Archive for marzo, 2008

Il NON VOTO, a chi giova?

venerdì, marzo 28th, 2008

politometro

Come molti italiani in questi giorni pre-elettorali sono molto tentato a dare ascolto alle sirene del NON VOTO, però prima di prendere una decisione voglio fare un ragionamento il più possibile asettico, lontano dai discorsi politici di questi giorni.

Innanzitutto ho fatto un po’ di conti, basandomi sui numeri delle ultime elezioni politiche e, per semplicità, soltanto sui risultati relativi alla Camera dei Deputati (dall’archivio storico del Ministero dell’Interno). Gli italiani sono circa 60 milioni di persone, gli “aventi diritto al voto”, alle ultime elezioni, erano 47 milioni. I votanti furono 40 milioni, quindi 2/3 degli italiani. Per la coalizione di Prodi votarono 19 milioni di persone, meno di un terzo degli italiani, altrettanti votarono per la coalizione di Berlusconi (ci fu un sostanziale pareggio). In realtà alla Camera soltanto 11 milioni espressero il voto in favore del partito di Prodi (che era comunque già un’accozzaglia di tanti ex-partiti) mentre ancora meno, 9 milioni, espressero la loro preferenza per il partito di Berlusconi. L’attuale parlamento è stato sciolto perché al Senato un partito della coalizione di maggioranza, votato da 477 mila persone, non ha confermato la propria fiducia al governo. Quindi un’espressione politica che rappresentava soltanto meno di mezzo milione di persone ha fatto cadere un governo che doveva rappresentare gli interessi di 60 milioni (0,8%). Come democrazia non è male…

Ma il NON VOTO a chi giova? Vediamo intanto chi non vota e perché.

Mi sono divertito un po’ e ho diviso gli italiani, nel loro rapporto con le elezioni, nelle seguenti quattordici categorie:

C’è chi non può votare:

1.   per legge: i minorenni per la camera e i minori di 25 anni per il Senato, e chi ha perso i diritti politici (alcuni detenuti)
2.   perché impossibilitato: malati, anziani o portatori di handicap che non chiedono (o non sanno di poter chiedere) assistenza, oppure per altre ragioni (ad esempio chi si trova lontano dal seggio, per lavoro, per vacanza, per un recente cambio di residenza), etc.

C’è chi potrebbe, ma non vota:

3.  per disinteresse e pigrizia: magari non ha mai votato, e comunque non gliene importa niente
4.  perché non saprebbe chi votare: nessun partito (visto che non si può votare il politico) rispecchia fedelmente i propri ideali, si va per esclusione e alla fine si scartano tutti, allora si evita di recarsi alle urne
5.  di proposito: non riconosce l’autorità e la rappresentatività dello Stato, non vuole considerarsi complice della casta, non vuole legittimare i ladri in parlamento; non vota, quindi, essenzialmente per manifestare passivamente la propria disapprovazione
6.  in realtà vota, ma scheda nulla o bianca: in parte assimilabile alle categorie 4 e 5, ma si reca alle urne per manifestare attivamente, anche se conservando l’anonimato, la propria disapprovazione

C’è chi vota:

7.  per esclusione: non si è proprio convinti, ma qualcuno bisogna pur eleggere! Di solito a questa categoria appartengono coloro che ritengono che il voto sia un diritto irrinunciabile o addirittura un obbligo
8.  senza motivo apparente, soltanto per abitudine o tradizione: si è sempre fatto così, in famiglia si è sempre votato così
9.  per interessi personali generici: se vince quel partito la mia vita (finanze, carriera, lavoro) ne troverebbe giovamento
10.  per interessi personali specifici: se viene eletto quel politico la mia vita (carriera, lavoro) ne troverà giovamento
11.  perché è candidato o parente o amico di candidato: è scontato (in gran parte coincide con la categoria 10.)
12contro: non voterei mai per quello schieramento di proposito, ma assolutamente non voglio che prevalga quello opposto (le motivazioni possono essere politiche o d’interesse personale)
13.  per sincero convincimento: i propri ideali si identificano perfettamente in quel partito, non importa chi lo rappresenta
14.   mediante voto di protesta: sparpagliando il voto in una miriade di partitelli improbabili

Sarei un mago della statistica se riuscissi a quantificare ciascuna categoria. Se qualcuno l’ha fatto gli sarei grato se condividesse i risultati.

Per comodità d’ora in poi chiamerò ciascuna categoria con il numero corrispondente.

Normalmente gli indecisi su cui puntano le campagne elettorali, si posizionano nelle categorie 3, 4, 6, 7, 8, 12 e 14, mentre i convinti, per diverse ragioni, sono nelle categorie 5, 9, 10, 11 e 13.

Di tutte queste categorie, quella che andrà sempre e comunque a votare è la 11. Visto che nelle elezioni politiche non è previsto un quorum, se per assurdo votassero soltanto gli appartenenti alla categoria 11, ci sarebbe un regolare parlamento che esprimerebbe un regolare governo. I deputati sono 630 e i senatori 315, facendo un rapido calcolo, se ogni politico, in media, è amico o parente di almeno 200 persone (non ci si metterebbe in politica con numeri inferiori), in totale i deputati e i senatori, insieme, rappresenterebbero comunque un elettorato di circa 200 mila persone (0,3% della popolazione italiana) di cui, per ogni camera, il 50% +1 sarebbe la maggioranza (1 per mille per la camera, o,5 per mille per il senato) che deciderebbe le sorti della rimanente popolazione. Naturalmente questo ragionamento è per assurdo perché ad ogni consultazione elettorale parteciperanno sempre rappresentanti di tutte le categorie sopra esposte (oltre alla 11, soprattutto le categorie 9, 10 e 13).

Siamo tutti d’accordo che votare oggi significa avvallare l’azione altamente dannosa e negativa per il paese di certi dubbi personaggi. E’ altresì molto probabile che tra i 630 deputati e i 315 senatori ci sia una grossa percentuale di gente che fa soltanto i propri interessi o quelli di ristrette categorie/lobbies. Ma vogliamo veramente credere che, per quei 945 politici, soprattutto se sono effettivamente come la gente comune li dipinge, faccia differenza se sono stati eletti da 200 persone o da 10 milioni? Il risultato per loro è sempre lo stesso.

Guardando questi numeri, secondo me, ottenere un risultato concreto per il paese non votando, è pura utopia. Anche perché nella realtà, oltre ai convinti (9, 10, 11 e 13), anche gran parte degli appartenenti alle categorie degli indecisi  (7, 8, 12 e 14.) andranno sempre e comunque a votare, è inevitabile, soltanto una piccola parte di essi si potrà spostare nella categoria 5. 

Chi non vota viene inevitabilmente strumentalizzato da una parte e sfruttato dall’altra. Infatti, malgrado chi non vota di proposito lo fa di solito in piena coscienza e fuori dalle logiche di partito (per definizione), il NON VOTO viene facilmente strumentalizzato perché si porta a considerare le categorie 2, 3 e 4, tutte coincidenti con la 5, che negli anni passati sono già stati un fetta cospiqua dell’elettorato. Inoltre, paradossalmente, la campagna del NON VOTO non fa altro che spingere parte degli indecisi (soprattutto 6 e 14, ma anche 7, 8 e 12) tra i convinti (cat. 5) ma, non essendo validi ai fini della conta, valgono doppio proprio per coloro i quali dovrebbero essere oggetto della protesta. Infatti, il NON VOTO non danneggia i grandi partiti, anzi ne fa il gioco, perché questo assorbe parte del voto di protesta (14), gente che già normalmente non li voterebbe e che invece voterebbe per i partiti minori più estremisti. E questo discorso, soprattutto al Senato dove è prevista una soglia minima, danneggia i piccoli partiti e agevola la redistribuzione del voto disperso nei due grandi blocchi.

Il NON VOTO non mi convince. Se è vero che non votando non ci si rende complici attivi delle azioni dei politici, è anche vero che, visto che comunque in un modo o nell’altro essi comunque saranno eletti, li lasceremmo indisturbati a continuare le loro losche azioni, allora ne saremmo complici passivi, per omissione. Se mi trovo ad assistere ad un furto, che differenza fa se lo aiuto come complice attivo o se faccio finta di niente girandomi dall’altra parte?

A mio parere non votare sarebbe l’unico modo che (apparentemente) consentirebbe di non sbagliare, ma a seguito di questo ragionamento ho l’impressione che in fondo porti allo stesso risultato. Come segnale politico (se ancora ha un significato la parola politica), secondo me, avrebbe un peso maggiore il voto di protesta (14), ma quasi sicuramente andrebbe a discapito della “governabilità” del paese, dunque ci si ritroverebbe ancora una volta ad esprimere un voto contro gli interessi propri e della comunità, si alimenterebbero, cioè le riserve grasse della casta che nella ingovernabilità trova il suo ambiente ideale.

L’unica possibilità che avevamo un tempo era il voto alla persona, quella di cui ci si fidava, malgrado appartenesse persino ad un partito di ideali distanti, ma grazie alla più recente legge elettorale ciò non è più possibile. E’ vero che possiamo leggere le liste e individuare all’interno dei vari partiti i nomi di persone ritenute più affidabili, ma non possiamo votarli direttamente, possiamo solo sperare che nella nostra circoscrizione quel partito abbia un successo tale da promuovere un numero di eletti tale da includere anche quello a noi preferito. Quindi a quanto pare la nostra democrazia si basa sulla “speranza“.

A questo punto l’unica cosa che si potrebbe fare è individuare nei programmi il partito che rappresenti i nostri ideali (categoria 13) o che potrebbe portarci un giovamento politico (12) o personale (9), turandoci il naso su chi lo rappresenta. Il che risulta piuttosto squallido.

Escluso il NON VOTO per i motivi sopra esposti, l’unica alternativa a tutto quanto detto finora sarebbe un voto di protesta ben organizzato, che abbia i numeri tali da superare la soglia minima e che mi dia garanzie di poter scalfire il sistema dall’interno, che possa cominciare a minare, se non a curare, questa struttura solidissima creata per il bene di pochi a discapito della comunità. Ma forse anche questa è un’utopia.

Dunque, o si trova il partito giusto o da qui non se ne esce… a meno che non si voglia optare per la rivoluzione.

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Viaggio a Capo Nord – L’epilogo

mercoledì, marzo 19th, 2008

copenhagen

Classica foto ricordo davanti alla Sirenetta di Copenhagen

(10^ parte – vedi la puntata precedente - comincia dall’inizio

Vivere la Festa dell’Acqua a Stoccolma ci appagò completamente. Ormai per noi il viaggio poteva ritenersi concluso. Passammo quello che restava della notte ancora una volta in auto, in qualche area di servizio tra Stoccolma e Norrköping. Ci aspettavano ancora circa tre giorni di viaggio prima di poter dormire nel nostro letto di casa, eravamo piuttosto stanchi, ma eravamo pienamente soddisfatti di come era andata fino ad allora. L’unico pensiero che ci assillava: come rendere ancora interessante la rimanente parte del nostro epico viaggio? La mattina del 16 agosto puntammo decisi verso Copenhagen, rientrammo pertanto in Danimarca, prendendo ancora una volta il traghetto, da Helsingborg (Svezia) ad Helsingor (Danimarca), e potemmo mettere un’altra bandierina nel nostro album dei ricordi. Andare a Copenhagen e non fare una foto con la statua della Sirenetta è un po’ come andare a Roma e non vedere il Colosseo o a Parigi e ignorare la Torre Eiffel. Malgrado fosse un’icona notissima, vederla da vicino ci sorprese comunque. Non saprei come spiegare le nostre sensazioni, forse l’avevamo immaginata più grande, abituati alle grandi statue equestri delle nostre piazze principali. Invece era lì, a grandezza naturale o forse anche un po’ più piccola, sola e indifesa, tenerissima, come una qualsiasi bella teenager danese a prendere il sole in topless su uno scoglio del Mare del Nord. Entrò subito nelle nostre simpatie, ce la saremmo portata con noi, molto volentieri.

mappa stoccolma amsterdam

 Nono giorno: da Stoccolma (Svezia) ad Amsterdam (Danimarca)

Fatto un rapido giro della bella città di Copenhagen, fummo colpiti dalla sua estrema pulizia, da alcuni scorci interessanti, malgrado sia una città moderna con un grande porto industriale,  e dallo spettacolare cambio della guardia, davanti ai cancelli del Palazzo Reale “Amalienborg”. La nostra tappa successiva ci costrinse a deviare un po’ la rotta. Anche se eravamo completamente esausti, non riuscivamo a rinunciare a nulla. Ci chiedemmo: visto che ci troviamo, siamo arrivati fin quassù… perché non facciamo un salto anche ad Amsterdam? Detto, fatto. Arrivammo alla Venezia del Nord in tarda serata. Ormai non avevamo più né la voglia né le giuste energie per godere delle bellezze architettoniche, dei viali alberati, dei silenziosi canali. Avemmo soltanto la forza di farci un giro nel quartiere a luci rosse, tappa obbligata per soddisfare la curiosità di quattro scapoloni d’oro in gita di piacere. Effettivamente ne valse la pena, la caratteristica atmosfera di quei vicoli di perdizione è da provare, anche se venne spontaneo un sentimento di pena e compassione nei confronti di quelle ragazzine in vetrina. Fummo anche avvicinati da numerosi … “venditori di fumo” che letteralmente ci assalirono appena si accorsero che eravamo italiani. Evidentemente gli italiani sono ottimi clienti da quelle parti. Trovare una pensione o un ostello decente dove passare la notte, assorbì le ultime energie che ci restavano. Non ricordo quale soluzione trovammo, ma sono sicuro che non pernottammo in un albergo a 5 stelle… 

L’ultimo tratto che restava da percorrere era ancora molto, troppo lungo. Visto che a quel tempo vivevo a Torino e, molto previdentemente, mi ero portato appresso le chiavi del mio appartamentino, decidemmo di deviare ancora una volta il nostro itinerario. Così scendemmo lungo il confine tra Francia e Germania, in Alsazia, vedemmo Ginevra dall’alto ed arrivammo ad Aosta in serata. Ancora un piccolo sforzo e riuscimmo finalmente a mangiare, verso mezzanotte, un piatto di spaghetti aglio e olio a casa mia (ne ho sempre avuto qualche scorta nella mia dispensa) e ci riposammo in un comodissimo letto dopo tanti giorni di soluzioni a dir poco… arrangiate.

Così potemmo raderci, darci una bella rinfrescata e fare una bella impressione al nostro arrivo ad Ariano, la sera del 18 agosto. Fare tappa a Torino fu un’ottima pensata. Se i nostri parenti arianesi ci avessero visto in quali condizioni eravamo sbarcati in Piemonte la sera prima… si sarebbero presi un bello spavento!

mappa amsterdam ariano
Decimo giorno: da Amsterdam (Olanda) a Torino
Undicesimo giorno: da Torino ad Ariano Irpino

Tirare le somme di un viaggio del genere non è facile. Credo che dal mio racconto sia emerso un certo spirito d’avventura, forse d’incoscienza, ma soprattutto l’immenso patrimonio di ricordi, di immagini, di esperienze che ne abbiamo tratto. Quello fu il primo di tanti altri viaggi che intraprendemmo anche nelle estati successive, con lo stesso gruppo affiatato, ma mai riuscimmo ad eguagliare le emozioni provate la prima volta.

Se consigliarlo può sembrare scontato, mi azzarderei a suggerire proprio il nostro metodo, tutto in auto o meglio in camper, e soprattutto il nostro spirito. La nostra epoca ci permette di raggiungere in breve tempo mete che un tempo erano inavvicinabili, tuttavia per gustare certe esperienze, per provare certe emozioni, occorre vivere ogni istante della nostra vita, ogni chilometro del nostro percorso, come se fosse il più importante, il capitolo principale del libro della nostra storia. Il nostro unico errore, se così si può chiamare, fu solo quello di andare troppo di fretta, tante belle città furono soltanto sfiorate dal nostro cammino. Del resto percorrere quasi 11.000 km in 11 giorni è un tour de force particolare, quasi un record. Ma noi ne fummo pienamente coscienti, lo considerammo una sorta di “viaggio di perlustrazione” per individuare quali città fossero veramente meritevoli di essere visitate, un giorno, con più attenzione, e ci impegnammo a prendere nota per tornarci, con maggiore calma, magari con compagni di viaggio diversi.

Da allora, infatti, città come Amterdam o Stoccolma le ho riviste più attentamente, in un’altra stagione, di giorno, ho avuto l’opportunità di visitare alcuni musei splendidi (mi vengono ancora i brividi al ricordo delle emozioni provate nel Museo di Van Gogh e nel Rijksmuseum), ma forse, se non ci fossi già stato in quella occasione, non avrei dato loro la giusta importanza e soprattutto la possibilità di una seconda chance. 

altra foto a capo nord 

 Altra foto ricordo a Capo Nord

Nessun libro di storia o di geografia può insegnare tanto quanto un viaggio fatto bene. Naturalmente il nostro, più che un viaggio fu una scommessa, una sfida con noi stessi, ma col passare dei giorni ci rendemmo conto che il vero obiettivo raggiunto non era stato Capo Nord, ma il viaggio stesso, le migliaia di paesaggi, di aneddoti, di storie di persone incontrate per caso. Tutto quello che abbiamo visto ci ha arricchito in una maniera straordinaria e la dimostrazione è che a distanza di 15 anni, malgrado le nostre vite abbiano intrapreso percorsi diversi, al ricordo di quegli undici giorni, ancora nei nostri occhi si accende una luce particolare e scattano sensazioni uniche di complicità e amicizia sincera.

(Fine)

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Cosa pensano gli italiani di noi

lunedì, marzo 10th, 2008

spazzatura

In queste ultime settimane ho seguito con molta attenzione i commenti, le trasmissioni televisive e i forum di discussione sorti a seguito della pubblicazione delle cruente immagini di Pustarza e Grottaminarda e, in generale, di tutta la questione “rifiuti campani”.

Probabilmente il mio essere al di fuori delle parti, mi ha consentito di osservare la realtà con un punto di vista più obiettivo, anche se sempre molto coinvolto emotivamente. Ho anche avuto la possibilità di instaurare animate discussioni con altri italiani all’estero che di tutta la situazione campana ne vedono soltanto i risvolti d’immagine presso i media stranieri ed attingono alle informazioni in lingua italiana grazie ad Internet (i più giovani) o RAI International (i più anziani).

Il quadro che ne esce fuori è a dir poco deprimente. Ho raccolto, via via, una serie di considerazioni che riporto qui in ordine sparso.

  • L’Italia è un paese allo sbando e gli italiani, pur essendone coscienti, non si dannano più di tanto per uscirne. Pigrizia o ignoranza fa poca differenza e la Campania è la peggiore espressione di questa situazione.

  • C’è un’ignoranza generale (nel senso che si ignora) sull’argomento rifiuti e tutto ciò che ne consegue, da far paura. Ignoranza da entrambe le parti, naturalmente. Ignorano gli Italiani gli argomenti che ci spingono a dire NO e loro stessi ritengono che gli ignoranti siamo noi che ci facciamo condizionare dai politicanti e/o camorristi di turno che in questa situazione degenere acquistano inevitabilmente potere.

  • C’è una classe politica che malgrado abbia avuto i numeri e i mezzi per rimediare, non è stata in grado o, meglio, non ha deliberatemente voluto affrontare il problema, lungi da essa anche pensare di risolverlo. I campani l’hanno votata e tocca a loro (e soltanto a loro) subirne le conseguenze.

  • Gli italiani, e i campani in particolare, sono completamente abbandonati a se stessi. Ci si ricorda di loro soltanto quando c’è da chiedere il voto, nuove tasse e altri sacrifici.

  • Invece di stringersi la mano e mettersi tutti insieme al lavoro, c’è in corso un guerra all’ultimo campanile, nord contro sud, regione contro regione, provincia contro provincia, comune contro comune, maggioranza contro opposizione, partiti contro i partiti dello stesso schieramento e persino compagni di partito ad azzannarsi per l’ultima casella libera nelle liste elettorali.

  • C’è chi da la colpa a Bassolino e chi invece da la colpa alla strategia del NO ed alla sindrome Nimby.

  • C’è chi da la colpa a Pecoraro Scanio e chi invece ritiene che i supercommissari siano stati soltanto un grosso fallimento.

  • La maggior parte degli italiani, soprattutto del nord, ritiene che si tratta soltanto di educare la gente, di aprire le loro menti e spiegare che esiste un altro modo di gestire la spazzatura, che non è quello di lasciarla per le strade o darle fuoco di notte.

  • Moltissimi italiani ritengono che si tratti della solita mancanza di capacità imprenditoriale della gente del sud, accettare una discarica o un termovalorizzatore sarebbe un toccasana per l’economia locale.

  • Molti italiani non sanno che in Campania esistono punte di civiltà, ad esempio con la raccolta differenziata, che sono ai primi posti in Europa e comunque infinitamente più alti della media nazionale.

  • Moltissimi italiani pensano che Difesa Grande e Pustarza siano dei quartieri di Napoli, come Pianura, e non capiscono per quale motivo chi produce la spazzatura non debba tenersela in casa.

  • Molti italiani danno la colpa anche ai campani se le tasse continuano a salire, perché occorre pagare i treni di spazzatura che andranno fino in Germania.

  • Molti italiani pensano che i comuni dell’Avellinese sono assolutamente irresponsabili e che debbano prendersi tutta la spazzatura di Napoli, come se fosse un’eredità irrinunciabile. Ma allora perché non i comuni pugliesi o quelli laziali? Facciamo parte della stessa nazione o il federalismo viene chiamato in causa solo quando ci fa comodo?

  • Comincio a stancarmi di dover dare giustificazioni a tutti coloro i quali ritengono quanto sia giusto ed etico che Ariano-Savignano debba prendersi l’onere di risolvere il problema rifiuti di Napoli.

  • L’impressione che mi sono fatto è che uscendo dalla Valle dell’Ufita, malgrado il supporto datoci da Grillo e, in parte, da Studio Aperto, tutto il resto della popolazione italiana sia fortemente critica nei confronti di chiunque dica NO, perché non è il momento di porre questioni di “principio”, come se la salute e l’economia delle nostre zone fosse soltanto una “questione di principio”.

  • Anche chi, una volta informato dalle vicende di 14 anni di emergenze risolte a nostro danno, ci da ragione… termina il discorso con la frase: “Sì, però qualcuno se la dovrà pur prendere la spazzatura di Napoli”.

  • Sono tantissimi coloro i quali ritengono che le manganellate sulle teste dei nostri anziani siano state anche troppo poche… perché tra i teppisti di Pianura e i contadini di Pustarza praticamente non c’è differenza.

  • Sono convinto che gli italiani, in realtà, hanno soltanto tanta paura. Temono che il cancro della napoletanità fuoriesca dai confini regionali e contamini tutto il resto del paese. Molti ci guardano come i primi non-napoletani che sono stati contaminati e ci guardano con profonda compassione, ma restano ad opportuna distanza.

  • Quando Grillo disse ai napoletani, provocatoriamente, che sarebbe stato meglio per loro chiedere l’indipendenza come è successo per il Kosovo, ho l’impressione che la maggioranza degli italiani, nel loro cuore, abbiano approvato ed auspicato questa soluzione. 

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Viaggio a Capo Nord – Stoccolma

venerdì, marzo 7th, 2008

sul traghetto 

In viaggio da Turku (Finlandia) a Stoccolma (Svezia)

(9^ parte – vedi la puntata precedente - comincia dall’inizio

La mattina del 15 agosto ci svegliammo piuttosto riposati. E fu una giornata completamente dedicata al riposo. Quel giorno, infatti, non percorremmo più di 170 km in auto. Facemmo un rapido giro a piedi sulla pista di atletica dello stadio Olimpico di Helsinki e ci rimettemmo in viaggio verso la città di Turku dove ci aspettava il traghetto della Viking Line che ci avrebbe condotti a Stoccolma.

In realtà fu una vera e propria crociera, che durò circa 10 ore in una splendida cornice di terra e di mare. Una meravigliosa giornata di sole ci permise di godere ed apprezzare un bellissimo panorama. Facemmo così la conoscenza del Mar Baltico, un’altra regione europea completamente sconosciuta a noi, fino qualche giorno prima. Nel tratto d’acqua che separa Turku da Stoccolma, che in linea d’aria saranno 200 km, ci sono decine di migliaia di isolotti. Un’altro spettacolo della natura! Dopo i laghi finlandesi, così numerosi e ravvicinati, avemmo una sensazione simile, ci riuscì difficile capire se si trattava veramente di tante isole o al contrario di terra ferma coperta dall’acqua.

mappa helsinki stoccolma

Ottavo giorno: da Helsinki (Finlandia) a Stoccolma (Svezia)
[clicca sulla mappa per vederla ingrandita]

Il traghetto fece un lentissimo e dolcissimo slalom in quell’enorme arcipelago. La nave era molto grande e spesso tememmo che non riuscisse ad avere la giusta agilità per scansare tutti quegli ostacoli naturali. A volte fu quasi costretta a fermarsi.

Durante la giornata, mentre oziavamo al sole, facemmo amicizia con uno svedese (un uomo, putroppo) che ci raccontò tante storie interessanti legate a quelle isole. Ci spiegò che la maggior parte non sono abitate, ma che da qualche anno era in corso una strana competizione, soprattutto tra i più ricchi svedesi, nell’acquistarne almeno una.

Ormai era un vero e proprio status symbol possedere un’isola nel Mar Baltico, come avere l’auto di grossa cilindrata o la barca. Ce n’erano di tutte le forme e dimensioni, ma la maggior parte non erano più grandi di un paio di campi da basket. Erano tutte coperte da foltissima vegetazione e molte avevano un minuscolo porticciolo per l’attracco di una piccola imbarcazione.

Insomma scoprimmo che i ricchi ma non avevano solo una villa al mare, ma un’intera isola!

Nessuno di noi quattro si può considerare un lupo di mare, avendo nelle nostre vene autentico sangue irpino, pertanto, dopo 10 ore di movimento ondulatorio, lento ma costante, fummo veramente sollevati quando attraccammo nel porto di Stoccolma… ancora qualche minuto e il nostro stomaco ci avrebbe fatto qualche brutto scherzo. Gianluca fu quello che ebbe la peggio e soffrì parecchio per tutto il viaggio. 

capo nord foto di gruppo

Un’altra foto ricordo davanti ad un monumento a Capo Nord.

Stoccolma è una città fantastica. Senza dubbio la più bella e interessante di tutto il nostro viaggio in Scandinavia. Arrivammo nel tardo pomeriggio e, appena messo piede a terra, immediatamente ci accorgemmo che avevamo azzeccato il giorno giusto. Era il 15 agosto e a Stoccolma si festeggiava la serata finale del Water Festival (in svedese Vattenfestivalen) la più pazza e divertente festa della capitale svedese!  Non so se ai nostri giorni sia ancora così, ma allora, negli anni ‘90, la seconda settimana di agosto la città si trasformava completamente. In ogni angolo, in ogni piazzetta, veniva allestito un palco dove si poteva suonare, ascoltare, ballare, musica di ogni genere. Migliaia di ragazzi e ragazze da tutta Europa si riunivano nel nome del sano divertimento con il nobile scopo di rendere onore all’acqua, l’elemento naturale senz’altro più presente a Stoccolma. La città, infatti, per certi versi può ricordare Venezia, perchè giace su 14 isole, ma rispetto alla Serenissima è viva, giovane, intraprendente.

Ci deliziammo quella sera. Naturalmente come tutti i popoli nordici anche gli svedesi non si divertono se non sono sufficientemente saturi di birra, ma non assistemmo alle scene disgustose di Helsinki. Tutti erano allegri e molto espansivi, ma senza esagerazioni.

Le svedesi (finalmente!) furono molto intraprendenti e ci coinvolsero nelle loro danze, in pochi secondi entrammo anche noi nel vortice del divertimento. Io avevo la telecamera sempre con me e fu per loro un motivo in più per mettersi in mostra e scatenarsi a ballare distribuendo baci a chiunque fosse a tiro…

Ebbene sì, la nostra idea sulle ragazze svedesi fu pienamente confermata… Al ritmo degli svedesissimi Ace of Base con la loro famosa “All that she wants”, trascorremmo così tutta la notte e fummo veramente soddisfatti di come andò. A fine serata lo spettacolo dei fuochi d’artificio che si specchiavano nell’acqua dei canali, fu l’ultima ciliegina su una torta memorabile. 

Eravamo così eccitati quella sera, che la multa per divieto di sosta che trovammo sul parabrezza dell’auto non scalfì neanche lontanamente il nostro magico umore e la stracciammo senza pensarci due volte. Qualche mese più tardi il papà di Massimo, proprietario dell’auto, ricevette una notifica strana scritta in svedese… chissà se l’ha mai pagata!

(continua)

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