicità, soltanto sui risultati relativi alla Camera dei Deputati (dall’archivio storico del Ministero dell’Interno). Gli italiani sono circa 60 milioni di persone, gli “aventi diritto al voto”, alle ultime elezioni, erano 47 milioni. I votanti furono 40 milioni, quindi 2/3 degli italiani. Per la coalizione di Prodi votarono 19 milioni di persone, meno di un terzo degli italiani, altrettanti votarono per la coalizione di Berlusconi (ci fu un sostanziale pareggio). In realtà alla Camera soltanto 11 milioni espressero il voto in favore del partito di Prodi (che era comunque già un’accozzaglia di tanti ex-partiti) mentre ancora meno, 9 milioni, espressero la loro preferenza per il partito di Berlusconi. L’attuale parlamento è stato sciolto perché al Senato un partito della coalizione di maggioranza, votato da 477 mila persone, non ha confermato la propria fiducia al governo. Quindi un’espressione politica che rappresentava soltanto meno di mezzo milione di persone ha fatto cadere un governo che doveva rappresentare gli interessi di 60 milioni (0,8%). Come democrazia non è male…
Ma il NON VOTO a chi giova? Vediamo intanto chi non vota e perché.
Mi sono divertito un po’ e ho diviso gli italiani, nel loro rapporto con le elezioni, nelle seguenti quattordici categorie:
C’è chi non può votare:
1. per legge: i minorenni per la camera e i minori di 25 anni per il Senato, e chi ha perso i diritti politici (alcuni detenuti)
2. perché impossibilitato: malati, anziani o portatori di handicap che non chiedono (o non sanno di poter chiedere) assistenza, oppure per altre ragioni (ad esempio chi si trova lontano dal seggio, per lavoro, per vacanza, per un recente cambio di residenza), etc.
C’è chi potrebbe, ma non vota:
3. per disinteresse e pigrizia: magari non ha mai votato, e comunque non gliene importa niente
4. perché non saprebbe chi votare: nessun partito (visto che non si può votare il politico) rispecchia fedelmente i propri ideali, si va per esclusione e alla fine si scartano tutti, allora si evita di recarsi alle urne
5. di proposito: non riconosce l’autorità e la rappresentatività dello Stato, non vuole considerarsi complice della casta, non vuole legittimare i ladri in parlamento; non vota, quindi, essenzialmente per manifestare passivamente la propria disapprovazione
6. in realtà vota, ma scheda nulla o bianca: in parte assimilabile alle categorie 4 e 5, ma si reca alle urne per manifestare attivamente, anche se conservando l’anonimato, la propria disapprovazione
C’è chi vota:
7. per esclusione: non si è proprio convinti, ma qualcuno bisogna pur eleggere! Di solito a questa categoria appartengono coloro che ritengono che il voto sia un diritto irrinunciabile o addirittura un obbligo
8. senza motivo apparente, soltanto per abitudine o tradizione: si è sempre fatto così, in famiglia si è sempre votato così
9. per interessi personali generici: se vince quel partito la mia vita (finanze, carriera, lavoro) ne troverebbe giovamento
10. per interessi personali specifici: se viene eletto quel politico la mia vita (carriera, lavoro) ne troverà giovamento
11. perché è candidato o parente o amico di candidato: è scontato (in gran parte coincide con la categoria 10.)
12. contro: non voterei mai per quello schieramento di proposito, ma assolutamente non voglio che prevalga quello opposto (le motivazioni possono essere politiche o d’interesse personale)
13. per sincero convincimento: i propri ideali si identificano perfettamente in quel partito, non importa chi lo rappresenta
14. mediante voto di protesta: sparpagliando il voto in una miriade di partitelli improbabili
Sarei un mago della statistica se riuscissi a quantificare ciascuna categoria. Se qualcuno l’ha fatto gli sarei grato se condividesse i risultati.
Per comodità d’ora in poi chiamerò ciascuna categoria con il numero corrispondente.
Normalmente gli indecisi su cui puntano le campagne elettorali, si posizionano nelle categorie 3, 4, 6, 7, 8, 12 e 14, mentre i convinti, per diverse ragioni, sono nelle categorie 5, 9, 10, 11 e 13.
Di tutte queste categorie, quella che andrà sempre e comunque a votare è la 11. Visto che nelle elezioni politiche non è previsto un quorum, se per assurdo votassero soltanto gli appartenenti alla categoria 11, ci sarebbe un regolare parlamento che esprimerebbe un regolare governo. I deputati sono 630 e i senatori 315, facendo un rapido calcolo, se ogni politico, in media, è amico o parente di almeno 200 persone (non ci si metterebbe in politica con numeri inferiori), in totale i deputati e i senatori, insieme, rappresenterebbero comunque un elettorato di circa 200 mila persone (0,3% della popolazione italiana) di cui, per ogni camera, il 50% +1 sarebbe la maggioranza (1 per mille per la camera, o,5 per mille per il senato) che deciderebbe le sorti della rimanente popolazione. Naturalmente questo ragionamento è per assurdo perché ad ogni consultazione elettorale parteciperanno sempre rappresentanti di tutte le categorie sopra esposte (oltre alla 11, soprattutto le categorie 9, 10 e 13).
Siamo tutti d’accordo che votare oggi significa avvallare l’azione altamente dannosa e negativa per il paese di certi dubbi personaggi. E’ altresì molto probabile che tra i 630 deputati e i 315 senatori ci sia una grossa percentuale di gente che fa soltanto i propri interessi o quelli di ristrette categorie/lobbies. Ma vogliamo veramente credere che, per quei 945 politici, soprattutto se sono effettivamente come la gente comune li dipinge, faccia differenza se sono stati eletti da 200 persone o da 10 milioni? Il risultato per loro è sempre lo stesso.
Guardando questi numeri, secondo me, ottenere un risultato concreto per il paese non votando, è pura utopia. Anche perché nella realtà, oltre ai convinti (9, 10, 11 e 13), anche gran parte degli appartenenti alle categorie degli indecisi (7, 8, 12 e 14.) andranno sempre e comunque a votare, è inevitabile, soltanto una piccola parte di essi si potrà spostare nella categoria 5.
Chi non vota viene inevitabilmente strumentalizzato da una parte e sfruttato dall’altra. Infatti, malgrado chi non vota di proposito lo fa di solito in piena coscienza e fuori dalle logiche di partito (per definizione), il NON VOTO viene facilmente strumentalizzato perché si porta a considerare le categorie 2, 3 e 4, tutte coincidenti con la 5, che negli anni passati sono già stati un fetta cospiqua dell’elettorato. Inoltre, paradossalmente, la campagna del NON VOTO non fa altro che spingere parte degli indecisi (soprattutto 6 e 14, ma anche 7, 8 e 12) tra i convinti (cat. 5) ma, non essendo validi ai fini della conta, valgono doppio proprio per coloro i quali dovrebbero essere oggetto della protesta. Infatti, il NON VOTO non danneggia i grandi partiti, anzi ne fa il gioco, perché questo assorbe parte del voto di protesta (14), gente che già normalmente non li voterebbe e che invece voterebbe per i partiti minori più estremisti. E questo discorso, soprattutto al Senato dove è prevista una soglia minima, danneggia i piccoli partiti e agevola la redistribuzione del voto disperso nei due grandi blocchi.
Il NON VOTO non mi convince. Se è vero che non votando non ci si rende complici attivi delle azioni dei politici, è anche vero che, visto che comunque in un modo o nell’altro essi comunque saranno eletti, li lasceremmo indisturbati a continuare le loro losche azioni, allora ne saremmo complici passivi, per omissione. Se mi trovo ad assistere ad un furto, che differenza fa se lo aiuto come complice attivo o se faccio finta di niente girandomi dall’altra parte?
A mio parere non votare sarebbe l’unico modo che (apparentemente) consentirebbe di non sbagliare, ma a seguito di questo ragionamento ho l’impressione che in fondo porti allo stesso risultato. Come segnale politico (se ancora ha un significato la parola politica), secondo me, avrebbe un peso maggiore il voto di protesta (14), ma quasi sicuramente andrebbe a discapito della “governabilità” del paese, dunque ci si ritroverebbe ancora una volta ad esprimere un voto contro gli interessi propri e della comunità, si alimenterebbero, cioè le riserve grasse della casta che nella ingovernabilità trova il suo ambiente ideale.
L’unica possibilità che avevamo un tempo era il voto alla persona, quella di cui ci si fidava, malgrado appartenesse persino ad un partito di ideali distanti, ma grazie alla più recente legge elettorale ciò non è più possibile. E’ vero che possiamo leggere le liste e individuare all’interno dei vari partiti i nomi di persone ritenute più affidabili, ma non possiamo votarli direttamente, possiamo solo sperare che nella nostra circoscrizione quel partito abbia un successo tale da promuovere un numero di eletti tale da includere anche quello a noi preferito. Quindi a quanto pare la nostra democrazia si basa sulla “speranza“.
A questo punto l’unica cosa che si potrebbe fare è individuare nei programmi il partito che rappresenti i nostri ideali (categoria 13) o che potrebbe portarci un giovamento politico (12) o personale (9), turandoci il naso su chi lo rappresenta. Il che risulta piuttosto squallido.
Escluso il NON VOTO per i motivi sopra esposti, l’unica alternativa a tutto quanto detto finora sarebbe un voto di protesta ben organizzato, che abbia i numeri tali da superare la soglia minima e che mi dia garanzie di poter scalfire il sistema dall’interno, che possa cominciare a minare, se non a curare, questa struttura solidissima creata per il bene di pochi a discapito della comunità. Ma forse anche questa è un’utopia.
Dunque, o si trova il partito giusto o da qui non se ne esce… a meno che non si voglia optare per la rivoluzione.








