Israele: un viaggio, alcune riflessioni

novembre 21st, 2009 by aixes

IMG_6826Raccontare Israele e come fare un riassunto delle puntate precedenti, un ripercorrere all’indietro tutte le tappe della nostra storia, della nostra cultura, della nostra civiltà. In ogni istante del viaggio ci tornano in mente esperienze, conoscenze recondite della nostra vita, immagini conservate nei cassetti dei nostri ricordi e che affiorano prepotentemente all’improvviso come un film rivisto e rivissuto mille volte.

Per chi crede, non importa quale nome possa avere il proprio Dio, è “il” luogo sacro per eccellenza, la terra che ha consentito all’uomo di entrare in contatto fisico con la propria divinità. Per chi non crede è comunque un’esperienza unica, una tentazione, una sensazione che segna dentro, in qualche modo, indelebilmente.

Israele è l’apoteosi delle contraddizioni, l’esempio più lampante di quanto l’uomo possa essere stato (e sia ancora) assolutamente irrazionale e intollerante, nei rapporti con i propri simili, nell’assurda altalenanza della sua “breve” storia. E’ la terra dove il tempo si è fermato, dove certi valori sono ancora incredibilmente forti e radicati nella gente, oggi esattamente come 2000 o 3000 anni fa.

Israele, la Palestina, tutto il Medio Oriente: sono i luoghi in cui la gente afferma la propria essenza ogni giorno, dove ci si riconosce e si manifesta la propria identità già nel modo di vestire, di parlare, di scrivere, di mangiare, di pregare in ogni istante della giornata, anche se questo potrebbe, in qualche modo, mettere a rischio perfino la propria esistenza.

E’ Mediterraneo in tutta la sua franchezza, nei suoi tipici colori, nei suoni, nei profumi, nei sapori. E’ una terra antica e modernissima allo stesso tempo, dove la storia ha dovuto combattere a denti stretti per poter testimoniare un passato spesso cancellato dal susseguirsi delle dominazioni. Ebrei, musulmani, cristiani, ortodossi si sono alternati al tavolo del potere, cercando invano, ogni volta, di annientare anche il ricordo di chi li aveva preceduti. E il risultato oggi è quello che si vive ogni giorno entrando a Gerusalemme: una grande Babele, quello che tutti considerano il centro dell’Universo, conteso da tutte le civiltà ed in cui confluiscono tutte le fedi, religiose e politiche.

Non entro nel merito di chi ha torto o ha ragione, di chi si comporta “oggi” da persecutore o da perseguitato, ma basta fare un giro tra le strade millenarie che collegano Haifa a Tel Aviv, Tiberiade a Gerusalemme, per capire che non esiste un oggi e un ieri, il tempo qui sembra si sia fermato e le vicende continuano ad accadere sovrapponendosi e complicandosi in mille mondi paralleli. Cause ed effetti si sono intrecciati al punto che non siamo più in grado di giudicare il comportamento di nessuno.

Allora ognuno ha il diritto di guardare ad Israele soltanto con i propri occhi, possibilmente con l’apertura mentale di dover accettare che le proprie convinzioni più intime e segrete possano essere sbeffeggiate e violentate da chi accanto a noi la pensa diversamente.

E’ vero, il timore di trovarsi di fronte ad incidenti, prima del viaggio, c’era, ma si è completamente dissolto appena messo piede in questa terra di confine. Dopo le poche ore passate ad osservare ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi che convivono a stretto contatto, con ruoli diversi, negli stessi luoghi fisici, ma lontani anni luce per come concepiscono la loro esistenza, siamo sommersi dallo stupore, da una incredulità totale, nel constatare che in fondo la convivenza è molto più tranquilla di quanto si potesse immaginare.

Ovunque, soprattutto nelle zone d’entroterra, lungo le superstrade che collegano le città più importanti, capita di osservare una distribuzione a macchia di leopardo di centri abitati dalle caratteristiche diametralmente opposte. Sulla sinistra un paese in bianco e nero, palesemente arretrato, diroccato, case bianche, basse, senza tetto, rifinite per quanto appena necessario, povere ed essenziali, sovrastate da un severo minareto. Sulla destra, separato soltanto dalla strada che percorriamo, un paese moderno, pulito, coloratissimo, con deliziose villette a schiera all’americana, tantissimo verde e tetti spioventi rossi fiammanti. Differenze che altrove di riscontrano soltanto dopo centinaia o migliaia di chilometri di cammino, qui si evidenziano a distanza di pochi metri.

Cosa dire di più? Per i nostri occhi di cristiani/cattolici romani questa resta la Terra Santa, il luogo che ha avuto la Grazia di essere calpestato dai piedi del Nostro Signore, il terreno che si è intriso del Suo sangue, le pietre che hanno ascoltato la Sua Parola. Sono sensazioni indescrivibili quelle che abbiamo provato in Galilea, ai piedi delle alture del Golan, sfiorando le rocce del Monte delle Beatitudini, l’acqua del Mare di Galilea, quella su cui Gesù ha vissuto e si è rivelato al mondo con i suoi prodigi e le sue parabole, dove incontrò gli Apostoli e dove tornò dopo la Risurrezione. La Galilea è la Sua terra, la Nostra terra.

Una sensazione nettamente diversa, invece, si prova a Gerusalemme. Crocevia del mondo, è il luogo dove tutti si affannano a dimostrare di avere l’esclusiva sulla storia e sulle tradizioni, sul corpo e sull’anima. I luoghi in cui Gesù ha sofferto la sua passione e morte, sono distrattamente contrastati, offuscati, dalla presenza soffocante degli altri, degli ebrei, dei musulmani, delle mille divisioni intestine della stessa tradizione cristiana. Allora ci si trova sbattuti da un vicolo all’altro, da una chiesa ad una sinagoga, da una moschea ad un mausoleo ortodosso senza soluzione di continuità, in una inebriante indigestione di sapori, colori, suoni e profumi.

Camminando tra gli stretti vicoli della Città Vecchia, sembra all’improvviso di trovarsi a bordo di in una macchina del tempo e dello spazio. Ci si trova contemporaneamente nella Gerusalemme intatta di 2000 anni fa, costruita dalle stesse pietre che videro cadere Gesù sotto il peso della Croce ed in quella tecnologica dei grattacieli, dei telefonini e delle auto di grossa cilindrata. Se su un marciapiede capita di incontrare un gruppo di sfacciate turiste americane in T-shirt, minigonne e infradito, sullo stesso marciapiede, qualche metro più in là, ci si imbatte in lunghi abiti neri che lasciano scoperti soltanto dei magnifici occhi color nocciola. In un vicolo capita di vedere una lunga fila di bugigattoli stracolmi di stoffe, di spezie e di improbabili souvenir made in Cina, girato l’angolo ci si trova in una elegante via di negozi ebrei, di gioiellerie e di ricchi quadri autentici. Il quartiere cristiano, invece, è qualcosa di intermedio, che guarda in tutte e tre le direzioni, rinunciando spesso alla propria identità, in nome del dio Denaro.

Così dal vivo si capiscono molte cose, molti discorsi che fece Gesù tanti secoli fa, ma sempre così attuali. Capisco quanto si arrabbiò quando vide il Tempio invaso dagli ambulanti, quello stesso tempio che oggi, dopo mille distruzioni, è diventato una immensa Moschea. E’ uno dei tantissimi paradossi di Gerusalemme, infatti proprio uno dei muri che circondano quella moschea è il Muro del Pianto, dove vengono a pregare tutti gli ebrei col capo coperto. Altro paradosso è quello del Monte Sion, il luogo che gli ebrei considerano l’origine della loro civiltà, dove è conservata la Tomba del Re Davide, stesso edificio in cui, secondo la tradizione cristiana, Gesù, discendente di Davide, tenne la sua Ultima Cena.

Ho visto Israele con gli occhi di un cristiano, anche se non sono stato un classico pellegrino. Ho visto Israele con gli occhi di un discendente dell’Antica Roma che un tempo dominava questi luoghi e che costruì città splendide come Cesarea, sul litorale tra Tel Aviv e Haifa o di uno di quei Crociati che non furono molto dolci con i Saraceni. Ho anche avuto orecchie per ascoltare la versione degli ebrei, primi e ultimi in questa terra così contesa. Ho capito quali possono essere i sentimenti che molti ebrei nutrono per il loro nemico ancestrale, quello che si identifica storicamente nei cultori dell’Islam. Purtroppo, invece, non ho avuto la possibilità di ascoltare la voce dei musulmani, soprattutto dei palestinesi. Ho soltanto visto i loro occhi stanchi, nei quartieri periferici di Gerusalemme, come quelli che si estendono sul Monte degli Ulivi, quartieri solo per uomini e bambini maschi, dove le donne rimangono chiuse nell’ignoranza delle loro pareti domestiche. Troppo poco per capire, troppo poco che comprendere la loro situazione di stranieri “tollerati” in quella che considerano giustamente la loro terra.

Ma la parola “giustizia”, da queste parti, assume una dimensione non più misurabile, che cambia forma e lunghezza a seconda degli occhi che la osservano e della lingua che la descrive. Troppo difficile per essere compresa.

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Compagni di scuola

aprile 30th, 2009 by aixes

Qualche settimana fa siamo riusciti, dopo ben 27 anni dalla maturità, a rivederci con una parte dei vecchi compagni di classe del liceo. Grazie a Facebook e alla magia di internet, non c’è voluto molto per riunire davanti ad una buona pizza gente che ha condiviso tutto per cinque anni di scuola e che poi ha intrapreso strade diverse, profondamente diverse, in tutti i sensi, geografici, familiari, sociali, professionali. E’ stato divertente e curioso cercare di riconoscere e riconoscersi, annullare in un istante lo spazio ed il tempo e rivivere le stesse emozioni, gli stessi stati d’animo, la stessa sana voglia di divertirsi e di sfottere di una volta.

Quasi la stessa sensazione che provai la prima volta che mi recai nel mondo da favola di Disneyland, dove per qualche ora si torna bambini, fuori e dentro, e viene spontaneo assumere atteggiamenti, comportamenti e sentimenti che normalmente non avremmo mai il coraggio di esternare.

Dopo un primo impatto un po’ impacciati, legati anche ai preconcetti tipici di queste occasioni, accentuati dallo spettro prospettato dal noto film di Carlo Verdone (sarò riconosciuto/a? dimostrerò più o meno della mia età rispetto agli altri? riuscirò a soddisfare le mie e le loro aspettative?), ci siamo lasciati andare e siamo tornati esattamente quelli che eravamo all’età di 17-18 anni: caciaroni e simpatici con i presenti, cinici e crudeli con gli assenti. Normale amministrazione. Da ammazzarsi dalle risate nel ricordare gli aneddoti, le disavventure, le gite, i professori. Soltanto qualche breve cenno sulla nostra vita di oggi, il lavoro, la famiglia, per non appesantire la serata e non rovinare la bella atmosfera di festa che si era venuta a creare. Una cosa che mi ha un po’ sorpreso, ma in fondo lo speravo, non siamo cambiati più di tanto. Certamente il nostro fisico ha risentito dei quasi 30 anni passati, ma lo spirito, l’entusiasmo, gli interessi, sono rimasti gli stessi, una certezza rassicurante, credo per tutti quanti.

Siamo anche tornati al vecchio bar della scuola, un bugigattolo che una volta ci ospitava nei minuti d’intervallo, durante l’ora di religione, dove chi osava marinare la scuola si rifugiava con la speranza di non essere visto dai professori. Allora era piccolissimo, c’era soltanto lo spazio per il bancone e un flipper che mandavamo sempre, inevitabilmente, in tilt. Ora è tutto cambiato. E’ diventato un locale di tendenza, frequentatissimo nelle serate romane, ampliato e ristrutturato, coloratissimo di luce e rumore. Siamo rimasti sconvolti, età media degli avventori esattamente la stessa che avevamo noi quando quel bar era nostro territorio, ma ora per noi completamente estraneo, come se fossimo stati catapultati all’improvviso in un universo parallelo o nel futuro remoto. In un mondo che non ci appartiene più.

Ci siamo salutati così, forse un po’ tristi e malinconici, con la promessa di rivederci presto, magari con le famiglie al seguito, in un agriturismo ai castelli. Magari senza dover aspettare altri 27 anni.

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Un terremoto dentro di noi

aprile 8th, 2009 by aixes

Impotenza e rabbia. Sono le sensazioni predominanti in queste ore di sofferenza e di angoscia. Stavolta è toccato a noi italiani, andare sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo con immagini di distruzione e di morte. L’egoismo ancestrale che domina le nostre emozioni, forse determinato da un istinto di sopravvivenza che viene da molto lontano, spesso ci rende quasi indifferenti nei confronti delle sofferenze nel mondo. Siamo quasi sempre sordi ai lamenti di civiltà lontane in guerra perenne o vittime di inauditi disastri naturali, così come alle richieste d’aiuto dei mendicanti striscianti sui marciapiedi delle nostre città o dei nostri vicini che soffrono nella dignità del silenzio tra le loro quattro mura. Quando, invece, un evento, qualsiasi esso sia, ci tocca da vicino, o riguarda un nostro parente o un amico, o adirittura noi stessi, fragili in balia di forze oscure infinitamente più potenti di noi, siamo colpiti nel profondo della nostra anima.

Barcolliamo senza più un briciolo di forza, alla ricerca di un riferimento, di un sostegno, avvertendo il colpo, un duro colpo nello stomaco e nel cuore, tanto da sbatterci al tappeto senza pietà. Anch’io ho sentito le scosse, quelle più forti che hanno avuto la sfrontatezza e l’ardire di osare sfidare l’eternità di una città simbolo di potenza come Roma. Le ho sentite e mi sono meravigliato. Nessuna paura, la presunzione di chi vive nella Città Eterna ci garantisce una sorta d’immunità fittizia ma rassicurante, ma una forte sensazione di insicurezza e impotenza. Vedere i muri della propria casa, che per i nostri sensi sono simbolo di solidità fisica e psichica di un’intera esistenza, vacillare come una foglia alla leggera brezza del mattino è sconfortante ed estremamente difficile da digerire. Non riesco neanche ad immaginare cosa possono aver provato tante persone che, pur se nella gioia di aver salvato la propria vita e quella dei propri cari, hanno assistito impotenti alla distruzione definitiva di tutte le loro cose, dei loro oggetti, dei ricordi più cari. Per chi, infine, ha perso anche le persone amate non sarà più lo stesso, non ci sarà più un futuro, nessun giorno della vita nei prossimi anni avrà più lo stesso sapore, la stessa serenità di un tempo. E’ la morte nel cuore, un terremoto fuori e dentro di ciascuno di noi.

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Ma chi se ne importa…

dicembre 20th, 2008 by aixes

Sono tanti i problemi di questa epoca di crisi globale. La gente comune deve ogni giorno lottare per sopravvivere o, per i più fortunati, arrivare alla fine del mese senza doversi indebitare ancora di più.

Questi problemi sono ancora più sentiti nei periodi di festa, quando l’atmosfera natalizia ci spinge ad essere più generosi ma il portafoglio ci guarda con occhi di sfida, inesorabilmente vuoto.

Questi sono anche i problemi di una giovane coppia, lui si chiama David e lei Victoria. La vita è stata molto avara con loro, lui costretto a lavorare sui campi d’erba, lei sempre immortalata da obiettivi indiscreti e invadenti.
Sono sempre costretti a girovagare il mondo alla ricerca di un tetto e di un letto, non trovano mai pace.

Oggi la stampa mondiale si è finalmente occupata anche di loro e finalmente ci ha informati della loro tragedia. 

Finalmente anche per loro problemi come l’assitenza sanitaria e la ricerca della casa sono stati finalmente risolti.

Mi piace pensare a David che … viaggia alla volta della clinica Le Betulle di Appiano Gentile per le visite mediche di rito, mentre la cara mogliettina trascorrerà l’intera giornata a fare una serie di visite in alcuni alberghi della città di Milano per scegliere la loro residenza per i prossimi mesi.

Notizie che fanno bene al cuore…

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/sport/calcio/beckham-milan/arrivo-milano/arrivo-milano.html

MA CHI SE NE IMPORTA!!!!

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Lussemburgo: cuore d’Europa

novembre 2nd, 2008 by aixes

Per quale motivo si dovrebbe visitare il Gran Ducato del Lussemburgo? Scommetto che non sia facile trovarlo negli itinerari turistici europei. E’ uno stato così piccolo che risulta difficile incontrarlo lungo la strada, a meno che non ci si vada di proposito.

A me è capitato di andarci per lavoro, proprio questa settimana, e una idea me la sono fatta. La sensazione principale che mi sono portato appresso si riassume in una sola parola: “Europa”.

Situato in un angoletto tra Belgio, Francia e Germania, ha subito fortemente l’influenza economica e la storia di questi tre paesi. Si tratta di un fazzoletto d’Europa più piccolo della Val D’Aosta. La sua capitale ha il numero di abitanti di un piccolo quartiere di Roma.

I lussemburghesi sono un popolo particolare. Poliglotti per definizione, parlano regolarmente tre lingue (francese, tedesco e lussemburghese, tutte e tre lingue ufficiali), inoltre la grande maggioranza parla correttamente anche l’inglese. Passeggiando per le strade della capitale, comunque, si ascolta quasi esclusivamente il francese. Sono numerosissime anche le comunità di immigrati da altri paesi d’Europa, primi fra tutti Portogallo e Italia, pertanto anche il portoghese e l’italiano sono praticamente di casa.

La cosa che mi ha molto sorpreso è proprio la forte presenza italiana. Italia si legge dappertutto, sulle insegne dei negozi, i nomi delle ditte di traslochi e quelle di costruzioni.

Il costo della vita non è eccessivo, ma soprattutto il potere d’acquisto (rapporto tra stipendi e costo della vita) è molto favorevole. Non a caso il Lussemburgo è al primo posto al mondo per PIL e al secondo al mondo per il potere d’acquisto (PPA). Qualche esempio: un’infermiera guadagna 4.500 euro, un operaio 3.500, una cassiera 1.900, mentre un litro di gasolio non raggiunge 1 euro. L’unico settore inavvicinabile è quello immobiliare, i prezzi delle case sono astronomici.

E’ una bella atmosfera quella che si respira tra i vicoli del centro medievale. Malgrado il clima sempre inclemente (a detta degli italiani che ci vivono, piove o è grigio almeno 330 giorni all’anno), l’impressione è che la gente sia serena. Il mio albergo era nella piazza della stazione, eppure non mi è capitato di incontrare barboni o sbandati. I negozi più numerosi, per le strade del centro, gioiellerie e abbigliamento, soprattutto scarpe di qualità.

Si fa fatica a distinguere lo Stato dalla sua capitale, infatti, non a caso si chiamano allo stesso modo.

E’ decisamente un paese ricco, di storia, di economia, di finanza. In passato la sua economia, come quella del Belgio, si basava essenzialmente sull’industria dell’acciaio. Oggi si basa, credo, sull’economia portata dagli uomini d’affari e della finanza internazionale, dai politici del Parlamento Europeo, dai militari della NATO. L’indotto di tutto questo fa campare circa mezzo milione di persone in un ambiente sano, pulito, avendo saputo preservare il proprio patrimonio di cultura e di storia.

Un paese che ha saputo conservare la propria identità (malgrado tutto) rimanendo al centro dell’Europa, in tutti i sensi.

Se consiglio di andarci? Beh, indovinate… Forse non vale la pena di un viaggio esclusivo, ma se il nostro itinerario in giro per l’Europa passasse dalle parti del suo cuore… perché no? 

 

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Almeno l’itagliano sallo!

ottobre 15th, 2008 by aixes

Quando muoio mi faccio cromare. (Non sarebbe meglio metallizzato?)

Di fronte a queste cose rimango putrefatto! (Che schifo!)

Arriva il treno, hai blaterato il biglietto? (…)

Come faccio a fare tutte queste cose simultaneamente? Dovrei avere il dono dell’obliquità! (e chi sei la torre di Pisa?)

Basta! Vi state coagulando contro di me! (necessita trasfusione?)

E’ nel mio carattere: quando qualcosa non va, io sodomizzo! (Stategli lontano!)

Anche l’occhio va dalla sua parte… (Si chiama strabismo…)

Non so a che santo riavvolgermi. (Una video cassetta devota…)

Avete i nuovi telefonini GPL? (No mi spiace solo benzina!)

Il cadavere presentava evidenti segni di decesso. (Ma va?! Strano)

Prima di operarmi mi fanno un’ autopsia generale. (Auguri!)

Abbiamo mangiato la trota salmonellata. (Ancora auguri!)

Vorrei un’aspirina in supposte effervescenti. (Quando si dice faccia da culo….)

Vorrei una maglia con il collo a volpino.(Non era lupetto?…)

Vorrei una pomata per l’Irpef. (Herpes è difficile…)

Tu non sei proprio uno sterco di santo. (Menomale)

E’ andato a lavorare negli evirati arabi. (Contento lui…)

A forza di andare di corpo mi sono quasi disintegrata. (O disidratata?Alla faccia della diarrea!)

Mia nonna ha il morbo di Pakistan. (…)

La mia auto ha la marmitta paralitica. (…e al posto dei cavalli ha le sedie a rotelle?)

Verrà in ufficio una stragista per il tirocinio. (Si salvi chi può!)

Sono momentaneamente in stand-bike. (L’attesa in bicicletta…)

Da vicino vedo bene, è da lontano che sono lesbica. (Aiuto…)

Mi sono fatta il Leasing al viso. (…pensavo un mutuo…)

E’ inutile piangere sul latte macchiato. (Meglio farlo su un bel cappuccino….)

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La soluzione THOR

giugno 24th, 2008 by aixes

Il processo THOR

Come ho fatto per l’ArrowBio qualche giorno fa, affronto stavolta la tecnologia THOR, un altro sistema di trattamento dei rifiuti indifferenziati a freddo. Anche questo sistema risulterà estremamente vantaggioso in termini economici ed ecologici nei confronti delle discariche e dei termovalorizzatori. In particolare potrebbe inserirsi anche nell’attuale procedimento che porta all’inceneritore, offrendo tuttavia una maggiore garanzia sui residui (nanopolveri e ceneri) prodotti dalla combustione.

Di che si tratta?

La tecnologia THOR (Total House Waste Recycling) nasce da uno studio ideato e condotto dal nostro C.N.R. (Prof. Paolo Plescia) con il supporto di un’azienda di Roma, che si è occupata della realizzazione industriale dei prototipi e dell’impianto. Il primo impianto sperimentale è già in funzione in Sicilia e sta offrendo ottimi risultati.

Come per l’ArrowBio, anche il sistema THOR non necessita di raccolta differenziata essendo la separazione dei vari componenti alla base dello stesso processo. Questo aspetto è sicuramente importante, viste le attuali percentuali di raccolta, anche se non molto educativo nei confronti dei cittadini. Ad ogni modo nulla vieta che una parte della differenziazione possa continuare ad essere fatta a monte. Anche questo procedimento consente, pertanto, di recuperare gran parte dei materiali riciclabili come i metalli ferrosi e non ferrosi, la plastica e il vetro. A differenza del sistema ArrowBio, tuttavia, non vengono prodotti fertilizzanti e Biogas, ma combustibile solido ad alto potere calorifero che può essere impiegato per tutti gli usi tipici dei combustibili (motori, caldaie, sistemi di riscaldamento centralizzati, impianti di termovalorizzazione), senza produrre i residui nocivi (solidi ed aeriformi) tipici dei termovalorizzatori attuali. Vengono prodotti, inoltre, materiali per l’edilizia.

Il concetto a base di tale processo non è l’impiego dell’acqua, come per l’ArrowBio, ma la polverizzazione dei rifiuti, riducendoli in particelle tanto piccole (inferiori a dieci millesimi di millimetro) da poter distinguere e separare facilmente in esse i singoli componenti (elementi chimici, metalli, plastiche) grazie a noti, ed abbondantemente sperimentati, procedimenti fisico-chimici. 

Anche con questo sistema è possibile ridurre sensibilmente, o tenere sotto controllo, l’emissione di polveri nocive e i cattivi odori. Anche per questo sistema, grazie alla produzione di combustibile, l’energia termica prodotta rende completamente autonomo l’impianto.

Il Processo

Proviamo a descrivere, in linea di massima, come si sviluppa il procedimento. Si tratta essenzialmente di una combinazione di trattamenti di tipo fisico-chimico e mineralurgico, cioè trattamenti tipici delle industrie minerarie che separano ed arricchiscono le materie prime minerali con metodi a basso costo.

Scopo del processo, in pratica, è raggiungere il cosiddetto “grado di liberazione cioè la dimensione più piccola entro la quale il minerale, o la sostanza che interessa, risulta libera da qualsiasi corpo estraneo. Riducendo la pezzatura del rifiuto a poche decine di micron qualsiasi operazione di separazione ed arricchimento, sterilizzazione, combustione o pirolisi (processo che consente la scissione dei legami chimici mediante calore ma senza combustione, cioè senza ossigeno) è attuabile in modo molto più efficiente, con minore spreco di energia.

I rifiuti indifferenziati vengono introdotti in uno speciale “mulinomeccano-chimico che li frantuma e polverizza fino a ridurli a livello di pochi micron di diametro. Le pressioni di urto sono tali (da 8000 a 15000 atmosfere) da distruggere qualsiasi flora batterica (e quindi odori e fermentazione), rendendo così il prodotto sterile e completamente disidratato (l’acqua contenuta viene vaporizzata). A questo punto i vari elementi vengono separati utilizzando diversi metodi e strumenti che assomigliano molto a quelli utilizzati dal sistema ArrowBio, ma in questo caso le particelle sono infinitamente più piccole. Viene infatti impiegata l’acqua e un ciclone d’aria per separare gli elementi pesanti come sali e metalli da quelli leggeri combustibili, un magnete per attrarre i metalli ferrosi e correnti indotte per gli altri metalli. In questo modo vengono separate anche le plastiche, dalle quali viene successivamente eliminato il pericoloso cloro (la C di PVC) facendolo precipitare come sale. Vengono inoltre separate frazioni di vetro, materiali inerti e frazioni metalliche più fini. Quanto rimane è essenzialmente materia organica residua (carta, legno e materiale organico) che viene compattata e ridotta ad autentiche eco-balle pronte per la combustione da riscaldamento o caldaia, oppure può essere tenuta sfusa o emulsionata per essere trasportata liquida (bio-olio per motori diesel). Ad ogni modo, in qualsiasi forma viene attuata, è sempre esente da cloro, solfati e inerti.

I residui di tutto questo processo sono praticamente nulli in quanto tutto il materiale che ne esce, se non viene riciclato, diventa combustibile per generare energia termica. La parte che viene bruciata, a sua volta, produce scorie (ceneri volanti e ceneri pesanti). Anche queste vengono prelevate e sottoposte a un processo di modificazione cristallochimica, frantumate e trattate in maniera da essere ancora riutilizzabili, essendo materiale di tipo vetroso, come malte pozzolane sintetiche molto utili per l’industria edile.

Insomma anche per il processo THOR, anzi, ancora di più rispetto al processo ArrowBio,  “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.

Rispetto al processo ArrowBio, il sistema THOR è un po’ più indietro nella sperimentazione. I primi parziali impianti pilota sono stati allestiti nel periodo 2003-2006 a Sidney in Australia. Il primo sistema completo,  invece, è attualmente operante in Sicilia e riesce a trattare fino a 8 tonnellate l’ora .

I vantaggi e le possibili applicazioni

Se non teniamo conto del livello di maturità raggiunto dalla tecnologia, i vantaggi di questo processo sono ancora superiori rispetto alla soluzione ArrowBio.

Primo vantaggio evidente è che il volume dei rifiuti micronizzati si riduce di tre quarti,  cioè i rifiuti che occupavano, ad esempio, 400 metri cubi, dopo il trattamento ne occupano soltanto 100.

Malgrado non sia necessario differenziare a monte, anche questo metodo consente di recuperare un’alta percentuale di materiali riciclabili (metalli ferrosi e non ferrosi,  inerti, plastiche e vetro) e materiali per l’edilizia (leganti e malte).

 

Anche qui non si producono cattivi odori, né microparticelle volatili, né diossina, né alcun tipo di elemento inquinante per l’aria, l’acqua e il suolo.

Oltre ai vantaggi già elencati, simili a quelli della soluzione ArrowBio, la micronizzazione permette di aumentare anche del 120% il calore di combustione dei rifiuti (rispetto ai CDR inviati ai termovalorizzatori) con un notevole risparmio (o incremento, a seconda del punto di vista) di energia. Inoltre, le minime dimensioni delle particelle consentono un’agevole separazione delle componenti pericolose (metalli e sostanze clorurate) e di quelle riciclabili.

C’è una totale assenza di residui e la completa autosufficienza energetica del sistema.

 

L\'impianto THOR

Un impianto pilota (da 2 tonnellate/ora)

Molto interessante la possibilità del sistema di essere campalizzato e le dimensioni estremamente ridotte dell’impianto gli consentono infinite applicazioni. Ad esempio può essere trasportato ovunque serve su camion o su nave o, viceversa, il combustibile prodotto può essere impiegato dalla stessa nave come carburante. Altra applicazione potrebbe essere, ad esempio, nelle isole o nelle zone dove scarseggia l’acqua, l’energia termica prodotta potrebbe alimentare un dissalatore, in questo modo nello stesso tempo si produrrebbe acqua potabile e si risolverebbe il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

Un esempio concreto delle sue possibilità: consideriamo un’area urbana di 5000 abitanti che produce circa 50 tonnellate al giorno di rifiuti solidi. In queste condizioni il sistema  THOR permette di ricavare una media giornaliera di 30 tonnellate di combustibile, 3 tonnellate di vetro, 2 tonnellate tra metalli ferrosi e non ferrosi e 1 tonnellata di inerti, nei quali è compresa anche la frazione ricca di cloro dei rifiuti, che viene separata per non inquinare il combustibile. Il resto dei rifiuti è acqua, che viene espulsa sotto forma di vapore durante il processo di micronizzazione. Il prodotto che esce da Thor è sterilizzato perché le pressioni che si generano nel mulino determinano la completa distruzione delle flore batteriche, e, inoltre, non produce odori da fermentazione: resta inerte dal punto di vista biologico, ma combustibile.

Passiamo ai costi

I costi sono di massima comparabili con quelli già estremamente convenienti dell’ArrowBio. Infatti, secondo quanto valutato dal suo inventore, un impianto di meccano-raffinazione di taglia medio-piccola da 20 mila tonnellate di rifiuti l’anno costa circa 40 Euro per tonnellata di materiale, molto meno della metà rispetto a quanti ne richiederebbero discariche e inceneritori, anche perché ai costi di questi ultimi andrebbero aggiunti quelli di gestione, e in particolare le spese legate allo smaltimento delle scorie e ceneri per gli inceneritori, o della gestione degli odori, dei gas e del percolato delle discariche, entrambi inesistenti nel THOR. Quanto al calore prodotto, il potere calorico dei rifiuti dopo la raffinazione meccanica raddoppia (5.300 Kcal/kg) rispetto a quello di rifiuti contenenti normali cascami di carta (2.500 Kcal/kg).

Il primo impianto THOR, quello attualmente in funzione in Sicilia, riesce a trattare fino a 8 tonnellate l’ora e non ha bisogno di un’area di stoccaggio in attesa del trattamento; è completamente meccanico, non termico e quindi non è necessario tenerlo sempre in funzione, anzi può essere acceso solo quando serve, limitando o eliminando così lo stoccaggio dei rifiuti e i conseguenti odori. Inoltre, è stato progettato anche come impianto mobile, utile per contrastare le emergenze e in tutte le situazioni dove è necessario trattare i rifiuti velocemente, senza scorie e senza impegnare spazi di grandi dimensioni, con un costo contenuto: un impianto da 4 tonnellate/ora occupa un massimo di 300 metri quadrati e ha un costo medio di 2 milioni di Euro.

Riportando questi dati ai valori presi a riferimento per l’ArrowBio, un impianto più grande (come ad esempio quello siciliano) da 8 t/ora, che smaltirebbe 70.000 t/anno, costerebbe molto meno, almeno un terzo.

A questi valori, inoltre, occorrerebbe aggiungere il ricavo dalla vendita dei materiali riciclati, quelli per l’edilizia e il combustibile (o l’energia termica prodotta).

Questo è un altro dei possibili sistemi che risolverebbero per sempre il problema dei rifiuti. Ancora non pronto per l’impiego massiccio commerciale, ma già disponibile per risolvere, ad esempio, le “emergenze” croniche. Si tratta, inoltre, di un progetto italiano, prodotto da menti italiane che sono fuori dai giochi di potere e camorristici. Sarà forse questo il motivo per cui non se ne sente mai parlare da nessuna parte?

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La soluzione ArrowBio

giugno 21st, 2008 by aixes

Il processo ArroBio

Nell’attesa che il progetto vada avanti (ho già preso contatti con la ditta che rappresenta la tecnologia ArrowBio in Italia), vorrei descrivere, per i non informati, il processo ArrowBio e anticipare una piccola breve valutazione dei suoi vantaggi rispetto alle discariche ed ai termovalorizzatori.

Di che si tratta?

La tecnologia ArrowBio è un brevetto registrato per il trattamento dei rifiuti solidi urbani. Esistono altri sistemi similari che affronterò prossimamente (ad esempio il sistema THOR realizzato dal nostro CNR in Sicilia).

Primo aspetto positivo, soprattutto in un paese pigro come il nostro, è che il processo ArrowBio tratta rifiuti indifferenziati. Questo procedimento consente, ad ogni modo, di recuperare gran parte dei materiali riciclabili come i metalli ferrosi e non ferrosi, la plastica (HDPE, PET e pellicola) e il vetro. Permette inoltre di produrre fertilizzanti e Biogas che è una fonte di energia alternativa pulita, utilizzabile per il trasporto o per la produzione di energia elettrica o termica.

Mentre, per il trattamento dei rifiuti, le discariche utilizzano la terra e i termovalorizzatori (o inceneritori) il fuoco, il concetto assolutamente innovativo del processo ArrowBio, è che utilizza l’acqua . Ci si è posti il quesito: i rifiuti solidi urbani contengono, per loro natura, una grande quantità d’acqua, cosa ne facciamo? Utilizziamola per trattare e separare i rifiuti stessi! Non a caso il primo impianto ArrowBio è stato costruito a Tel Aviv, dove l’acqua è molto preziosa e gli israeliani sanno come ottimizzarne l’uso.

Quali sono i vantaggi derivanti dall’utilizzo dell’acqua? Una delle sue più note proprietà è che permette di separare facilmente gli elementi leggeri (che galleggiano) da quelli pesanti (che vanno a fondo). Tenere i rifiuti in acqua consente di ridurre sensibilmente, o tenere sotto controllo, l’emissione di polveri nocive e i cattivi odori. Grazie alla separazione in acqua, la produzione di compost pulito (cioè con meno contaminanti) avviene molto più facilmente e l’acqua è l’elemento base per la produzione di Biogas di ottima qualità (con elevato contenuto di metano) mediante digestione anaerobica (cioè con batteri che operano in assenza di ossigeno). Inoltre, visto che i rifiuti hanno un alto contenuto di umidità, quando si è a regime, il sistema non ha più bisogno di prelevare acqua dall’esterno.

Il Processo

Proviamo a descrivere, in linea di massima, come si sviluppa il procedimento. C’è una prima fase di preparazione e separazione idromeccanica dei rifiuti. Il contenuto dei camion viene scaricato in una grande vasca piena d’acqua. Per gravità avviene la prima grande separazione: i materiali inorganici (metalli, vetro e altri inerti) hanno generalmente un peso specifico maggiore dell’acqua e pertanto vanno a fondo. Le plastiche e i materiali organici biodegradabili, invece, tendono a galleggiare o a rimanere in sospensione.

I materiali inorganici, pertanto, vengono inviati ad una linea del processo che si occupa dell’ulteriore separazione in materiali ferrosi (quelli che si attaccano ad una calamita), metalli non ferrosi (quelli che vengono separati tramite correnti indotte) e vetro.

Le plastiche e i materiali organici biodegradabili vengono a loro volta separati, alcuni per dimensioni, altri manualmente e, quelli molto leggeri come le buste di plastica, mediante separatori ad aria. Tutto il rimanente è composto quasi esclusivamente da materiale organico biodegradabile, pertanto viene triturato, frantumato idraulicamente e filtrato. La terriccio che ne risulta viene immerso nuovamente in acqua per separare ancora una volta le componenti metalliche e vetrose rimanenti (pesanti) da quelle biologiche (leggere). 

La soluzione organica acquosa ottenuta (minestrone biologico) viene così inviata a due successivi contenitori che, tramite processi naturali di fermentazione anaerobica (acetogenico e metanogenico) a temperatura ambiente, digeriscono la brodaglia producendo biogas e fango biologico. Il biogas è utilizzato per la produzione di energia elettrica e calore, mentre il fango biologico viene disidratato e venduto come concime

I residui di tutto questo processo ammontano a circa il 20% (dipende dal tipo di rifiuti introdotti), che possono essere inviati a discarica o inceneritore (ma sono inerti e quindi non pericolosi) o ancora verso impianti specializzati, per una ulteriore separazione (ce n’è uno molto buono in Veneto).

Insomma come disse Antoine Lavoisier, “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.

Attualmente è già operante (da 5 anni) l’impianto di Tel Aviv (Israele) da 40.000 t/anno, mentre sono in fase di completamento quelli di Falkirk (Scozia) da 70.000 t, Pachuca (Messico) da 180.000 t e Sidney (Australia) da 90.000 t.

I vantaggi

E’ lecito affermare che i vantaggi di questo processo sono innumerevoli.

Malgrado non sia necessario differenziare a monte, questo metodo consente di recuperare l’80-90% dei materiali riciclabili (95% dei metalli ferrosi, 85% dei metalli non ferrosi, 85% della plastica, il 90% del vetro).

Produce Biogas, essenzialmente metano, utile per ottenere energia elettrica (per alimentare lo stesso impianto, ad esempio) o come carburante pulito per il trasporto pubblico al posto dei carburanti fossili altamente inquinanti.

Non produce cattivi odori, né microparticelle, né diossina, né alcun tipo di elemento inquinante per l’aria, l’acqua e il suolo.

La percentuale di residuo è bassa (< 20%) e ulteriormente riducibile, e comunque è inerte.

Naturalmente ci sono molti altri vantaggi tecnici (come la qualità e la stabilità del metano e del compost prodotti dalla fermentazione anaerobica rispetto a quella aerobica, etc.), ma tediare il lettore non è lo scopo (principale) di questo blog.

Passiamo ai costi

I costi rispetto ad altri metodi sono senz’altro inferiori (solo il deposito in discarica è più economico… ma è inutile sottolinearne il differente rapporto costo/efficacia). Del resto, se scozzesi ed ebrei sono stati i primi ad utilizzare questo metodo… ci sarà un motivo!

confronto tecnologie

Un grafico che mette a confronto la tecnologia ArrowBio rispetto alle altre utilizzate per il trattamento dei rifiuti solidi urbani.

Da questo grafico si può notare come il processo ArrowBio si inserisce tra gli altri metodi di trattamento dei rifiuti solidi urbani. E’ senz’altro il metodo che produce di più e inquina di meno, con costi medi sufficientemente bassi.

Per quantificare i costi ho dato uno sguardo all’analisi effettuata dall’Agenzia per l’Ambiente della Gran Bretagna, che per i suoi conti si è basata sull’impianto di Tel Aviv. Per un impianto di tipo ArrowBio da 75.000 t/anno (circa 10 volte l’esigenza della città di Ariano o pari a circa la metà dell’esigenza dell’intera provincia di Avellino), il costo dell’impianto è di circa 15 milioni di Euro. Considerando un periodo di ammortamento di 15 anni, ogni tonnellata di rifiuti in ingresso costa circa 40 Euro, ma produce una ricchezza (materiali riciclati + Biogas + fertilizzanti) pari a 25 Euro, cioè in pratica con questo sistema smaltire una tonnellata di rifiuti costa “solo” 15 Euro. Tanto per fare un raffronto mandare i rifiuti all’inceneritore costa 90 Euro a tonnellata e per quanto possa essere fatto bene ci sarà sempre una percentuale di ceneri e microparticelle tossiche prodotte.

Questo è soltanto uno dei possibili sistemi che risolverebbero per sempre il problema dei rifiuti. Chi ha il coraggio di dire che sono solo fandonie e che invece bisogna continuare ad arricchire politici corrotti e la solita Camorra, a inquinare le falde acquifere e l’aria che respiriamo, tutto a spese del denaro delle nostre tasche e della salute dei nostri figli?

 

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I’m back

giugno 17th, 2008 by aixes

Pustarza

Dopo un breve periodo di vacanza torno sul mio blog carico di energia, di rabbia e di buona volontà.

La sensazione più forte che sto provando in questi giorni, guardando le riprovevoli scene dei compattatori in fila verso la discarica di Pustarza, è di un’estrema impotenza. Gli sconfitti non siamo soltanto noi Arianesi e Savignanesi, o i Monteleonesi che dovranno respirare, per chissà quanti anni ancora, la puzza campana senza neanche ricevere un briciolo di riconoscenza. Sconfitta non è soltanto la politica locale, provinciale, regionale e nazionale. Sconfitta è l’umanità e la sua odiosa predisposizione a complicarsi la vita, a scegliere sempre la strada più lunga e tortuosa, quella più costosa e dannosa, pur essendone pienamente cosciente e pertanto doppiamente colpevole.

Non voglio sapere chi trarrà vantaggio da questo ennesimo scempio perpetrato nei confronti della natura, della nostra salute, della nostra economia e del nostro patrimonio socio-rurale. Come al solito, noi cittadini onesti e indifesi, siamo stati messi spalle al muro, ubbidire o essere fucilati, questa era l’alternativa. La macchina statale, con le sue perverse alleanze e para-giustificazioni si era messa in moto già più di un anno fa e pochi contadini offesi e violentati nella loro amata terra non avrebbero mai potuto alzare i loro forconi contro la “forza” della prepotenza legalizzata. 

Sono tornato e sono veramente arrabbiato. Un paio di settimane fa ho lanciato una proposta che non è stata raccolta. Questo forse è un ulteriore motivo della mia rabbia. Sembra che alla nostra terra ci tenga soltanto chi ha già dovuto rinunciarci, per sempre. 

Ma non voglio ancora fermarmi. La mia voglia di combattere è ancora grande e sono molto determinato. Nei prossimi giorni inizierò un progetto di lavoro, uno studio di fattibilità sulle soluzioni pulite, che esistono e sono già state applicate in varie parti del mondo. Al termine del mio lavoro non ci saranno scuse. L’ignoranza non sarà più una giustificazione della nostra atavica apatia. 

Il mio desiderio è di poter risvegliare in qualche modo le nostre coscienze, completamente sopite, stordite da decenni di sonniferi politici e imbonitori televisivi. Il mio sogno è che si torni a 423 anni fa quando, nell’agosto del 1585, la comunità di Ariano seppe riscattare se stessa nei confronti del mondo intero, pagando 75.150 ducati e  mettendo da parte, finalmente per una volta per tutte, le solite chiacchiere e i piagnistei.

Abbiamo un passato glorioso, difendiamolo con i denti. Soprattutto facciamo in modo che il futuro dei nostri figli dipenda da noi stessi e da nessun altro.

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Una domenica a New York

maggio 5th, 2008 by aixes

st.patrick

Per una volta riporto un brano non mio, ma di un mio amico. In realtà è come se lo fosse, perché rispecchia fedelmente le stesse sensazioni provate da me qualche mese fa nella Grande Mela. In generale mi ha ricordato certi aspetti della vita americana che quattro anni fa mi sorpresero e che ora, invece, sono diventati scontati. 

E’ domenica mattina e non “si e’ svegliato gia’ il mercato”, come direbbe Baglioni per Porta Portese, bensì continua a vivere questa immensa metropoli che a dormire non va mai.

Il grigiore tipico di questi giorni opprime le strade inusualmente non tanto affollate e circonda la cima del grande grattacielo, l’Empire State Building, che per un capriccio della storia e’ tornato ad essere la star della sky line neworkese.

Decido di andare a messa, tanto per fare qualcosa che richiami la routine invernale, che quando la vivi magari ti annoia, ma quando non ce l’hai rischia di mancarti, anche se in realtà so di averne bisogno per altri motivi.

E dove andare se non alla Cattedrale di St. Patrick, che rompe in maniera quasi innaturale la successione di negozi, più o meno mega, della Quinta Avenue?  “The Cathedral is the largest Catholic Cathedral in the United States and has been recognized throughout its history as a pre-eminent center of Catholic life in this country” recita il sito della cattedrale. E a te viene da pensare: ma le nostre chiese ce l’hanno il sito web? Ma qui tutto ha un sito, qualunque cosa in America non sia sul web e’ come se non esistesse.

Comunque sia, ti immergi nel brulicante via vai delle strade Newyorkesi, dove le Avenue hanno uno charme che le Street non riescono ad avere: sono “Avenues” la Quinta naturalmente, ma anche la Madison, Park Avenue, la Lexington, Broadway (anche se Broadway, che paradossalmente significa “Strada Provinciale, secondaria”, oppure “strada larga” – anche se di largo non ha nulla – non e’ ne’ Street, ne’ Avenue) ad avere posto nella memoria di tutti noi, per esserci stati o per averle sentite nominare nei film più famosi, mentre alle Street nessuno presta attenzione, servono solo ad indicare gli indirizzi importanti. Come il Madison Square Garden, sulla Ottava, tra la 33 e la 32, oppure come la Carnegie Hall, sulla settima, tra la 57 e la 56. Al massimo servono ad indicare un corner, un angolo al quale il tassista vi porterà, perché non sperate di essere portati dai tassisti di New York ad un indirizzo preciso. Non c’e’ verso: indicate un angolo tra la Avenue e la Street e, se siete fortunati (in un’altra occasione vi spiegherò perché), ci arriverete.

Un attimo però, sulla 56esima c’erano i famosi Ragazzi, quelli della 56ma strada di Ford Coppola, per l’appunto. Quindi anche le strade, grazie a Coppola, hanno una loro dignità nella Grande Mela. Comunque sia, facendoti largo tra i turisti che nel frattempo hanno preso ad invadere la metropoli, arrivi sulla Quinta e d’improvviso vieni colpito dalla straordinaria discontinuità che questa costruzione, St. Patrick, impone alla morfologia della via: le guglie gotiche, infinitamente più basse di tutto quello che hanno intorno sono però le uniche ad esprimere la tensione verso il cielo che interpreta bene il perché tu sia venuto qua.

Entri e pressoché’ subito non ti senti più straniero mentre respiri quell’aria che specie per te, italiano e romano, e’ tanto familiare. Apprezzi subito l’extraterritorialità di quel luogo, il salto indietro dell’atmosfera e della gente che la popola, rispetto al ritmo della vita di pochi metri fa.

Sei in chiesa, in una chiesa cattolica uguale a mille altre seppure particolare come mille altre, che si sta riempiendo di gente, di tanta gente colorata come solo negli USA può esserlo, per la pelle e per gli abiti. Il brusio e’ eccessivo, pensi, ma sai che e’ il tributo che anche i luoghi santi pagano al turismo. Raggiungi un banco, ti siedi tra un messicano ed un’indocinese, che parlano entrambi americano scoprirai dopo quando reciteranno il canto d’ingresso ed attendi. Poi entra una signora con la capigliatura cotonata e quell’aria solenne ma sbrigativa che qui hanno molte signore impegnate nella chiesa come nel club delle begonie, si avvicina al microfono ed invita tutti a non lesinare nelle offerte perché una chiesa così grande e l’attività’ di evangelizzazione della parrocchia (anche se e’ probabilmente normale, non avevo mai guardato New York come un insieme di parrocchie) ne hanno bisogno. Non sarà l’ultima esortazione in tal senso ed i cestini delle offerte passeranno altre due volte durante la messa.

E finalmente comincia la funzione: il brusio sparisce, ragazze anche giovanissime indossano una veletta di pizzo o di tulle ed un chierico intona l’inno accompagnato da un magnifico organo. La solennità invade il tempio ed al termine del canto il sacerdote celebrante (indocinese anch’egli) da inizio alla celebrazione: in the name of the Father…eimen!…eimen? Vuoi dire Amen! Ho capito la fonetica, che la “a” si legge “ei”, ma questo non giustifica la storpiatura. Eppure “eimen” ti risuona nelle orecchie, ti accorgi che ha il sapore di un antico gospel e decidi di accettarlo. Da lì in poi e’ tutto un rincorrere il rito cercando nel messale le preghiere che tu pensi in italiano e loro recitano in inglese. Ma le parole sono le stesse, il senso e’ lo stesso, la predica ti parla di un mondo sempre più smarrito e disorientato, esattamente come il tuo Parroco fa ogni domenica. E la barriera linguistica che al ristorante ti fa ordinare la cotoletta per ottenere la scaloppina, qui non ha nessun senso.

Poi esci, il sole inonda la strada, la città, arrivando dall’alto, da molto in alto, giacché per farlo deve incunearsi tra i profili dei grattacieli e non sai se quel sole si e’ acceso grazie a te, dentro di te o per te.  Fai ancora la quinta, ritornando sui tuoi passi di poche ore prima, eppure tutto e’ cambiato. C’e’ la gente, ma ha una faccia diversa, e’ più gioiosa, più serena, spensierata. E tu percorri ancora la famosa avenue, attraversi stando attento a non farti investire dai tassisti e raggiungi il marciapiede opposto, passi davanti al Rockefeller center dove almeno tre persone ti chiedono di fargli una fotografia (sono giapponesi o cinesi?), dove molti hanno le mani piene di pacchi (italiani) e poi svolti sulla 42esima e lì incontri Julia Roberts. “JuliaRobertsquellavera” che esce dal negozio di Armani, non un’imitazione, con tanto di bodyguard e di gipponi neri che scortano una limousine infinita!

E ti rendi conto di essere tornato a New York.

 

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