Riflessioni sull’America: P come Politica

google

Negli ultimi tempi sto studiando con molta attenzione la campagna elettorale già avviata negli Stati Uniti, per le presidenziali dell’anno prossimo (4 novembre 2008).

Questo per tre motivi. Innanzitutto per pura curiosità, un modo per conoscere più a fondo il paese che mi ospita da quasi tre anni. In secondo luogo, ho sempre avuto un forte interesse per quello che molti italiani auspicano come un modello da imitare (sono imminenti le primarie per il nuovo Partito Democratico italiano), una forma di governo che apparentemente funziona, se non altro perché le legislature durano sempre quanto devono durare. Il terzo motivo è che si tratta di scegliere chi andrà al potere, per almeno 4 anni, nel paese che indiscutibilmente concentra a sé e sovrasta tutte le forme del potere mondiale, da quello politico a quello finanziario, da quello economico a quello militare.

Come tutti sanno, negli USA esistono due grandi partiti, i Repubblicani e i Democratici, più una serie di partiti minori (third-parties) che non hanno alcun peso in quanto in un sistema maggioritario come quello americano non hanno nessuna possibilità di vittoria. Normalmente i Third-Parties raccolgono voti di protesta (Verdi, Estremisti di Destra e di Sinistra, Anarco-libertari) oppure consentono a candidati esclusi dalle primarie dei due grandi partiti, presentandosi come indipendenti, la possibilità di testare comunque l’elettorato a livello nazionale in vista delle elezioni successive. In questo periodo i candidati al “trono” sono particolarmente concentrati a gettare discredito sui concorrenti appartenenti al loro stesso schieramento, in vista delle elezioni primarie. Ogni candidato cerca di attirare a se i voti di chi già la pensa allo stesso modo. In questo periodo, pertanto, escono fuori soprattutto le idee più ortodosse, più consone al proprio schieramento, storicamente progressista (orientate al sociale) per i Democratici e conservatore (orientate al liberismo) per i Repubblicani. Una volta scelti i candidati ufficiali per i due partiti, si assisterà, come sempre, ad una grande metamorfosi, vedremo i programmi elettorali convergere magicamente verso il centro perché il Presidente dovrà necessariamente raccogliere il maggior numero di voti da tutto l’elettorato, cercando soprattutto di strapparne al diretto avversario (sono voti che valgono doppio).
Il risultato, tuttavia, è che se gli elettori di un partito premiano quello che ritengono più rappresentativo delle loro idee, rischiano di non averlo come presidente in quanto non avrebbe molte possibilità di ricevere nuovi voti dagli altri schieramenti e, viceversa, se desiderano un presidente del proprio partito, devono scegliere, tra i candidati alle primarie, quello forse meno rappresentativo ma che garantisca un più ampio consenso a livello nazionale. Questo delicato equilibrio tra le preferenze politiche della società americana ha avuto, e continua ad avere, enormi risvolti soprattutto nelle scelte e nelle linee guida della politica interna. Come da noi, i principali punti, sempre in primo piano nelle discussioni elettorali, sono la politica fiscale (le tasse, che identificano il peso e la presenza dello Stato nelle questioni sociali) e l’assistenza sociale (pensioni e sanità). Tutto il resto fa contorno, a partire dalla politica estera fino alle eterne questioni etico-morali (come la pena di morte e l’aborto).

Chi sono gli attuali candidati dei due schieramenti? Quali fra questi hanno più possibilità di essere eletti? Storicamente l’elettorato americano ha quasi sempre premiato chi nella vita ha dato dimostrazione di grandi capacità manageriali più che preparazione politica, pertanto sono stati eletti più frequentemente governatori, piuttosto che senatori. In questa tornata (è la prima volta dal 1928) non si presenterà alle elezioni il presidente in carica (George W. Bush è già stato rieletto) né il suo vice, né personaggi di spicco del suo staff (come il segretario di stato Condoleeza Rice). Quindi anche sul versante Repubblicano la battaglia è ancora aperta.

I principali candidati alle primarie repubblicane sono senz’altro il mormone Mitt Romney (ex-governatore del Massachusetts) e Rudy Giuliani (ex-sindaco di New York City, che sarebbe il primo italiano e il secondo cattolico dopo J.F.Kennedy). Per i due, in questo momento, ogni argomento è buono per attaccarsi ferocemente, ognuno sta cercando di mettere a nudo i punti deboli dell’altro, volendo dimostrare all’elettorato conservatore chi dei due sia meglio rappresentativo dell’ideale repubblicano. Leggendo i loro programmi ed ascoltando gli umori degli storici elettori repubblicani, Rumney incontra più favori tra le correnti più conservatrici (ha dimostrato più volte di essere un uomo di polso e molto risoluto), mentre Giuliani può aspirare ad accogliere più voti progressisti (le sue idee più aperte sulle coppie di fatto e gay, sull’aborto e sul possesso illegale di armi da fuoco, lo hanno allontanato dai favori dell’elettorato più intransigente ed ortodosso). Terzo incomodo, tra i Repubblicani, potrebbe essere l’attore Fred Thompson, fedelissimo della politica di Bush.
Sull’altro versante, probabilmente, la senatrice Hillary Clinton ha praticamente già vinto le sue primarie (sarebbe la prima donna alla Casa Bianca), in quanto Barack Obama (che sarebbe il primo afro-americano alla Casa Bianca) non sembra abbia i denti particolarmente affilati per controbattere prima la moglie dell’ex-Presidente, e soprattutto i due repubblicani, inoltre le sue idee particolarmente estremiste e garantiste non sono generalmente gradite dall’elettorato medio americano. Terzo incomodo nella battaglia tra le file dei Democratici potrebbe essere Al Gore, ex vice-presidente (dal 1993 al 2001), molto noto agli americani, anche se i sondaggi lo vedono ancora lontano.

Nei prossimi mesi la battaglia all’interno dei due schieramenti sarà sempre più cruenta, senza esclusione di colpi, con campagne elettorali per le primarie e per le presidenziali che costeranno decine (o addirittura centinaia) di milioni di dollari a candidato. Negli ultimi anni, infatti, sono stati premiati quasi sempre coloro che hanno investito di più, essendo riusciti ad ottenere enormi finanziamenti legali/diretti (hard money) o illegali/indiretti (soft money) dalle potenti lobbies economiche (o sono stati finanziati di più coloro che avevano più possibilità di vittoria), e che, naturalmente, hanno ottenuto cospicui “ringraziamenti” in caso di vittoria. Anche se la legge sul finanziamento ai partiti è stata modificata recentemente (Campaign Reform Act del 2002), costringendo i “donatori” ad agire a titolo individuale, con tetti massimi fissati, e non più corporativo (praticamente è stato vietato il “soft money”), le previsioni parlano comunque di cifre a molti zeri.

Vedremo come andrà a finire, naturalmente il vostro inviato dagli USA vi terrà sempre informati.

Condividi su Facebook Condividi su Facebook

Leave a Reply